
Xabi Alonso aveva previsto i problemi del Real Madrid
Dalla cacciata di Xabi all'interregno di Arbeloa, fino ritorno di Mou; cambiano i tecnici, ma i problemi del Real restano gli stessi.
Ma io non sono... pirla
3 giugno 2008, Milano. José Mourinho è appena diventato il nuovo allenatore dell’Inter, succedendo a Roberto Mancini. Nonostante nessuno ancora sappia quello che farà nelle successive due stagioni, lo Special One trova subito un modo per rendersi iconico agli occhi del mondo del calcio italiano; ad una domanda su Lampard, all’epoca in orbita mercato Inter, diede una delle risposte che più sono rimaste nella memoria collettiva degli appassionati: “Sì sì sì… ma io non sono… pirla!”.
Quelle parole, frutto del genio comunicativo Mourinho, dimostrarono una delle armi più potenti del Vate di Setúbal: la capacità di distogliere l’attenzione generale da un problema reale, facendo parlare di sé più in quanto showman che in quanto allenatore. Usare sé stesso, in pratica, come arma di distrazione di massa.
18 anni dopo, la musica non è affatto cambiata: Mourinho oggi è tornato ad allenare il Real, un Real sulla carta incredibile, pieno zeppo di giocatori pagati fior di milioni e di supertop incredibili nei rispettivi ruoli, ma che sul campo, per più motivi, fatica; dopo sole sette partite, il Barcellona è già a più 6. Anche le prestazioni sul campo mancano, sia dei singoli che di squadra, eppure, negli ultimi giorni, di cosa si parla? Solo ed esclusivamente dello show in conferenza stampa dell’ex Benfica, presentatosi con degli A4 raffiguranti le foto di due interventi di Romero e Kang In-Lee, secondo il portoghese meritevoli di rosso diretto e che avrebbero deciso il derby.

Ancora una volta, lo Special One utilizza la sua abilità comunicativa e il suo carisma per distogliere l’attenzione sulla sconfitta della sua squadra. Però, se è vero che Josè non è pirla, anche noi non cadiamo dal pero e ci chiediamo: perché da due anni a questa parte a Madrid si parla di tutto, ma proprio di tutto, tranne che di calcio?
Xabi Alonso: schiena dritta sempre
12 gennaio 2026. Dopo la sconfitta per 3-2 in finale di Supercoppa di Spagna contro il Barcellona, nonostante fosse a meno 4 dalla vetta in Liga e nelle prime 8 nella League Phase di Champions League a due gare dal termine (finirà poi nono con Arbeloa, dovendo fare i playoff), il Real Madrid decide di sollevare Xabi Alonso dal ruolo di guida tecnica delle Merengues, abbandonando, di fatto, il progetto tecnico iniziato pochi mesi prima con la scelta dell’ex Bayer Leverkusen al posto di Carlo Ancelotti.
Il bilancio recita 34 partite, 24 vittorie, 4 pareggi e 6 sconfitte, con due grandi batoste: il 4-0 subito dal PSG in semifinale del Mondiale per Club e il 5-2 nel derby di Madrid in campionato. Un grande inizio (13 vittorie nelle prime 14), poi la débâcle, con due sole vittorie nelle ultime dieci prima dell’esonero. I risultati, comunque, non sono alla base delle decisioni del club guidato da Florentino Perez: come riconosciuto recentemente dal tecnico stesso, oltre agli errori di campo, sono stati soprattutto problemi di gestione a umana a condannarlo.
Ripercorrendo cronologicamente gli eventi, già in novembre erano circolate le prime voci negative sulla situazione nello spogliatoio Blancos: la giornalista Arancha Rodríguez rivela che lo spogliatoio è letteralmente spaccato in due; gran parte della vecchia guardia (Vinicius, Valverde, Camavinga e Rodrygo tra gli altri) sarebbe contraria alla gestione tecnica dell’ex centrocampista, mentre i giovani (Huijsen, Carreras, e Güler), Courtois e Mbappé avrebbero fiducia nei confronti dell’allenatore. Nonostante la conferma da parte della società, trovarsi a novembre in questa situazione e lavorare in questo clima non aiuta e infatti i risultati non miglioreranno più.
Ci sono due episodi che meglio di tutti spiegano la situazione della Real Casa: nel Clásico di campionato, Vinicius, sostituito, inveisce furiosamente contro Xabi Alonso, ripreso da tutte le telecamere del mondo; a differenza di quel che ci si aspettava, il club non prende provvedimenti nei suoi confronti, delegittimando di fatto l’allenatore e ponendo implicitamente alcuni giocatori al di sopra di lui. Il rapporto tra il brasiliano e il mister spagnolo non decollerà mai per motivi tattici, in quanto la reazione del tecnico all’atteggiamento pigro e poco collaborativo dell’esterno in fase di non possesso è la panchina, non è importante chi tu sia.
Il numero 7 non solo non la accetta, ma ci tiene a farlo sapere al mondo; se poi, così facendo, resta impunito, la frittata è bella che fatta. Il secondo episodio riguarda Kylian Mbappè, uno che in teoria doveva essere dalla parte del tecnico: quando quest’ultimo invita i giocatori a fare il pasillo de honor al Barcellona dopo la finale di Supercoppa, il francese lo manda platealmente a quel paese, segnando di fatto la fine dell’avventura dello spagnolo sulla panchina del Real e alimentando quelle voci che lo raffigurano non solo come il cocco di Florentino, ma anche come un soggetto particolarmente influente sulle decisioni del club.
Infine, da segnalare anche il rapporto con Pérez: al presidente non è piaciuta la gestione di Antonio Pintus (messo da parte a favore degli uomini dello staff del tecnico) e al tecnico non è piaciuta la gestione del mercato: aveva chiesto un play, un organizzatore di gioco (il Real aveva perso Kroos l’anno prima, e poi Modrić) come Zubimendi, e invece era arrivato un altro giocatore offensivo come Mastantuono.
Con queste premesse, il risultato è ovvio: delegittimato e non ascoltato dal board, per niente incline a rinunciare ai suoi principi per piacere a qualche giocatore, con grande dignità, Xabi Alonso viene esonerato e lascia il Madrid. Un fallimento totale per il club, che prova a nascondere i problemi di ego dei suoi uomini dietro al tecnico; un grande peccato per l’ex centrocampista, che non è riuscito a sfruttare a pieno un’occasione che si era più che meritato a Leverkusen.
Arbeloa: autogestione rovinosa
Per sostituire Xabi Alonso, Pérez vira su Álvaro Arbeloa: una vita al Real, prima da calciatore e poi da allenatore delle giovanili e del Castilla, vicino ai giocatori ed esperto conoscitore dell’ambiente e della situazione. In più, gli scaramantici fanno notare l’assonanza con la scelta di Zidane nel lontano 2016. Nonostante i migliori auspici, l’avventura dell’ex terzino è un disastro: mai in lotta per il campionato, fuori agli ottavi di Coppa del Re e ai quarti di Champions dopo essere passati dai playoff perdendo col Benfica per mano del gol del portiere Trubin.
Il tecnico, che adotta un approccio più soft e quasi Ancelottiano, non ottiene mai il riconoscimento di autorità da parte dello spogliatoio (verrà fuori, in primavera, il suo vecchio e poco lusinghiero soprannome da giocatore, cono, tirato fuori da Carvajal e Ceballos), sia a livello umano che a livello calcistico: l’allenatore sembra totalmente in balia degli umori dei giocatori, seguendo i loro sentori (anzi, il loro diktat) e non le sue idee.
L’apice del disastro si ha in maggio: Valverde e Tchouaméni sono protagonisti di una violentissima rissa che diventa di dominio pubblico. I due vengono multati, ma la fuga di notizie mette in luce un altro fatto: Arbeloa sarebbe stato totalmente indifferente alla situazione, senza potere o volere intervenire per evitare il degenerarsi della stessa.
Abbandonato al suo destino, l’allenatore è di fatto esonerato ancor prima della fine della stagione e il fallimento stavolta è tutto del club: incapace di risolvere i problemi interni e bruciando una leggenda del club con la supponenza che, a problemi complessi, tattici e umani, la soluzione unica sia il cambio di guida tecnica.
In poco tempo, due persone e due professionisti totalmente diversi, ripudiati dallo stesso spogliatoio: non è forse lecito farsi due domande su quello spogliatoio, sulle sue abitudini e sulle sue responsabilità?
Perché José?
“Quando sono arrivato al Real Madrid nel 2010, ho capito subito che era una squadra di viziati. Il club era in difficoltà. Negli ultimi 8 anni non aveva mai raggiunto i quarti di finale di UCL e in campionato dominava il Barcellona. La nostra missione era semplice: distruggere il loro dominio. Avevamo una squadra fortissima: Cristiano, Kaká, Benzema, Casillas… Erano tutti giocatori di qualità, ma la mentalità era sbagliata".
"La prima volta che ho parlato con Casillas mi ha detto: 'Devo chiederti più giorni di vacanza per i giocatori della Nazionale spagnola'. La seconda volta: 'Possiamo spostare l’allenamento di un’ora? In quel momento della giornata c’è troppo traffico a Madrid'. La terza: 'Non ci piace andare in hotel, preferiamo ritrovarci direttamente allo stadio per la partita'. Quando sono arrivato, il Real era una squadra di gentleman, basata sul fair play… ma era un’interpretazione sbagliata. Bisognava andare in battaglia per la propria maglia. Da lì è iniziata una nuova era: non potevamo più essere quelli buoni e gentili. Dovevamo diventare cattivi”.
José Mourinho pronuncia queste parole raccontando l’inizio della sua esperienza madrilena nel 2010 nel documentario Netflix a lui dedicato, ed esse sono il motivo per cui Pérez ha deciso di puntare sullo Special One: uno spogliatoio e un ambiente da ribaltare a livello prettamente umano (e in questo il carisma del portoghese può essere decisivo) per poter poi costruire sul campo.
Per ora i risultati non gli stanno dando ragione: terza peggior partenza degli ultimi 50 anni delle Merengues in campionato (meglio solo di Lopetegui e di sé stesso nella sua prima stagione in bianco) e quell’equivoco tattico che fa Mbappé di nome e Vinicius di cognome ancora lontano dal risolversi.
La chiave di svolta passa tutta da lì: non sarebbe sorprendente, conoscendo i protagonisti e la storia del club spagnolo, ritrovarsi tra 9 mesi a commentare l’ennesima Champions League del Madrid. Ma in campo non va la storia, anzi, essa va continuata a scrivere proprio su quel terreno di gioco: Mou ha già dimostrato una volta di essere la scossa elettrica giusta per il Real e ha tutte le carte in regola per farlo. Dall’altra parte, forse, bisognerebbe ricordare a qualche tesserato blanco (ma in realtà anche di altri club) che nessuno è, è stato o sarà mai, più grande del club per il quale gioca.
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