Logo sportellate
Scultura temporanea per i Giochi del Mediterraneo di Taranto 2026
, | 29 Settembre 2026

Cosa resta dei Giochi del Mediterraneo di Taranto?


A un mese dallo spegnimento dei riflettori sulla cerimonia d’apertura, ecco la reale eredità dei Giochi del Mediterraneo di Taranto.

Le diplomazie pubbliche amano trattare lo sport, anche giustamente, come una liturgia di pace e fratellanza. Le parole del Commissario straordinario Massimo Ferrarese alla cerimonia d’apertura della manifestazione ne sono conferma: «Celebriamo non solo lo sport, ma l’amicizia e le relazioni. Il Mediterraneo è incontro, dialogo, condivisione. Il futuro si costruisce scegliendo il dialogo, non il conflitto». Un affresco impeccabile, che rischia però di scivolare nell'esercizio retorico se non viene misurato con la durezza dei fatti.

Nel suo Breviario Mediterraneo, Predrag Matvejević ne descriveva la natura complessa: una mappa geografica, una stratificazione storica e una coordinata culturale, in contemporanea. Ma quale volto mostra oggi il Mediterraneo? È un ponte tra sponde o un muro invisibile? È la culla della civiltà classica o un cimitero a cielo aperto?

Per parlare dei Giochi è necessario prescindere da sport, politica e geografia, e al tempo stesso parlare di ciascuna di queste cose. I Giochi di Taranto sono ormai la storia di una città e dei suoi abitanti, di un Mare e delle sue caratteristiche, di un Governo e delle sue scelte.

Quindici anni fa, in una versione di Football Manager – gioco manageriale famoso per la precisione quasi maniacale nel prevedere scenari e dinamiche sportive – un bug del sistema generò un lancio di agenzia virtuale del tutto surreale: «Il CIO ha deciso: le prossime Olimpiadi si disputeranno a Taranto».

Era un’ipotesi irrealizzabile, ma bellissima anche solo da immaginare.

Eppure, in una dimensione parallela, quella della realtà – sicuramente meno immaginifica – qualche anno dopo, il 24 agosto 2019, l’Assemblea Generale del Comitato Internazionale dei Giochi del Mediterraneo (CIJM) riunita a Patrasso ha assegnato l’organizzazione della XX edizione a Taranto.

Quando negli anni '50 il dirigente egiziano Mohammed Taher Pasha ideò i Giochi, partiva dalla convinzione che i popoli del bacino mediterraneo fossero molto più vicini di quanto gli stessi credessero. In un rovente secondo dopoguerra, unire attraverso lo sport Europa, Africa e Asia significava proporre il Mediterraneo come spazio di cooperazione.

Le parole di Ferrarese e poi quelle di Mehrez Boussayene, vicepresidente del Comitato dei Giochi, in uno Iacovone gremito in ogni ordine di posto, riscuotono un consenso facile: rispondono al bisogno istituzionale di posizionarsi dalla parte giusta della storia. Ma il rischio è che questa narrazione risulti del tutto scollegata dal reale.

Il Mediterraneo ha ombre profonde, raccontate con straordinaria lucidità già quindici anni fa dal più grande autore tarantino degli ultimi decenni, Alessandro Leogrande, ne Il naufragio. Oggi parlare di Mediterraneo significa affrontare il tema delle rotte migratorie – balcanica, occidentale, centrale – che attraversano molti dei Paesi che partecipano ai Giochi. Il mare è diventato un cimitero a cielo aperto.

Ha senso pronunciare discorsi edulcorati di fratellanza davanti ai capi di Stato ignorando la realtà dei naufragi? Che significato assume un grande evento sportivo di fronte a questo scenario? Il rischio è di oscillare tra due opposti: da un lato l'adesione acritica alla dimensione simbolica dello sport, dall'altro il cinismo che svaluta ogni impatto positivo. Taranto, città contraddittoria per definizione, costringe a stare nel mezzo e ad accettare entrambe le verità.

Tomba del Tuffatore, l'opera che racconta il Mediterraneo e anche Taranto
La Tomba del Tuffatore, l'opera celebre che ancora oggi sprigiona tutto il significato del Mediterraneo.

Anche nel dibattito pubblico locale si sono confrontati sguardi opposti: da una parte il disfattismo di chi ha ridotto l'evento a manifestazione di poco conto; dall'altra l'entusiasmo di chi ha riscoperto una Taranto viva, con piazze animate e palazzetti gremiti.

Ciò che si può affermare con imparzialità è che questi Giochi hanno rappresentato il più imponente piano di investimento infrastrutturale nella storia di Taranto e della sua provincia: €400 milioni destinati a 45 impianti sportivi, senza contare la pulizia e la manutenzione straordinaria di alcune strade in dissesto da anni. L'impatto urbanistico è stato incisivo. E mentre la politica si accapiglia sui meriti della paternità dei Giochi – tra governi passati, giunte comunali e commissari straordinari – Taranto si ritrova con una dote infrastrutturale di primo livello a essere l'unica città italiana ad aver concentrato, in pochissimi km quadrati, impianti nuovissimi e omologati ai massimi standard internazionali contemporanei.

I Giochi hanno agito da catalizzatore in una comunità che ha un disperato bisogno di immaginarsi post-industriale. La cerimonia d’apertura, bellissima nella sua componente coreografica e teatrale – meno in quella musicale – ha richiamato le quasi dimenticate radici della Magna Grecia e il patrimonio custodito al MArTA. Per anni Taranto ha accantonato la propria vocazione culturale: priva di un’università autonoma, senza un quotidiano locale cartaceo e con un sistema scolastico in affanno, la città ha per una volta rialzato la testa, rivendicando la propria identità.

Anche la fruizione dello sport ha subito una scossa. Taranto è la più grande area urbana d’Italia a non aver mai visto la Serie A di calcio, mentre le discipline "minori" hanno storicamente annaspato a bassi livelli, con pochissimi picchi. È il paradosso di un centro nevralgico che da tremila anni si affaccia sul Mediterraneo, ma non è mai riuscito a offrire ai propri figli la possibilità di appassionarsi agli sport di mare come vela, canoa o canottaggio; il paradosso di una città in cui non ci si sposta in bicicletta, nonostante una conformazione pianeggiante e 300 giorni di sole all’anno.

In una terra segnata dal trauma industriale, la pratica sportiva è stata a lungo un lusso o un ripiego. Perfino lo stadio, una delle poche strutture urbane capaci di garantire un’aggregazione sistematica e interclassista, con le storiche difficoltà del Taranto calcio aveva ormai smesso di fare da megafono alla comunità.

In questo contesto, i fischi piovuti su Giorgia Meloni durante la cerimonia inaugurale assumono un valore sociologico preciso: il segnale di una città che si riappropria della propria voce e di un confronto politico senza filtri.

Nei quindici giorni dell'evento, la percezione dello spazio urbano è cambiata. La pedonalizzazione temporanea di alcune arterie centrali ha mostrato che le strade di Taranto non sono strette: sono soffocate dalle automobili. Ma ciò che più ha segnato le due settimane dei Giochi è la partecipazione. I palazzetti erano pieni: sold-out per il nuoto, per la scherma e per altre discipline anche nei comuni della provincia. Il tifo non è stata un'esclusiva del calcio. Gli stessi atleti, italiani e non, di sport di nicchia lo hanno detto nelle loro interviste post-gare «Grazie perché a questo tifo calcistico, noi non siamo abituati».

L’immagine più potente resta quella di ragazzi e bambini che hanno riempito gli spalti. Hanno esultato, gridato, chiesto autografi agli atleti come si faceva una volta. Quanto rimarrà loro addosso di questa esperienza? Quanto sarà decisiva questa iniezione di bellezza per la loro crescita? Forse, da domani, vorranno studiare le lingue straniere, chiederanno di praticare scherma o nuoto, decideranno di salire su una barca a vela per riprendersi il mare. O forse resterà solo un ricordo di un’estate della loro infanzia. In tutti i casi, in una città che niente ha da offrire da troppo tempo, questa è una vittoria e niente e nessuno potrà mai buttare giù una vittoria di questa portata.

Guardando la città trasformarsi, mi torna in mente quanto scritto dal saggista catalano Jordi Amat a proposito dei Giochi Olimpici 1992 a Barcellona: «A partire dalla cerimonia inaugurale dei Giochi, noi barcellonesi cambiammo il nostro rapporto con la città». Questo ho pensato la sera della cerimonia d’apertura, guardando lo slogan “il mito diventa futuro”, l’atleta di Taranto che si ergeva imponente sul campo, la cerimonia dell’acqua, le maschere e il coro greco.

Rimangono, sia chiaro, le note stonate e le ombre gestionali. Il racconto mediatico nazionale è stato marginale e svogliato: la Rai ha relegato le dirette a spazi secondari e i quotidiani sportivi hanno preferito il calciomercato per concedere ai Giochi solo trafiletti alla trentacinquesima pagina.

La domanda sorge spontanea: sarebbe stato lo stesso se questo evento si fosse disputato a Milano? A questo si aggiungono i cronici ritardi organizzativi – emblematico il ricorso alle navi da crociera al posto del Villaggio Atleti – e gli interrogativi sulla futura gestione degli impianti. Il rischio che la dote pubblica si traduca nell'ennesima privatizzazione o nel degrado è reale.

Eppure, al netto di tutto, Taranto ha dimostrato una fame disperata di spazi e momenti condivisi. Al di là delle medaglie e dei bilanci d'immagine, la manifestazione ha funzionato nel suo senso più profondo: non tanto come vetrina per il turismo di massa o proiezione verso l'esterno, quanto come investimento sulla cittadinanza e sulla cultura dello sport. Per una città che ha il dovere primario di affrancarsi dalla monocultura industriale, i Giochi hanno offerto la prima vera traccia per immaginare il futuro.


  • Umanista. Ama il Sud: d'Italia, d'Europa, del mondo.

Ti potrebbe interessare

Dallo stesso autore

Newsletter

pencilcrossmenu