
Christian Horner è l'uomo giusto per la Ferrari
Perché Horner, manager di Leamington S.P.A., sarebbe la prima scelta vincente di Ferrari da diversi anni a questa parte.
Everybody is a Ferrari Fan
“Sono sempre stato un semplice dipendente, ho passato 21 anni seduto al muretto e non ho bisogno di tornare a farlo. A questo punto della mia vita, c’è solo un team per cui accetterei di non avere una partecipazione azionaria. La Ferrari è il marchio più importante della Formula 1. È il sogno. E possiamo dire che sia il gigante addormentato della F1. Sento di avere ancora un altro ballo da ballare. E Toto ha bisogno che gli si arruffino i suoi fottuti capelli...”.
Così Christian Horner, pochi giorni prima del weekend di F1 di Baku, in un’intervista concessa al Times. In una manciata di frasi il manager britannico, che con Red Bull ha fatto la storia del Motorsport (8 titoli piloti, 6 titoli costruttori, 124 Gran Premi vinti, 107 pole position, 287 podi; 2° Team Principal più vincente di sempre contando le singole gare, 4° contando i campionati), ha lanciato una bomba destinata ad agitare le acque del paddock per le prossime settimane.
Con una spaventosa tranquillità, Horner si candida al ruolo più ambito e temuto di tutti, quello che, nell’immaginario popolare, oltre all’allenatore della Nazionale, vogliono ricoprire 60 milioni di italiani: essere alla guida del Cavallino Rampante e riportarlo al successo.

Al netto delle parole romantiche del manager britannico riguardo la storia e l’iconicità di lavorare per Ferrari, è giusto sottolineare due aspetti: dopo aver fallito l’acquisizione del 24% delle quote di Alpine, per l’ex fautore degli anni d’oro di Red Bull le possibili vie d’accesso per un ritorno nel circus sono molto poche, con (forse) solo Aston Martin oltre a Ferrari a non avere un futuro completamente definito a lungo termine.
In secondo luogo, per quanto la pressione a Maranello sia enorme, è paradossalmente il luogo in cui un fenomeno come Horner vincerebbe in partenza: se dovesse riportare un titolo mondiale alla Rossa entrerebbe ancor più nell’Olimpo dei più grandi (se non addirittura il più grande) di tutti i tempi, se dovesse fallire avrebbe comunque le spalle discretamente coperte dalla conclamata incapacità gestionale che domina in Ferrari dal post-Domenicali (gli ultimi anni di Montezemolo, la sciagurata gestione Marchionne e l’attuale perdente Elkann).
Ma allora, perché il Cavallino dovrebbe ripartire per l’ennesima volta da zero e buttare all’aria tutto per Horner, sapendo che esistono problemi anche a piani più alti di quelli del Reparto Corse? La risposta è semplice: Christian Horner è una delle uniche due persone (l’altra possiede un terzo delle quote Mercedes AMG F1 Team, quindi va esclusa a priori) su 8.3 miliardi presenti sulla Terra a poter riportare Maranello sul tetto del mondo.
Frederic Vasseur, un mediocre
“Le cose stanno così, ma non dipende da me. Il signor Horner sta cercando un lavoro e lo sanno tutti, ovunque. Ma cosa posso fare? Cerco di dare il massimo per spronare la squadra, per motivarla. Ma ad ogni intervista, 25 volte al giorno, torniamo su questo argomento. Lavorare con lui? Dovete chiederlo alla mia assistente…”.
Così Frederic Vasseur, attuale Team Principal della Ferrari, ha risposto alle voci sul possibile avvicendamento con Horner, alludendo al caso del 2024 riguardo l’accusa di molestie mossa da parte di una dipendente di Red Bull al nativo di Leamington S.P.A. (siamo tutti garantisti: Horner è stato prosciolto da tutte le accuse, sia penali che quelle interne al team di Milton Keynes). Il manager di Draveil appare sin da subito nervoso e stizzito dalle voci che circolano sul futuro, dall’assenza di dichiarazioni ufficiali o ufficiose del board rosso per rassicurare la sua posizione. Le indiscrezioni degli ultimi giorni non fanno altro che dar seguito all’instabilità di Vasseur.
I pessimi rapporti con l’AD Benedetto Vigna e con gran parte del team (secondo il sempre ben informato Giorgio Terruzzi, al francese sarebbe stato affibbiato il soprannome di Napoleone, a causa del modo arrogante e sprezzante di guidare la squadra) starebbero facendo riflettere la proprietà, che starebbe guardando sia una soluzione interna (d’Ambrosio, attuale vice Team Principal, o Piero Coletta, al comando del reparto GT) sia a un esterno (Horner appunto).

C’è anche da dire che, per quanto criticabile, è difficile dare torto alla dirigenza di Maranello: Vasseur, arrivato nel 2023 dopo la cacciata a furor di popolo di Binotto, non solo non ha mai portato il team a competere per i campionati (se non sul finire del 2024: quasi per caso, la Rossa, pur non essendo la macchina migliore, si è trovata in corsa per il Costruttori), ma ha anche operato una gestione del reparto tecnico curiosa (la Ferrari ha perso ingegneri di livello come Zimmermann, Cardile, Jock Clear, Lars Schmidt e Simone Resta, riuscendo a firmare, come big, praticamente solo Loic Serra e Sanchez), oltre a rivelarsi pessimo anche a livello comunicativo.
Le continue risate ai microfoni dopo le figure indegne in pista, il “puntar tutto sul 2025” rapidamente trasformato in “puntiamo sul 2026 e il cambio regolamento” (con Ferrari che fabbrica il peggior di gran lunga motore del paddock), il mantra “la macchina c’era, i piloti non sono riusciti a mettere tutto insieme” non vero (Ferrari, nell’interregno Vasseur, è stata prima forza forse per due gran premi su più di 80) e fastidioso.
Non c’è mai una vera assunzione di responsabilità, sempre scaricate sull’unica cosa che funziona a Maranello, i piloti, sui quali si potrebbe scrivere un libro riguardo l'inspiegabile gestione (sia Leclerc-Hamilton che Leclerc-Sainz). Colui che doveva far fare alla Scuderia l’ultimo passo per il Mondiale l’ha invece impantanata nel fango della mediocrità. La Ferrari, per strutture, reparto tecnico, prestazioni e risultati, è più vicina all’Alpine che alle prime della classe. Una disasterclass totale.
Chi meglio di tutti descrive l’avventura del francese in Rosso è Pino Allievi che, un anno fa, dopo una pessima figura proprio in Azerbaijan, disse: “Qui il primo che non ha capito cos’è la Ferrari, è ancora Vasseur”. Si evidenzia la ridicola abilità comunicativa del manager, che accampa scuse continue invece di ammettere il lavoro incredibilmente insufficiente fatto dalla squadra che lui stesso ha costruito, sia in fabbrica che nella gestione dilettante dei weekend.
È naturale che cambiando solo Vasseur non cambierà la vita (come ha detto Maurizio Arrivabene nei giorni scorsi, un altro che da Maranello ci è passato, "non è un solo uomo che può fare la differenza"), ma i risultati e l’immagine della Ferrari nel quadriennio 2023-2026 invocano un cambiamento rapido e lo invocano con un top nel ruolo, non con una soluzione interna (come fu Binotto) o con un manager di medio-basso livello (come Vasseur). Servono i migliori.
Fiducia incondizionata
Dato per assodato che Vasseur e Horner non possono coesistere in una struttura simil McLaren con Zak Brown e Andrea Stella, è chiaro che, qualora Ferrari dovesse decidere di investire sul britannico, dovrebbe venir meno ad alcune regole non scritte che hanno colpito tutti i Team Principal del post Todt. La prima, la più importante: dare fiducia incondizionata e tempo, tanto tempo a Horner, che avrebbe l’arduo compito di ricostruire un team a sua immagine e somiglianza.
La seconda: dargli potere e spazio illimitato, permettendogli di scegliere uomini (lui che aveva costruito Red Bull sul genio di Newey, un altro degli obiettivi clamorosamente mancati da Vasseur, e sul talento di Wache, Rob Marshall, Enrico Balbo, Alessandro Germani e Ben Waterhouse) e processi di lavoro senza far fronte alle ingerenze di amministratore delegato e proprietà. La scelta, se fatta, dev’essere coerente e sostenuta fino in fondo. Il britannico va messo nelle condizioni migliori possibili per lavorare e nessuno, piloti compresi, deve avere la possibilità di influenzare le sue scelte: Horner è storicamente un uomo solo al comando e, per funzionare, deve rimanere tale.
Proprio nell’intervista al Times, l’ex Red Bull lancia spunti interessanti, che dovrebbero essere un’ulteriore motivazione per fare di tutto per assicurarselo: parla della Ferrari con stima ma anche ammirazione, mostrando un sorprendente stimolo per uno che ha vinto, stravinto e rivinto tutto (forse, come detto sopra, anche perché non ha niente da perdere).
In più fa riferimento anche all’amico-nemico di sempre, Toto Wolff: neanche troppo velatamente, Horner mostra l’inadeguatezza di Vasseur a livello politico (incapace di mettere pressione alla Federazione riguardo la zona grigia sfruttata da Mercedes nel costruire il motore e addirittura in grado di subire l’unica direttiva tecnica stagionale, che ha tagliato le gambe ad una delle poche note liete della SF26, la reattività e l’enorme competitività in partenza) e ricorda invece ai vertici della Scuderia, se mai ce ne fosse bisogno, la sua abilità, culminata con quel “if you got a problem change your fucking car” datato 2022 che risuona nelle orecchie di milioni di fan.
Ferrari ha oggi un’occasione enorme, forse mai avuta così grande negli ultimi vent’anni: il miglior manager dell’ultimo ventennio del paddock libero e che si propone pubblicamente, l’uomo che sarebbe la prima vera pietra per la rinascita dopo anni di progetti tecnici morti sul nascere: mai un vincente del genere si era posto così nei confronti del team di Maranello. Sta solo ed esclusivamente alla Rossa sceglierlo, avendo soprattutto il coraggio di mettersi in discussione e cambiare metodi e persone ritenuti per troppo tempo intoccabili in nome di quella storia che sta venendo sempre più macchiata dai risultati delle ultime stagioni.
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