
Juventus, il tassello mancante: errore o scelta?
In casa Juventus manca, da troppo tempo, un centrocampista con determinate caratteristiche.
Estate 2015, Vinovo, allora quartier generale della Juventus. La Vecchia Signora, fresca vincitrice del quarto Scudetto consecutivo e della sconfitta per 1-3 nella finale di Champions League di Berlino, ha appena salutato tre pilastri delle ultime annate: Tévez (finito al Boca), Vidal (al Bayern) e Pirlo (direzione MLS).
Se i primi due vengono sostituiti, quantomeno sulla carta, da Dybala e Khedira, altrettanto non si può dire dell’ex Milan. La dirigenza bianconera, proprio in quell’estate, lancerà una moda tutt’altro che invidiabile (che, per uno strano concetto di coerenza, verrà portata avanti anche dalle successive dirigenze fino ai giorni nostri) e memorabile: la ricerca spasmodica di centrocampisti di interdizione, abili in fase di non possesso e con qualche gol nei piedi, ma scarse capacità di essere impattanti in un sistema di gioco moderno e di possesso.
Da quell’estate ad oggi, arrivano, tra gli altri: Rincón, Matuidi, Emre Can, Rabiot, McKennie, Locatelli, Zakaria, Thuram e, ultimo, Pape Sarr. Le eccezioni sono solo due: Paredes, acquistato nel 2022, che non vedrà quasi mai il campo per le ragioni più disparate, e Pjanić, arrivato come mezzala/trequartista dalla Roma e trasformato non senza difficoltà nel regista della squadra (solo in una mediana a 2 con Khedira/Emre Can o Matuidi), limitandone alcune caratteristiche.
Sembra folle, eppure sono 11 anni che la Juventus cerca il sostituto di Pirlo. O meglio: sono 11 anni che la Juventus riempie allo sfinimento due dei tre buchi del centrocampo lasciando costantemente vacante quello del vertice basso. Come se un automobilista continuasse ad acquistare pneumatici con la consapevolezza che la sua auto è priva del motore.
La polvere sotto il tappeto
A prima vista appare quindi curioso che, per diverse stagioni, la Juventus sia comunque riuscita a mantenere forte il suo dominio sul Belpaese, nonostante una mancanza strutturale di questo livello.
Le motivazioni però sono assai diverse: in primis, pur privi di un play puro, i bianconeri hanno avuto in rosa giocatori in grado di adattarsi al ruolo di registi della squadra in fase di possesso. Pensiamo ad esempio ad Higuaín (“alla Juventus facevo il centrocampista centrale” disse il 9 bianconero alla Bobo TV, evidenziando come si sia dovuto sacrificare oltremodo in fase di costruzione), Dybala (con lui riscoprimmo il termine tuttocampista, che probabilmente lo distrusse fisicamente e ci ha impedito di vedere un giocatore, potenzialmente, da 20-25 gol e 10 assist stagionali se avesse giocato 15 metri più avanti) e Bonucci, da sempre un centrocampista prestato alla difesa.
Questi giocatori - in una squadra che, fino a Cardiff, era sempre stata costruita in maniera funzionale - hanno nascosto il problema della mancanza del centrocampista di qualità. Il problema, naturalmente, è emerso dopo: col diminuire del livello tecnico del resto della squadra, unito a campagne acquisti fatte a caso e allenatori e DS cambiati come le mutande, la Juventus si è ritrovata ad avere una sfilza di mezzali di contenimento senza la benché minima possibilità di essere un fattore positivo in fase di possesso.
Si citi, in questo contesto, anche Angel Di María: l’esterno offensivo sulla carta più forte passato in Italia degli ultimi 15 anni, chiamato a salvare la baracca ma con compiti del tutto nuovi e inadatti a un calciatore della sua età e con le sue caratteristiche. L'argentino è stato messo a fare la mezzapunta nel 3-5-1-1 con ai lati Kostić e quel che restava di Cuadrado, con l'unica idea che recitava più o meno Palla a Di Maria e incrociamo le dita. Cosa poteva mai andare storto?
I risultati sono quelli che ancora vediamo: squadra piatta, lenta, orizzontale e mai verticale, che fa una fatica allucinante a creare lo spazio per un’azione pulita perché tecnicamente è limitata. In più, si limita anche la fase difensiva: nonostante quello che ci viene propinato in Italia da sedicenti addetti ai lavori, nell’ormai 2027 la fase difensiva di una squadra di livello è fatta soprattutto dal difendere con la palla (e non senza: i blocchi bassi funzionano solo a piccolissime dosi), perché, a rigor di logica, se una squadra ha il possesso del pallone è impossibile prenda gol.
Se una squadra è costituita da giocatori che danno il meglio di sé quando non sono in possesso di questo oggetto così pericoloso da tenere nei piedi, è impossibile pensare di raggiungere gli obiettivi elitari che da sempre e per sempre sono da associare alla Juventus.
Accanimento terapeutico
Nel 2026, al netto dell’infortunio che lo terrà fuori per diversi mesi, il centrocampista titolare della Juventus è Manuel Locatelli. Il #5 bianconero, arrivato nell’estate 2021 dopo un’ottima annata con De Zerbi a Sassuolo (nella quale non faceva il mediano ma la mezzala a fianco di un giocatore come Maxime Lopez), è stato costantemente il perno di tutti i centrocampi della Juventus con tutti gli allenatori passati dalla Continassa (Allegri, Motta, Tudor, Spalletti), andando a occupare il ruolo di vertice basso.
In tutti questi ann, Locatelli ha dimostrato che, nonostante una buona fase di interdizione e la capacità di fare da filtro a centrocampo, non possiede assolutamente le doti tecniche per ricoprire quel ruolo. Incredibile pensare che due allenatori del calibro di Spalletti (che a Napoli ebbe Lobotka e all’Inter creò Brozović regista) e Allegri (che lì ha spesso giocato col giocatore tecnicamente più forte della squadra a costo di snaturarlo, vedasi Pjanić) non abbiano spinto sulla risoluzione di questo problema, ovvero l’acquisto di un play e lo spostamento dell’ex Milan da quella zona di campo che, soprattutto in fase di possesso, non gli può competere.
L’insistenza sul numero 5, causata anche dalla mancanza di alternative e dal fatto che i compagni di reparto si siano trovati sempre in qualche modo indietro per i più diversi motivi rispetto al capitano bianconero, è stata deleteria non solo per la squadra ma anche per il giocatore stesso, risultato oltre che non all’altezza anche la timida ombra del giocatore di Sassuolo e di Euro 2021.
In verità, nell’inverno 2021-22, qualche partita del vecchio Locatelli si è vista, guarda caso quando faceva la mezzala a fianco di Arthur, giocatore per certi versi simile a Lopez. Questa soluzione è stata accantonata in fretta, forse proprio perché funzionava; si è deciso di acquistare, guarda un po’, l’ennesimo centrocampista di interdizione, tra l’altro scaricato 6 mesi dopo: Denis Zakaria.
Con la rivalutazione di Douglas Luiz, nelle prime giornate, a Locatelli sono stati tolti diversi compiti in fase di possesso. La Juve non ha ovviamente svoltato dall’oggi al domani, anche perché nemmeno Luiz è il pezzo mancante; lo può essere adattandosi, ma senza attendersi risultati straordinari. Ciò ha reso leggermente più fluida la manovra, anche se ancora distante anni luce da quello che richiede il calcio oggi.
Bastian contrario
Nel giugno 2025, Maurizio Sarri, intervistato da Alfredo Pedullà, in un passaggio afferma: “In Italia si sta sventolando che il calcio vincente è il calcio diretto, bisogna andare subito con un passaggio sul dischetto a costo di tirare una pallonata. Poi vado a vedere i top d’Europa a livello nazionale: Portogallo e Spagna, due squadre di palleggio. Vado a vedere il vincitore della Champions: PSG, squadra di palleggio. Che stanno guardando questi commentatori?”.
Siccome tutto il mondo è paese, questa affermazione è applicabile benissimo alla Juventus di oggi e chi la costruisce: mentre tutta Europa allestisce squadre tecniche, piene di centrocampisti di qualità e non di sostanza, i bianconeri, per coerenza, o per bilanciare, hanno fatto scorta di tutte le mezzali di interdizione del continente.
Quando anche in Italia quasi tutti si stanno adattando a queste richieste del calcio moderno (l’Inter con Çalhanoğlu, il Napoli con Lobotka, il Como con Ricci, Perrone e Caqueret, o anche banalmente il Parma con Bernabé), l’unica conservatrice e restia ad un cambiamento che è diventato necessità pare proprio la Vecchia Signora (e menomale che il motto era Live Ahead).
I risultati, come già detto, sono impietosi: squadra lenta, passiva, piatta e prevedibile nell’ultimo terzo di campo. La considerazione finale è sempre la stessa: per fare il salto, quella che va cambiata è la mentalità conservatrice e attendista di intendere il calcio in casa Juve, puntando sulla qualità dei giocatori e non sull’impatto nell’immediato o sullo strapotere fisico. Bisogna accettare il fatto, se si vuol tornare a vincere, di poter diventare una squadra di palleggio.
Ti potrebbe interessare
Dallo stesso autore
Newsletter
Iscriviti e la riceverai ogni sabato mattina direttamente alla tua email.














