
Lo strano caso di Rolando Mandragora
Come e perché Mandragora sia, tra le altre, il giocatore con più presenze europee della Fiorentina.
Mandragora è un giocatore "strano". Sia dal punto di vista tecnico, sia andando a soppesare il suo impatto specifico come calciatore: piano emotivo e razionale sembrano fare a pugni in un incontro che finisce per lasciare storditi e sfiniti entrambi sul ring. I suoi 4 anni alla Fiorentina sono la sublimazione: Rolly, fresco di ritorno al Torino dopo le stagioni in viola, è entrato nella storia del club gigliato in qualità di suo, attuale, capocannoniere nelle competizioni europee.
All'inizio dell'estate 2022, prima ancora dell'apertura ufficiale della finestra trasferimenti, in casa viola scoppia il caso Torreira. L'uruguaiano, in prestito dall'Arsenal, è al centro di una frizione tra la dirigenza della Fiorentina, il procuratore e il club londinese. Ci sono di mezzo un accordo già trovato ma le cui commissioni risultano troppo esose, e un timido tentativo di ritrattare il prezzo pattuito del cartellino per il riscatto. Come da tradizione, la cosa divenne un processo inquisitorio (l'allora presidente Rocco Commisso per mesi tuonò contro il malcostume degli agenti FIFA, mentre il DS Pradè operava sul mercato facendo leva sui buoni uffici dei vari intermediari) e portò alla chiusura, inaspettata, dell'avventura viola del giocatore dopo solo un anno.
Da un lato, c'era la convinzione (sic) che Amrabat, apparso rinfrancato nelle ultime gare del 2021/22, potesse finalmente esser un investimento messo a frutto; dall'altra, però, c'era il dubbio (sic!) che il marocchino non potesse sostenere le consegne di un regista nell'assetto tattico impostato da Italiano. Amrabat, non senza fatica ed equivoci, riuscirà ad imporsi come vertice basso di un 4-3-3 sempre più fluido, verticale e tendente a ruotare in un 4-2-3-1; Mandragora, i cui test in veste di regista della squadra avranno esiti disastrosi, viene convertito in mezzala di possesso.
Ossia, in qualcuno in grado di sostenere la circolazione di palla sul corto meglio di Amrabat, e che da un lato ne compensasse l'irruenza delle aggressive difese in avanti, dall'altra lo sollevasse da ogni tipo di compito nell'ultimo terzo. La Fiorentina, che nella parte di stagione precedente al Mondiale fa fatica, inizia progressivamente a rinfrancarsi nelle prestazioni e nei risultati.

Per Rolly è la svolta, che perlomeno a Firenze ne segnerà l'evoluzione di ruolo e una longevità inaspettata. Le qualità del mancino di Mandragora diventano via via sempre più appariscenti sotto il profilo balistico, tanto da aumentarne negli anni lo score realizzativo: 4 reti la prima stagione, 5 la seconda, 9 la terza e 8 (di cui 7 in campionato) nell'ultima.
26 reti complessive in 4 anni, contro le 12 nelle prime 8 stagioni da professionista. Il giocatore vede sempre più accrescersi le consegne della mezzala d'incursione, demandando via via i compiti in costruzione e palleggio ad altri giocatori (da Arthur al duo Adli-Cataldi fino a Fagioli): Mandragora non è più un regista, o quantomeno per una squadra – sulla carta – con ambizioni da piazzamento europeo non può più esserlo.
Qui inizia lo strano caso di Rolando Mandragora. Quello di un giocatore sulla carta mai dato come centrale nel sistema Fiorentina di anno in anno, ma al massimo come una preziosa, utile e affidabile alternativa; una casella dove nei famigerati giochi delle coppie nelle rose di squadre che giocano le competizioni europee, ha in lui il nome tra parentesi, in piccolo, che aspetta di esser riempita da un profilo tecnico più completo.
E invece Mandragora è sempre poi finito per imporsi nel marasma tecnico della Fiorentina, diventando al contempo soluzione temporanea ai problemi e rappresentazione plastica di un contesto che, annaspando in mille disfunzionalità, non riusciva a crescere.
Il dato più curioso e forse rappresentativo sono le particolari statistiche internazionali di Mandragora alla Fiorentina. Il giocatore, ceduto (quasi scaricato) al Torino e già autore del gol dell'ex, fresco di ritorno in Nazionale dopo 8 anni (vecchio pallino di Mancini), è il giocatore con più presenze europee dei viola. 56, tutte naturalmente in Conference League, competizione della quale i gigliati detengono quasi ogni tipo di record (compreso quello di finali perse) senza poi comparire nell'albo d'oro. Non solo: Mandragora è anche 6° nella graduatoria dei marcatori europei della Fiorentina, a quota 9 reti. Davanti a lui Hamrin (12 reti), Batistuta e Mutu (11), Gilardino e Nico Gonzalez (10).

Magari è un caso, magari no, ma quegli stessi score realizzativi, quel suo stesso peso nell'11 titolare, sembrano tutti fattori che finiscono per avere un rapporto inversamente proporzionale al rendimento della Fiorentina. Mandragora tocca il record di reti in campionato in un anno in cui la Fiorentina si salva solo nelle ultime giornate.
Nella stagione precedente, quella delle 8 vittorie di Palladino, segna la prima rete in Serie A a febbraio, su rigore, in Inter-Fiorentina 2-1: siamo a pochi giorni dal recupero di quel Fiorentina-Inter sospeso e rinviato per il malore di Bove, gara poi vinta clamorosamente 3-0 dai viola, ma siamo anche agli inizi della fase calante di quella squadra, destinata ad arenarsi nella corsa Champions fino a ottenere a fatica il posto in Conference all'ultima giornata. E qui Mandragora, che nella prima parte di stagione era stato considerato una riserva di Adli e Cataldi, ricomincia a scalare posti nelle gerarchie, andando a segno altre 6 volte nel giro di poche settimane.
Ad aggiungere un ulteriore pizzico di surrealtà, c'è la qualità delle reti. Quel mancino che in altri tempi era servito soprattutto a garantire precisione per l'impostazione sul lungo, in viola diventa strumento per genio e sregolatezza balistica. C'è il gol con l'Atalanta nella semifinale d'andata di Coppa Italia 2023/24 (vinta 1-0, la Fiorentina sarà poi eliminata a Bergamo), c'è la rovesciata con cui i gigliati l'anno seguente battono 2-1 l'Empoli nel derby. Per non parlare di questa staffilata, in una delle più improbabili e allucinanti sconfitte della Fiorentina di Italiano a Lecce.
E ancora (come se avesse un conto in sospeso con la Juventus), il gol nel 2-0 della scorsa stagione, coi viola ormai salvi ma che di fatto costa il quarto posto ai bianconeri. E quello sempre alla Vecchia Signora nel 3-0 che vale l'esonero di Thiago Motta, dove il suo taglio dentro e il suo mancino a incrociare sono secondi solo all'assist di esterno di Fagioli. Uno dei momenti "alti" di quell'altalenante stagione della Fiorentina.
Tutta così, la carriera di Mandragora alla Fiorentina, dove i picchi portano soddisfazioni fugaci, dove alla fine resta una sensazione di inadeguatezza rispetto a un obiettivo più alto, suo e dei suoi compagni. In fondo, per quanto fatto in maniera brusca e non senza strascichi, il ritorno di Mandragora al Torino (e forse al suo ruolo originario di playmaker) è un momento simbolico di cesura necessario. Il suo addio è più di altri l'emblema della chiusura – forse – di un ciclo da "vorrei ma non posso" che ha contraddistinto l'ultimo decennio della Fiorentina. O, quantomeno, di un gruppo che è sempre andato vicino al traguardo senza tagliarlo mai.
Non che il giocatore in questo momento non potesse tornare utile ai viola: nella rivoluzione di organico lanciata da Paratici (e inspiegabilmente affidata a Grosso, salvo un rapido e clamoroso ritorno sui propri passi con Vanoli), tra tanti attori del centrocampo viola, un profilo tecnico-tattico di contorno, un giocatore abbastanza intelligente da orientarsi e muoversi in funzione dei compagni e dotato sul piano tecnico per dialogarci con efficacia, pare mancare tra i numerosi a disposizione. Tant'è che Vanoli, pur da subito in grado di rianimare il gruppo e di capire meglio del predecessore almeno una parte delle potenzialità dei suoi, ha ancora da lavorare per capire quale possa essere l'assetto migliore.
Alla fine il quadriennio di Rolly a Firenze, periodo segnato da così tanti gol e presenze, non poteva davvero né proseguire né chiudersi in maniera più piacevole (tenendo conto degli stracci volati la scorsa stagione). In fondo, stava già tutto scritto da Praga, quando allo scoccare del 72' è lui a sparare a lato la palla del 2-1. L'uomo sbagliato al momento giusto. Che il suo primo gol dal ritorno al Toro sia arrivato proprio contro la Fiorentina è la naturale fine del tutto.
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