
Sandro Mazzola è stato la storia del calcio italiano
Frammenti di una vita da romanzo, che parte dal padre Valentino Mazzola e attraversa alcuni dei momenti più luminosi del nostro calcio.
Siamo nella pancia dello Stadio Filadelfia di Torino. A difendere i pali c'è Valerio Bacigalupo, numero 1 del Grande Torino, 4 volte campione d'Italia, squadra considerata tra le migliori non solo dell'epoca, ma dell'intera storia del calcio, il cui ricordo vive tra le foto sbiadite dei tempi e i racconti di cronisti che non camminano più tra noi.
Partendo dal dischetto del rigore, il pallone sfila via piano, rotolando placido verso la porta, con una traiettoria nemmeno troppo angolata. Per un portiere del valore del Baciga sarebbe un gioco da ragazzi distendersi e bloccare la sfera; per qualche motivo, però, il suo tuffo sembra poco convinto, il movimento del corpo innaturale, forzato, e il pallone gli passa quasi magicamente tra il busto e il braccio, per poi finire in rete.
Di fronte a Bacigalupo, c'è un bambino che esulta urlando e saltellando, perché ha appena segnato un gol al portiere della sua squadra del cuore, la squadra in cui gioca suo padre. Bacigalupo si alza, accarezza la testa del piccolo Alessandro con il guantone e si rimette in porta, pronto a far divertire ancora il piccolo, nell'attesa che suo padre esca dagli spogliatoi e, terminato l'allenamento, lo riporti a casa.

Per parlare di Sandro Mazzola, bisogna necessariamente partire da suo padre Valentino, capitano e leader del Grande Torino, considerato uno dei migliori calciatori italiani di sempre. Prima di ritrovarsi coinvolto nella Tragedia di Superga, che lascerà orfani i piccoli Sandro e Ferruccio, Valentino Mazzola era il giocatore più influente del suo tempo, e solo da poco tempo era riuscito a diventare un punto di riferimento anche della nazionale italiana, con la quale avrebbe sicuramente partecipato ai Mondiali del 1950.
Da lì, cambia tutto per i piccoli Mazzola, che assieme alla madre lasciano Torino per accasarsi a Cassano d'Adda, nella zona metropolitana di Milano, città natale di Valentino. Sandro gioca a calcio con gli altri bambini fuori dall'oratorio, ma il suo sogno è un po' diverso da quello dei suoi coetanei: "Tutte le sere pregavo Dio di farmi diventare come mio padre, e anche di farmi morire giovane come lui", confesserà Sandro nel 2014 in una bellissima intervista di Nicola Calzaretta, pubblicata sul Guerin Sportivo.
Chiudiamo gli occhi, per poi riaprirli quando Sandro Mazzola è già diventato un giovane calciatore dell'Inter, squadra che ha letteralmente adottato lui e suo fratello Ferruccio. Tra i responsabili del vivaio nerazzurro, Sandro incontra colui che era stato uno dei pochissimi a potersi sedere, calcisticamente parlando, alla stessa tavola di papà Valentino: si tratta di Giuseppe Meazza, due volte campione del mondo, colui al quale verrà ufficialmente intitolato lo stadio di San Siro.
L'aura emanata da Meazza era tale da abbagliare Sandro e i suoi compagni, che di nascosto si recavano ad ammirarlo quando allenava la Primavera, unica squadra per la quale Pepin si toglieva gli abiti borghesi per indossare tuta e scarpini. "Per noi era una specie di dio del calcio: sembrava che accarezzasse il pallone e invece tirava delle botte a cento all’ora", racconterà Sandro alla Gazzetta nel 2017.
Stiamo arrivando a piccoli passi a un assunto che sta, e deve stare, alla base di ogni discorso che riguardi il fantasista nerazzurro: Sandro Mazzola è stato un Campione con la C maiuscola. A parlare per lui non sono solo le sue vittorie, ma anche e soprattutto ciò che lo stesso Mazzola faceva vedere in campo, domenica dopo domenica: parliamo di un calciatore incredibilmente moderno e versatile per la sua epoca, un tipo di giocatore che, dopo il suo ritiro, l'Italia non è più riuscita a produrre. L'unica eccezione, seppur con una fisicità differente da quella di Mazzola, risponde al nome di Francesco Totti.

Prima Pettirossi, poi Brambilla. Questi i due cognomi che accompagneranno Mazzola durante la prima parte della sua carriera. "Se si chiamasse Pettirossi, giocherebbe nel Pavia", affermavano i critici quando ancora il suo talento non era emerso con chiarezza; "Se si chiamasse Brambilla, non sarebbe qui", davano spago i tifosi nerazzurri più esigenti, quando le sue prestazioni non erano — a loro avviso — all'altezza non solo della maglia, ma anche del cognome che portava.
L'etichetta del raccomandato lo accompagna fin da quando nel 1961, all'ultima di campionato, un taxi mandato dall'Inter lo aspetta fuori dalla scuola, con un permesso speciale per farlo uscire alle 11:15. Sandro frequenta il quarto anno di ragioneria, ma l'Inter ha bisogno di lui per la partita contro la Juventus già campione d'Italia: in protesta con la federazione per aver imposto la ripetizione della gara, la società aveva deciso di schierare i ragazzi del vivaio al posto della prima squadra.
La Juve ovviamente stravince, Omar Sivori segna 6 gol, ed è proprio Mazzola, su rigore, a siglare l'unica rete nerazzurra. Ma l'emozione più grande era arrivata a inizio gara quando, durante lo scambio dei gagliardetti, si era avvicinato a Sandro il capitano bianconero Giampiero Boniperti, altro totem del nostro calcio. "Ho giocato in Nazionale con tuo padre. Il più grande di tutti": poche parole, quelle di Marisa, ma sufficienti per far tremare il giovane Sandro.
Chiudiamo ancora gli occhi e riapriamoli tre anni dopo, per la precisione il 27 maggio del 1964. Sandro, nel frattempo, è diventato un punto di riferimento dell'Inter di Helenio Herrera, in procinto di passare alla storia come la Grande Inter. Non lo ha fatto da centrocampista offensivo, il ruolo di Valentino e dunque il prediletto, bensì da attaccante, ruolo cucitogli addosso dal Mago e interpretato da Mazzola in modo atipico, antesignano del falso 9 contemporaneo.
Siamo a Vienna, Stadio Prater (non ancora intitolato a Ernst Happel, ai tempi ancora in vita), e nella finale della Coppa dei Campioni si affrontano l'Inter e il Real Madrid, cinque volte vincitore del trofeo. La linea avanzata dei madrileni annovera campioni senza tempo come Alfredo Di Stéfano, Paco Gento e Ferenc Puskás; il ventiduenne Sandro si ferma estasiato a guardare quelli che considera semidei, tanto che serve una vigorosa pacca sulla spalla per farlo tornare alla realtà. "Noi andiamo a giocare la finale, tu vieni?", lo apostrofa Luis Suárez, imboccando l'uscita del tunnel degli spogliatoi.
L'austriaco Josef Stoll fischia l'inizio, e tutto il timore reverenziale sparisce di colpo in Sandro: è lui, al 43', a rompere gli indugi e gli equilibri, con un'imprendibile sassata di destro da fuori. L'Inter raddoppia con Milani, il Real accorcia grazie all'acrobazia di Felo, ma al 76' Mazzola approfitta di un errore di Santamaria, si incunea in area e batte ancora il portiere Vicente. Con 7 gol, di cui due in finale, Sandro Mazzola è capocannoniere della Coppa dei Campioni in coabitazione con Puskás; prima di andare ad alzare il trofeo assieme ai compagni, è proprio l'asso ungherese ad avvicinarglisi. "Bravo, sei degno di tuo padre", lo incorona il 10 madrileno, con tanti saluti a Brambilla e Pettirossi.
C'è chi fa coincidere quasi del tutto la storia di Sandro Mazzola con quella dell'Inter di Herrera, e i 3 scudetti (il quarto lo vincerà nel 1971 con Invernizzi in panchina), le 2 Coppe dei Campioni e le 2 Intercontinentali fanno pensare che, in effetti, potrebbe non essere una sintesi così sbagliata. C'è però un altro Mazzola, quello ammirato durante la sua seconda parte di carriera in nerazzurro e in nazionale, un Mazzola che oggi definiremmo tuttocampista a dispetto di un fisico che non assoceremmo mai a tale ruolo, e che tante critiche gli valse dalla feroce stampa dell'epoca.
Nel vedere Mazzola caracollarsi in giro per il campo da gioco, si ha l'impressione che egli possa spezzarsi da un momento all'altro; complice la maglia sotto i pantaloncini, le sue gambe lunghe facevano da contraltare a un fisico minuto, con appena 63kg distribuiti su quasi un metro e ottanta di altezza. Inevitabile, per Gianni Brera, affibbiargli il soprannome di Abatino, che era già toccato a Gianni Rivera e a Giacomo Bulgarelli, a indicare un calciatore troppo esile e dunque poco avvezzo allo scontro fisico.
L'abatino Mazzola, però, in campo diventava un gigante e, se con la Grande Inter si è affermato "solo" da falso 9, in nazionale è stato possibile vederlo al 100% delle sue possibilità, in ogni fase, in ogni piega del gioco, anche se sul più bello la sua storia d'amore con la maglia azzurra è stata interrotta da... Montezuma.
Oltre a sganciare missili nella porta avversaria e a rifinire con eleganza e precisione per i compagni, Mazzola si faceva trovare davanti alla difesa per recuperare il pallone in tackle, a metà campo per scambiare palla con i compagni, addirittura all'ala per sfruttare la sua micidiale partenza da fermo. La sua arma principale, utilizzata tanto per andare a rete quanto per liberarsi della pressione o creare superiorità in mezzo al campo, è stata infatti il dribbling: Sandro Mazzola è stato uno dei migliori dribblatori della storia del calcio italiano, profondo conoscitore di un'arte che alle nostre latitudini va ormai perdendosi.
Non immaginatelo prodursi in elastici, doppi passi o altre finte; Mazzola era certamente un calciatore molto tecnico, ma non aveva bisogno di alcun tipo di giocata a effetto per lasciarsi dietro i marcatori. Il dribbling di Sandro giocava tutto su repentini cambi di velocità e direzione, sterzate improvvise, finte di tiro e passaggio, movimenti del bacino che gli avversari non erano soliti aspettarsi da un calciatore mediamente alto per gli standard dell'epoca. Nascono così, dall'incertezza degli avversari, da quel pallone che sembra sempre troppo distante ma d'improvviso torna sotto controllo, le famigerate serpentine, marchio di fabbrica del Mazzola dribblatore.
Tra le migliori partite giocate da Sandro Mazzola in nazionale c'è senz'altro la ripetizione della finale dell'Europeo del 1968, vinta contro la Jugoslavia. Nella prima partita, il ct Valcareggi gli preferisce Antonio Juliano, ma il pareggio con il quale termina la gara costringe le due squadre alla ripetizione, non essendo previsti i tempi supplementari. Due giorni dopo, alle spalle della coppia offensiva Riva-Anastasi, c'è proprio Sandro, che pur senza segnare gol o regalare assist si rende protagonista di una gara talmente folgorante da guadagnarsi un posto nella Top XI della competizione.
Non si può parlare di Sandro Mazzola in nazionale senza parlare della famigerata staffetta con Gianni Rivera in occasione dei Mondiali del 1970. Federico Buffa, nel suo "Storie Mondiali", definisce tale manifestazione come "La storia del Brasile che gioca con cinque numeri 10, mentre l'Italia non se ne può permettere due", in riferimento allo stratagemma orchestrato da Valcareggi per risolvere i problemi di convivenza tra Mazzola e Rivera.
I primi tempi erano sempre appannaggio di Sandro, titolare alle spalle di Boninsegna e Gigi Riva; all'inizio del secondo tempo, l'interista lasciava spazio a Rivera, facilitato — secondo i cronisti dell'epoca — dal grande lavoro di accelerazioni e scatti in profonità di Sandro, capace di "sfiancare le retroguardie" per poi lasciare campo libero al Gianni nazionale. In realtà tale alternanza non nasce da un preciso piano gara o da motivazioni tattiche: come lui stesso ha raccontato al Guerin, Mazzola era debilitato dalla "maledizione di Montezuma", come si è soliti chiamare il potente virus intestinale che colpisce chi beve acqua contaminata da batteri, evento tutt'altro che raro in terra messicana.
L'impiego part-time e la condizione fisica precaria impediscono a Mazzola di recitare da attore protagonista in quell'Italia che si arrampica fino alla finale, superando nel penultimo atto la Germania per 4-3 nella Partita del Secolo dell'Azteca, ennesima gara che Sandro deve salutare dopo il 45' per far spazio a Rivera, decisivo con le sue giocate per la vittoria azzurra. In finale, contro il Brasile di Pelè, Mazzola per la prima volta gioca tutta la partita, mentre Rivera subentra solo a 6' dalla fine; entrambi assistono inermi alla lezione di calcio impartita dai verdeoro, che schiantano gli Azzurri con un inappellabile 4-1.

Siamo partiti da Bacigalupo per arrivare a Gianni Rivera, abbiamo incontrato Giuseppe Meazza, Boniperti, Riva, Gianni Brera, Valcareggi, per non parlare degli assi stranieri come Di Stéfano, Puskás e Pelè. Abbiamo toccato il tetto dell'Europa e quello del Mondo, ammirato giocate che parevano smarrite tra le sabbie del tempo, rivissuto partite che sono passate alla storia di questo sport.
Ora, dopo aver viaggiato con lui, possiamo dirlo con cognizione di causa: Sandro Mazzola è stato la storia del calcio italiano. Quando un calciatore passa attraverso così tante vite, incontra e si misura alla pari con una tale serie di leggende di questo sport, pone la sua firma su eventi che mai saranno dimenticati, lo status di campione forse non basta più, né le bacheche e le hall of fame saranno mai sufficienti a testimoniarne la grandezza.
Sandro Mazzola è stato immenso, talmente grande che riuscirebbe certamente a perdonare chi, in un delirio di onnipotenza, ha deciso di voltargli le spalle in occasione del minuto di silenzio a lui dedicato; non servono ulteriori parole per giudicare chi, con le sue stesse mani, si cosparge di vergogna.
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