
Jim Croce sta ancora lottando contro il tempo
Il 20 settembre 1973 moriva ad appena trent’anni Jim Croce, l’immortale autore di Time in a Bottle.
C’è un'espressione americana molto utilizzata nello sport, ed è what if. Si utilizza per tutti quei talenti rimasti incompiuti, senza mai raggiungere il loro potenziale. E, allora, di quella categoria deve fare parte anche il cantautore statunitense Jim Croce.
Nato nel 1943, innanzitutto Croce è stato – in un certo senso – l’ultimo hobo americano. Non in senso tradizionale, ma certamente emotivo, ha incarnato questo ruolo, come viaggiatore e a volte come cantore per tutte quelle persone incontrate lungo la strada americana. Sempre in movimento da uno stato degli Stati Uniti ad un altro, Croce non si è mai arreso, fino a raggiungere un faticosissimo successo nel 1972. Riesce a toccare la vetta nel corso dell’anno seguente, apparendo in televisione durante il The Midnight Special, il 14 settembre 1973.
Appena sei giorni dopo, il suo aereo per un concerto in Texas non prende abbastanza quota, impattando drammaticamente contro un albero. E Jim Croce, nuovo profeta e futuro per la musica folk americana, perde la vita insieme ad altre cinque persone. Di quel talento rimangono soltanto poche canzoni, e un’eredità artistica stranissima, a partire dal singolo Operator, pubblicato proprio nel giorno della morte.
Il tono di voce di Jim è straordinariamente malinconico ma, soprattutto, scrive come l’autore più sincero mai esistito. I testi emotivi fanno un effetto inspiegabile, specialmente vicino ai baffoni e alla barba ispida, al portamento rude, e a degli occhi – ancora una volta – stranissimi.
Quando canta, Croce guarda fisso intorno al palco, con una particolare lentezza e uno sguardo tenero. Gli occhi si spostano con estraneità nei paraggi e, come quelli di un cieco, appaiono così vuoti. Forse Croce aveva già pianto molto con quei suoi occhi e, quando suona, sempre seduto timidamente con la sua chitarra, se ne sta con un sorriso delicato e un’espressione da santo.
Da quel poco che ci ha lasciato, Poor Happy Jim sembrava un uomo in pace e sentimentale, incastrato dentro un corpaccione che non gli corrispondeva. Trovava valore in qualsiasi elemento e aveva accettato il mondo intero: le persone, la terra, le stelle e anche le ferite; scriveva canzoni come chi ha già vissuto tanto e si guarda intorno con gratificazione. Viveva, veramente, in gran conflitto soltanto contro il tempo, degno avversario all’interno di qualsiasi testo, da combattere attraverso le solite emozioni trattenute.
Jim non era contro quel tempo che va avanti e che fa invecchiare le cose, ma contro un tempo proprio della gente, capace di sfuggire e di lasciare gli uomini soli a trattenere i ricordi. Quel tipo di tempo che diventa unità di misura nella vita delle persone a cui vogliamo bene e che, in effetti, alla fine diviene davvero la carne degli uomini. Per tutto ciò, e per la sua calma riflessiva e assoluta, Jim Croce sembrava essere scritto da Wim Wenders, il regista tedesco.
Proprio attraverso uno dei suoi personaggi più celebri, interpretato da Willem Dafoe nel film “Così lontano così vicino” (1993), aveva enunciato:
«Per gli ambigui, il tempo è ambiguo. Per l'eroe il tempo è eroico. Se sei gentile, il tuo tempo è gentile. Se vai di fretta, il tempo vola via. Il tempo è un servo, se tu sei il suo padrone. Il tempo è il tuo dio, se tu sei il suo cane. [...] Il tempo è senza tempo: sei tu l'orologio».
E se allora fosse vera questa teoria, siccome per Jim il tempo era davvero un conflitto, così il tempo di questo giovane cantautore, morto troppo presto a trenta anni, non poteva che essere della stessa sostanza dei conflitti.
A 53 anni dalla sua morte, Jim Croce galleggia ancora, sospeso nella memoria popolare, come tanti altri tra i più autentici what if americani ed è, ad esempio, nella stessa categoria dell’ormai seminoto scrittore Breece DJ Pancake o dell’irresistibile Len Bias dei Boston Celtics, altri fuoriclasse morti prima che il tempo li potesse consacrare.
Perlomeno, però, nel caso del nostro Poor Happy Jim, resiste ancora la melodia di Time in a Bottle, nelle playlist di tutto il mondo e anche nell’immaginario collettivo. All’interno, Croce annunciava di voler incastrare il tempo all’interno di una bottiglia, per sempre, così da conservare alcune memorie passate al fianco di un’altra persona.
La dedica era al figlio AJ, nato nel 1971, con l’intenzione di salvare ogni ricordo insieme per riviverlo ancora, prima o poi, invecchiando.
Nella realtà, sarà lo stesso figlio AJ, con gravi problemi di vista e praticamente cieco per gli anni dell'infanzia, a trascorrere la vita intera – ancora adesso – nel nome di quel padre mai conosciuto, celebrandolo in giro per gli Stati Uniti e suonando le sue poche canzoni, così da lasciarlo sopravvivere il più a lungo possibile dentro la memoria delle gente.
Esattamente come il padre aveva scritto di fare, nel verso contrario, per lui.
Restano in circolazione alcune lettere di Jim Croce a venticinque anni, dove annunciava di voler mollare tutto e di aver venduto l’attrezzatura musicale, ad eccezione di una chitarra, per preservare il futuro con la moglie. D’altra parte, quando invece nel 1973 la musica andava bene, scriveva di voler interrompere la propria carriera, perché i viaggi lo tenevano lontano dal figlio che non vedeva crescere.
Esistono ancora, poi, quei testi musicali dove Jim Croce, con quell’insolito affetto, ricorda il tradimento da parte del migliore amico, con cui si è purtroppo perso di vista (Operator), o in cui confessa la gratitudine al padre per il cognome, già destinato a resistere negli alberi di pino, nei rospi gracchianti e nei canti degli uccellini (I’ve Got a Name).
E poi, non mi cambieranno mai, cantava.
Dovete proprio ricordare Jim Croce.
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