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Mladic Stella Rossa
, | 14 Settembre 2026

La Stella Rossa, la Serbia e Mladić


Cori e striscioni per Mladic, condannato per genocidio: cosa unisce la Serbia più nera al calcio?

27 agosto 2026, stadio di Plzen in Cechia. Durante il ritorno dei playoff di Europa League contro il Viktoria, i tifosi in trasferta della Stella Rossa di Belgrado espongono uno striscione terrificante con scritto “Generale, eterna gloria e gratitudine”. Successivamente è successo qualcosa di – se possibile – ancora più grave. L’account X ufficiale del club di Belgrado ha repostato lo striscione dei propri tifosi, accompagnandolo con l’emoji del saluto militare.

Ma chi è il generale a cui fanno riferimento sia gli ultras che il profilo ufficiale della Stella Rossa? O meglio, forse dovremmo chiederci chi fosse. Il doppio episodio, infatti, è avvenuto due giorni dopo la morte di Ratko Mladić, condannato all’ergastolo dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja per vari crimini contro l’umanità commessi nella dissoluzione della Jugoslavia.

Neanche due settimane dopo – in occasione del derby di Belgrado, considerato uno dei più caldi al mondo – le tifoserie di Stella Rossa e Partizan hanno messo da parte la loro rivalità per intonare all’unisono cori per Mladić durante il minuto di silenzio disposto su tutti i campi. E i tifosi della Stella Rossa hanno realizzato una coreografia raffigurante il generale con la scritta “Dritti a Potočari”. Anche stavolta, l’account ufficiale del club biancorosso ha repostato tutto sui propri profili social.

I crimini per cui è stato condannato Mladić includono il genocidio per il massacro di più di 8mila ragazzi e uomini bosniaci musulmani a Srebrenica (Potočari è il villaggio in cui si era rifugiata la popolazione bosniaca sfuggita all’eccidio); operazioni di pulizia etnica, sterminio e deportazioni; l’aver tenuto Sarajevo sotto assedio per 4 anni, all'interno di in una guerra in cui morirono più di 100mila persone con oltre due milioni di rifugiati.

Con un curriculum del genere, difficile che Mladic potesse scampare a L’Aja, cosa che invece riuscì a fare fino al 2011 nonostante un mandato di arresto del 1995. Nonostante quest'ultimo, infatti, l’ex generale visse in Serbia in latitanza ma neanche troppo nascosto, grazie ai governi negazionisti del genocidio che sono susseguiti per molto tempo (e continuano a susseguirsi) a Belgrado.

In quel periodo, fra le attività preferite dall'ex generale durante questa latitanza solo formale, c’era proprio il calcio. Non era raro, infatti, vedere Mladic – che in teoria avrebbe dovuto essere arrestato dalle autorità serbe – al Marakana di Belgrado per assistere a partite di pallone. Non solo della Stella Rossa ma anche del Partizan o della nazionale serba, come avvenne in occasione di un’amichevole del 2000 contro la Cina.

La storia della latitanza di Mladic – così come quella dei crimini che hanno portato alla sua condanna – è lunga e tortuosa, e meriterebbe molto di più del proverbiale articolo a parte. È indissolubilmente legata a un paese – la Serbia – che si considera ancora oggi custode di un’identità nazionale più ampia, quella jugoslava, e che considera ancora suoi i territori di altri paesi, su tutti Kosovo e Bosnia ed Erzegovina.

Proprio quest’ultimo paese è ancora oggi di fatto diviso in due. All’interno della piccola repubblica balcanica, infatti, è presente la Repubblica Sprska, enclave in cui abitano cittadini serbi ortodossi in un paese a maggioranza bosniaco musulmana. Si tratta del principale “punto caldo” dell’Europa, con un conflitto che rischia di riacutizzarsi in qualsiasi momento. A partire dalle elezioni che si terranno nei prossimi mesi e che vedono la partecipazione di molti politici che vorrebbero riportare quel territorio sotto il controllo di Belgrado.

Sono tutte situazioni ed atteggiamenti – da ultimo, la vergognosa concessione dei funerali di stato a Mladic – che non sorprendono se lette nell’ottica dei serbi. La Serbia è infatti un paese che vive nella convinzione di essere stato derubato negli ultimi decenni di parti del proprio territorio e anche del diritto di processare in casa gli autori di quella guerra (cosa che, con ogni probabilità, non sarebbe avvenuta).

Come scrive il giornalista britannico Ed Vulliamy, nei trent’anni passati dalla fine della guerra, nessuno da parte serba ha mai chiesto scusa ai bosniaci sopravvissuti, e quasi nessuno degli autori del genocidio ha pagato. “Ancora troppi serbi” – continua Vulliamy – “in nome dei quali Mladic sterminò altre etnie (non solo musulmani ma anche croati cattolici), lo adorano e piangono la sua morte”. E il governo di Belgrado fomenta questo sentimento collettivo.

Il senso di furto dei serbi trova poi spazio anche nel calcio. Uno degli ultimi atti della Jugoslavia unita, infatti, fu la vittoria della Coppa dei Campioni della Stella Rossa nel 1991. Quella squadra – in cui erano presenti giocatori serbi, montenegrini, bosniaci e croati – fu il canto del cigno del paese balcanico, che dopo poche settimane sprofondò in una guerra civile che durò per quasi tutto il decennio.

Dopo quella Stella Rossa, i club serbi – che anche nel calcio ritengono di essere gli unici eredi della Jugoslavia, esponendo spesso bandiere di quest'ultima – non hanno più ottenuto risultati di rilievo nelle coppe europee, così come la stessa nazionale ha ottenuto spesso e volentieri risultati inferiori rispetto a un talento che comunque continua ad essere prodotto con buona regolarità.

E nello scoppio della guerra civile jugoslava ebbe un ruolo fondamentale il calcio. Gli anni d’oro della Stella Rossa in campo, infatti, furono anche gli anni della militarizzazione del suo tifo organizzato. La squadra di Belgrado legata alla polizia aveva sì un tifo molto caldo ma spesso frammentato e in lotta perenne tra i vari gruppi. Soprattutto, tenuto sotto controllo dagli apparati dello stato che, fino al 1980, era governato col pugno di ferro dal Maresciallo Tito.

Fu Željko Ražnatović – meglio conosciuto come Arkan – a federare i gruppi della curva nord dello stadio Marakana, unendoli sotto un’unica sigla. Delije, una parola – ironicamente di origine turca – che significa “eroi”, come eroi erano quelli che, secondo il presidente della Jugoslavia Milosevic avrebbero dovuto difendere, anche con le armi, l’integrità del paese davanti alle spinte indipendentiste delle altre repubbliche jugoslave.

Ražnatović impose un ordine militare al nuovo gruppo ultras, proibendo anche l’utilizzo di alcol e droghe perché “rendevano i militanti meno lucidi”. Militanti e non più tifosi, lucidità richiesta per la battaglia. Non si preparava più il tifo a una partita di calcio, lo si preparava per la guerra. I Delije non erano più un gruppo ultras bensì una vera e propria cellula paramilitare, che individuava obiettivi e colpiva nell’ottica di una logica guerrigliera.

Sugli spalti comparvero sempre più spesso slogan nazionalisti serbi, qualcosa di impensabile ai tempi di Tito. Ma ormai era chiaro a quasi tutti che la Jugoslavia non sarebbe sopravvissuta a lungo, e l’obiettivo di Belgrado era di riunire la parte più grande possibile del paese sotto la bandiera serba.

Ražnatović iniziò presto ad arruolare nel suo esercito anche ultras degli acerrimi rivali del Partizan. I tifosi dei due club siglarono una sorta di alleanza nazionalista, che entrò in azione la prima volta il 19 marzo 1989: arrivò a Belgrado la Dinamo Zagabria, coi temutissimi tifosi del gruppo ultras Bad Blue Boys. Nonostante i giocatori di Dinamo e Partizan fossero entrati in campo tenendo in mano uno striscione enorme con scritto “Jugoslavia”, sugli spalti e fuori dal campo furono scontri fra i nazionalisti serbi e i loro omologhi croati - anche a Zagabria, infatti, il nazionalismo cattolico era ormai arrivato a livelli allarmanti dopo l’elezione di Franjo Tudman.

Da un lato il nazionalismo serbo-ortodosso con formazioni paramilitari al seguito delle squadre, dall’altro quello croato-cattolico anch’esso pregno di odio etnico, che rappresentava i propri connazionali come vittime inermi delle decisioni di Belgrado, addirittura utilizzando il linguaggio degli ustascia alleati dei nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il conflitto – almeno a livello calcistico – esplose definitivamente il 13 maggio 1989, quando la Stella Rossa si recò a Zagabria per giocare contro la Dinamo. I Delije devastarono treni, vetrine dei negozi e cantarono cori anti-croati. I Bad Blue Boys gli risposero a tono e sugli spalti furono scontri come mai si erano visti fino a quel momento.

Fu il giorno del famoso calcio di Boban – capitano della Dinamo Zagabria – ad un poliziotto che stava manganellando un tifoso croato a terra. D’altronde la polizia, per i croati, rappresentava pur sempre Belgrado. Il giorno dopo i giornali, sia filocroati che filoserbi, minimizzarono parlando dei soliti scontri da stadio. Una visione miope, che non coglieva che quello fosse l’antipasto di una guerra vera e propria.

Il 26 settembre 1990, analoghi scontri si verificarono allo Stadio Polijud di Spalato nella partita fra i padroni di casa dell’Hajduk e il Partizan, squadra dell’esercito jugoslavo. Due settimane dopo, gli ultras guidati da Arkan giurarono fedeltà alla guardia di stato serba e viceversa, dichiarando guerra a tutti i non serbi che si trovavano sul territorio jugoslavo.

Nel mentre, incredibilmente, proseguiva la più grande cavalcata europea mai fatta da un club jugoslavo, con la Stella Rossa che aveva raggiunto i quarti di finale della Coppa dei Campioni. Ironia della sorte, ai quarti incontrarono e batterono la Dynamo Dresda, la squadra di un altro paese che da lì a pochi mesi avrebbe cessato di esistere.

La Stella Rossa eliminò il Bayern Monaco in una semifinale epica vinta ai tempi supplementari, e nella finale di Bari ebbe la meglio del Marsiglia ai calci di rigore. I Delije presenti in tribuna festeggiarono con la bandiera serba e non con quella jugoslava. Quel 29 maggio, per “la terra degli slavi del sud” era davvero la fine. Da lì a pochissimi giorni, infatti, Slovenia e Croazia dichiarano entrambe la propria indipendenza, dando inizio a un conflitto che avrebbe cambiato per sempre la geografia del nostro continente.

Tutti i big della Stella Rossa abbandonarono la squadra, andando in Italia, Francia o Spagna. Chi, purtroppo, non abbandonò il suo fittizio ruolo di supporto alla squadra, furono i Delije, finalmente pronti a mettere in pratica tutto ciò al quale Arkan li aveva addestrati negli anni precedenti. La guerra iniziò, non combattuta dagli eserciti regolari bensì da milizie spietate, costruite da capi sanguinari che avevo fatto proselitismo nelle curve di Belgrado e di Zagabria.

Per la Stella Rossa ci fu comunque tempo di vincere la Coppa Intercontinentale, mentre il tempo della Jugoslavia era finito, come squadra di calcio – le fu impedito di partecipare agli Europei 1992 in Svezia – e come paese. Nel modo più cruento possibile.

Il senso di furto dei serbi nasce anche dall’esclusione da Euro92 e dalle modalità della suddetta esclusione, con la squadra che fu fatta arrivare in Svezia salvo scoprire solo lì che la UEFA – su pressioni dell’ONU – l'aveva squalificata da tutte le competizioni calcistiche internazionali. Tutto ciò, tra l'altro, ha contribuito a minare la fiducia dei serbi verso le organizzazioni sovranazionali.

Giusta o sbagliata che fosse, quella decisione fu la fine del calcio jugoslavo. E in pieno 1992 per i vari gruppi ultras cresciuti a pane e scontri non restava altro che l’odio etnico per dare libero sfogo a quanto appreso nelle guerriglie degli anni precedenti.

La guerra in Jugoslavia - senza entrare nei dettagli più atroci - fu una guerra sporca, come lo sono tutte le guerre civili. Fu la prima guerra sul suolo europeo dopo la Seconda Guerra Mondiale, e come quest’ultima fu teatro di un genocidio, appunto quello di Srebrenica.

Gli ultras federati da Ražnatović si resero protagonisti di violenze sui civili sia nelle zone della Croazia a maggioranza serba sia nel territorio dell’odierna Bosnia ed Erzegovina. Di fatto, i ragazzi arruolati e formati nelle due curve di Belgrado erano stati preparati per quello: per portare avanti con le armi la retorica nazionalista di Milosevic per la quale bisognava “difendere l’unità della Serbia contro i croati e i turchi”. Quest’ultimo era infatti il termine con il quale venivano definiti, con intento dispregiativo, i bosniaci musulmani.

Circa 3000 uomini reclutati tra i Delije furono arruolati nel 6° Corpo d’Armata dell’Esercito Jugoslavo prendendo il tristemente noto nome di “Tigri di Arkan”. Si stima che tra l’aprile del 1992 e il marzo del 1993, gli uomini guidati da Ražnatović uccisero oltre 30mila persone.

Il gruppo paramilitare composto da ultras e delinquenti comuni reclutati nelle carceri di Belgrado fu responsabile di massacri di massa ai danni di donne e bambini – sepolti in fosse comune, scoperte solo molti anni dopo – della costruzione di campi di concentramento per bosniaci e del massacro di Prijedor, episodio di pulizia etnica in cui persero la vita oltre 20mila persone.

In tutto questo, il calcio continuava a essere visto da Ražnatović come un importante strumento sia di propaganda che di riciclo per i soldi razziati alle popolazioni sterminate. Nel 1998, la squadra di calcio di cui era presidente – l’FK Obilic, un’altra squadra di Belgrado – vinse quello che rimaneva del campionato jugoslavo disputando la successiva Coppa dei Campioni.

Nel 1995, poi, ci fu l’incontro sul campo di battaglia tra Ražnatović e Mladic. Quest’ultimo, 3 anni prima, era stato nominato capo di stato maggiore dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina, uno stato privo di riconoscimento internazionale ma che nelle intenzioni di Belgrado doveva federare e proteggere i cittadini di etnia serba residenti nella Bosnia che aveva appena dichiarato l’indipendenza scatenando l’ira di Milosevic.

Dal 1992 al 1996, le truppe di Mladic si resero colpevoli dell’assedio di Sarajevo, di decine di migliaia di stupri compiuti su base etnica e di numerosi massacri, su tutti quello di Srebrenica. In questi atti orrendi e ingiustificabili – correttamente qualificati dal Tribunale Penale Internazionale appositamente istituito a L’Aja come crimini contro l’umanità – le truppe pseudo-regolari di Mladic si avvalsero proprio di quegli ultras della Stella Rossa guidati da Arkan, che si potevano ormai definire un gruppo paramilitare occasionalmente prestato al calcio piuttosto che il contrario.

Quando, anni dopo, la situazione nell’ex-Jugoslavia tornò ad una pseudo normalità, rimaneva la questione del difficile inquadramento degli ultras-militari. Parliamo di criminali di guerra – spesso neanche processati dal proprio paese – ai quali era stata data carta bianca per anni. Non sorprende, quindi, che da quel momento la tifoseria della Stella Rossa sia diventata una delle più violente d’Europa.

Qualcuno ricorderà gli scontri di Genova durante la partita fra Italia e Serbia nel 2010, altri ricorderanno un simile omaggio dei tifosi della Stella Rossa nei confronti di Mladic in occasione della sua condanna nel 2017. Questo non deve stupirci, per due motivi. Il primo è l’enorme risalto sociale del calcio (e anche del basket: Stella Rossa e Partizan sono due polisportive) in Serbia. Le partite offrono enorme visibilità ai gruppi ultras.

Il secondo è legato al primo. Chi vuole lanciare un messaggio politico, trova negli ultras una grande cassa di risonanza sociale. E come Arkan e Mladic usarono gli ultras della Stella Rossa per i massacri degli anni '90, oggi quegli stessi ultras sono usati dal nazionalismo serbo per scopi simili – fortunatamente con una violenza che non trascende più nella guerra vera e propria.

Così, proprio pochi giorni prima degli scontri in Italia di cui abbiamo parlato, ultras della Stella Rossa assaltarono il gay pride di Belgrado insieme ad alcune sigle neonaziste. E oggi vengono usati per portare avanti quel messaggio nazionalista che potremmo riassumere nel desiderio di riportare sotto il controllo di Belgrado alcune aree dell’ex-Jugoslavia, prima fra tutte quella Repubblica Sprska dove operarono i macellai di Mladic. E il cui ex presidente Dodik – che da anni soffia sul vento della riunificazione con Belgrado – è stato per anni presidente del Partizan. A dimostrazione che il nazionalismo serbo unisce ciò che l’accesa rivalità cittadina divide solo temporaneamente.

Oltre al nazionalismo e a l'odio verso le altre etnie dei Balcani, gli ultras della Stella Rossa fanno parte anche di una sorta di fratellanza ortodossa che unisce il nazionalismo religioso serbo a quello greco e, soprattutto, a quello russo. I tifosi biancorossi sono infatti gemellati con quelli di Olympiakos e Spartak Mosca, con cui condividono fede religiosa, colori e, soprattutto, fede politica.

I gruppi ultras di queste tre tifoserie sono infatti usati come braccio armato dei gruppi di estrema destra dei rispettivi paesi, nell'ennesima commistione fra tifo e politica. Il governo serbo dell'estremista filorusso Vukic è infatti sospettato di utilizzare gli ultras della Stella Rossa per terrorizzare i manifestanti (da circa un anno il governo di Belgrado sta affrontando grandi mobilitazioni interne, soprattutto giovanili) o aggredire migranti.

A onor del vero, questo accade anche in altri paesi della zona, Croazia su tutti. Anche lì, infatti, il nazionalismo ancora oggi espresso dagli ultras della Dinamo Zagabria è espressione di quell’odio che 35 anni fa portò alla disgregazione della Jugoslavia.

Il nazionalismo di oggi, infatti, non è altro che l’odio etnico di ieri. Il malcontento partì anche dalle curve e sfociò in una guerra all’interno del quale fu commesso un genocidio. Oggi, quei gruppi ultras – da cui attinsero le formazioni paramilitari all’epoca – sono ancora negli stadi della Serbia e non solo. E chi spinge sul sentimento di rivalsa verso i fatti degli anni Novanta trova terreno fertile nelle curve.

Vuoi per la brutta situazione economica della Serbia, vuoi perché il paese non ha mai fatto i conti col proprio passato, non è un’esagerazione dire che anche nel 2026 le curve di Belgrado sono una polveriera pronta ad esplodere, in un territorio in cui per molti la guerra non è mai davvero finita.

Non sorprende, quindi, che molti serbi - e moltissimi fra i gruppi del tifo organizzato - vedano Mladic come un salvatore della patria anziché un criminale di guerra. In questo clima, sarebbe doveroso che le istituzioni smettessero di soffiare sul fuoco ed eliminassero ogni ambiguità intorno alla figura di chi ha commesso un genocidio. L’esatto opposto di quello che sta facendo il governo serbo, che ha concesso a Mladic i funerali di stato (nel 2000 furono concessi a Ražnatović).

Come ogni governo in difficoltà su temi economici, infatti, anche il governo Vukic ha scelto di cavalcare l’onda della propaganda. E quale tema migliore che denunciare supposte ingiustizie subite dalla Serbia in sede di disgregazione della Jugoslavia? E quale veicolo di propaganda migliore degli ultras?

  • Valerio Fontana è nato nel 1998 a Roma, divoratore di partite di Calcio e di Tennis, fa lo stesso con i relativi articoli.

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