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Rafael Leão triste con la maglia del Milan
, | 4 Settembre 2026

Rafael Leão: odi et amo


Rafael Leão lascia il Milan dopo sette anni, e una parte di San Siro tira un sospiro di sollievo. Storia di un giocatore che nessuno è mai riuscito a leggere due volte allo stesso modo.

Rafael Leão è un giocatore del Galatasaray. Quarantatré milioni di parte fissa, due di bonus, il 20% sulla futura rivendita in favore del Milan, un contratto fino al 2030 da più di dieci milioni a stagione. Per tutta l'estate i rossoneri ne avevano chiesti cinquanta. L'Aston Villa di Emery, che lo ha corteggiato in prima persona, si era spinta verbalmente a sette milioni e mezzo di ingaggio senza mai formalizzare l'offerta. Ha scelto Istanbul, città magica ed enigmatica. Quarantacinque milioni complessivi: che è anche, per una coincidenza che nessuno sceneggiatore avrebbe osato, il numero con cui firma le sue canzoni, WAY 45.

Il bilancio recita: sette stagioni, 291 partite, 80 gol, 65 assist, uno scudetto, una Supercoppa italiana, una semifinale di Champions League e il titolo di miglior giocatore della Serie A 2021/22. Letti sono i numeri di un titolare inamovibile di una grande squadra. Nessuno, però, in questi giorni, li sta leggendo freddi, perché Leao ha diviso come pochi i tifosi rossoneri e gli opinionisti in generale.

Provate a chiedere a dieci milanisti di descriverlo e otterrete più o meno questo elenco, in ordine sparso: Fulminante. Intermittente. Approssimativo. Talentuoso. Evanescente. Incontenibile. Prevedibile. Luminoso. Opaco. Distratto. Spavaldo. Fragile. Leggero. Superficiale. Devastante. Insopportabile.

Termini che possono venire da un lato del registro o dall’altro. La cosa buffa è che quasi nessuno è falso, in termini assoluti. La questione, a dirla tutta, è che molti di loro sono stati veri anche nello stesso pomeriggio.

L'alba di Leão: Il primo gol è dentro una sconfitta

Vale la pena tornare all'inizio della sua avventura. Il 29 settembre 2019, a San Siro si disputa Milan-Fiorentina. Sembra passata un’era geologica: il Milan di Marco Giampaolo perde 1-3 in casa. Rigore di Pulgar, espulsione di Musacchio, poi Castrovilli e infine il goal di Ribéry che si prende gli applausi di tutto San Siro. All'80esimo minuto, quando la partita è già una pratica archiviata, un ragazzo di vent'anni con il 17 sulle spalle prende palla, salta come birilli i difensori viola – qualcuno scivola e cade proprio a terra – e segna il gol della bandiera.

È il suo primo gol in rossonero. È anche l'unica cosa buona di una serata veramente brutta, in una stagione brutta, in un club che in quel momento fa fatica ad esistere.

Qui dobbiamo prendere il nostro taccuino e segnare un appunto estremamente importante in tutta questa vicenda: il punto d'origine. Il peccato originale della lettura. Leão non è arrivato in una squadra funzionante che gli chiedeva di aggiungersi. È arrivato dentro un vuoto, e dentro un vuoto qualsiasi cosa luminosa diventa immediatamente un simbolo. È diventato nelle speranze di tante e tanti la prova che il Milan sarebbe tornato.

Pioli, lo Scudetto del Milan, la primavera di Leão

Dopo aver ripreso a giocare il campionato dopo la sospensione per il lockdown pandemico, Marco Giampaolo è stato sostituito già da mesi da Stefano Pioli.

Il tecnico emiliano fissa fin da subito le basi per il Milan che verrà: la stagione 2020-2021 vede il Milan tornare in Champions League, un traguardo costruito nella prima parte di stagione e poi difeso al cardiopalma. Leao cresce di rendimento. 6 gol e 6 assist in 30 presenze in campionato. Poi arriva il 2022. La primavera del ragazzo che ruggisce dall’Atlantico. Leão e il mondo intorno a lui parlano finalmente stessa lingua. Succederà raramente. Il Milan effettivamente torna a vincere e lo fa in un duello entusiasmante con l’Inter, nello scudetto più entusiasmante del terzo millennio rossonero.

https://www.youtube.com/watch?v=ZSyyAK6_UCY

Il Milan di Pioli è una squadra costruita esattamente per esaltare il portoghese. È il Milan della Theao. la fascia sinistra più potente del west. Se il terzino “prende il centro”, il portoghese dà ampiezza. Se Leao si accentra, Theo sgasa a tutta fascia. Una squadra con un’identità di gioco chiarissima: costruzione dal basso, transizioni rapidissime, pressione per cercare di recuperare il pallone più in alto possibile.

Una squadra in cui la prima idea nel gioco offensivo era cercare Leao, sia a campo aperto, sia nello stretto.  Una squadra che spesso costruiva a destra, con l’obiettivo di attirare la formazione avversaria in quella una zona di campo, per poter sfruttare il lato debole. Così facendo l’esterno portoghese poteva tentare l’uno contro uno

Undici gol, dieci assist, il titolo di MVP, i due assist di Reggio Emilia che consegnano lo scudetto.

E qui bisogna prendere il secondo appunto sul nostro taccuino. Leao diventa delizia... per poi diventare croce. Perché se è vero che nel Milan dello scudetto diventa una scorciatoia estremamente efficace, cresce la tentazione a cercarlo sempre, a lasciare ci pensi lui, specie nelle giornate più difficili. L’altro lato della medaglia è facilmente intuibile: cresce il rischio di diventare prevedibili e di dargli troppe responsabilità. Quella primavera diventa una trappola, anche per un altro motivo. Ha fissato una sorta di tasso di cambio. Da quel momento in poi Leão è stato confrontato con la sua versione di aprile 2022. Versione che in tutta onestà non ha mai più raggiunto.

Il suo sorriso, nel bene e nel male

C'è un dettaglio che spiega più di qualunque dato analitico questo giocatore: è il volto. Anzi, il sorriso. Il sorriso di Leão nel 2026 è identico a quello del 2022. Non è cambiato di un millimetro: stessa apertura, stessa piega, stesso modo di comparire un secondo dopo un errore o dopo una rete.

Il cinema ci insegna che un primo piano non ha significato per conto suo: il significato glielo dà l'immagine precedente. Metti quel sorriso dopo un dribbling in campo aperto e diventa gioia, leggerezza, un ragazzo che gioca come nel cortile. Metti lo stesso identico sorriso dopo un pallone perso a centrocampo con la squadra sotto di due e diventa insolenza. Nel calcio, “il montaggio” lo fa il risultato.

Ma c'è un secondo strato, ed è più duro. Il calcio italiano ha una liturgia della sofferenza: chiede che la fatica sia visibile, che il volto certifichi il tributo pagato. Il pugno sul prato, la maglia tirata sugli occhi, la smorfia. Sudare per la maglia è quello che tutti i tifosi chiedono, specialmente nelle stagioni complicate. Leão non ha mai versato quella quota. Dopo un gol sbagliato tornava indietro con la stessa faccia con cui era andato avanti. Chi lo conosce dice che è una corazza. Chi lo guardava da San Siro ha letto un'altra cosa: non gli importa. A parte lui, nessuno sa la verità.

Rafael Leao sorride con la maglia del Milan
Una delle foto più iconiche di Leão: la notte dello 0-4 contro il Napoli al Maradona.
Una promessa divenuta debito

I numeri dell'ultima stagione, quella di Allegri, sono 9 goal in 29 partite di campionato, uno in più di tutta la stagione precedente, nonostante diversi guai fisici che lo hanno accompagnato fin dall’esordio in Coppa Italia con il Bari. Ha segnato di più, vista la posizione da attaccante puro ed è stato amato di meno. Il peccato fu creder speciale, una storia normale, avrebbe detto il Maestrone.

In tutto questo dilemma tra potenziale e resa, esiste però un tema tecnico.

Leão è stato un giocatore di spazio in un campionato che, partita dopo partita, gli ha tolto lo spazio, per diversi motivi: hanno imparato a conoscerlo, il vestito tattico del Milan non è riuscito più ad esaltarlo come nel prime visto nell'anno dello Scudetto, ha perso smalto e forse un po' di voglia di crederci.

Il salto che gli si chiedeva, però, era di repertorio calcistico, oltre che di atteggiamento: diventare un giocatore anche di spazio breve, del primo tocco, dell'associazione stretta. Quel vocabolario non l'ha mai costruito del tutto. Ci ha provato per lampi, e per lampi era straordinario come con la doppietta alla Fiorentina del 19 ottobre 2025, il tiro a giro dal limite e il rigore all'86' che mandarono il Milan in testa alla classifica, sono lì a dimostrarlo. Ma la differenza tra un fuoriclasse e un buon giocatore sta proprio nella continuità.

L'addio al Milan: pochi sorrisi, poco Leão

La cronologia dell'anno finale è breve e nota. 15 marzo 2026, Olimpico: Allegri lo toglie al 67' per Nkunku, Leão protesta vistosamente andando verso la panchina. 11 aprile, San Siro: i fischi. Un solo assist nelle ultime dieci di campionato. Ultima giornata: il Milan si fa rimontare dal Cagliari, fallisce il match point Champions, chiude quinto, Europa League.

A fine maggio, da Lisbona, un'intervista in cui dice di aver già dato tutto quello che aveva e di ambire a un nuovo campionato. Un'estate da separato in casa. Una storia su Instagram in cui scrive che è Dio a guidare tutto. Il 28 agosto, il saluto farfugliato, messo in sottofondo da San Siro che festeggia la seconda vittoria consecutiva del nuovo Milan di Amorim.

In tutto questo il dilemma si ripropone in tutta la sua complessità: è questo il modo di lasciare un club che lo ha protetto per sette anni? Dice una parte della luna, l’altra risponde che il Milan lo ha protetto davvero, o ha lasciato che il suo nome facesse da parafulmine ogni volta che serviva un colpevole che non fosse dirigenziale?

Ha scelto dieci milioni più bonus invece di sette e mezzo, la Turchia invece della Premier, Osimhen e il Bosforo invece di Birmingham. L'accusa dei detrattori si scrive da sola: mancanza di ambizione.

C'è però una lettura più onesta, e forse più triste. In Premier League gli avrebbero chiesto di diventare grande nel campionato dei grandi; a Istanbul, probabilmente, gli si chiederà di essere Rafael Leão, che è un mestiere che sa fare benissimo.

***

Excrucior

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris?
Nescio, sed fieri sentio et excrucior

Il titolo di questo articolo è la citazione più abusata della letteratura latina e viene quasi sempre usata per descrivere sentimenti contrastanti, il classico amore-odio, prima ti amo e poi ti odio. Vale la pena smontarla, perché in due parole c'è la grammatica esatta di questo rapporto tormentato tra Leao, Il Milan e i suoi tifosi.

Prima cosa: la congiunzione. Non è sed, non è deinde, è et. Non c'è un prima e un poi, non c'è la fase felice seguita dalla fase amara, che è invece il modo in cui tutti o quasi, raccontano questa storia (gli anni di Pioli e poi il declino). I due verbi stanno nella stessa riga, nello stesso tempo, alla stessa persona. È simultaneità. Se ci riflettiamo è molto più scomoda dell'alternanza, perché l'alternanza si risolve aspettando e la simultaneità no.

Seconda: manca l'oggetto. In quelle due parole non c'è nessuno da amare o da odiare. Non un nome, non un pronome, niente. Il destinatario è fuori campo, muto, non convocato in scena.  Vi ricorda qualcuno?  

Terza: la domanda e la risposta. Nel verso successivo compare un interlocutore che chiede il perché, e ottiene per risposta un "non lo so". È il punto che il tifoso non tollera. Il lungo dibattito rossonero è stato un tentativo collettivo di uscire da quel nescio, di trovare finalmente la causa: la pigrizia, la musica, il sorriso, il procuratore, il rinnovo firmato troppo presto, l'allenatore sbagliato, il modulo sbagliato. Nominare una causa, spesso nella vita, serve a rendere il dolore amministrabile. La formula dice che una causa, o non c'è, o comunque non la conosciamo.

Quarta, e decisiva: l'ultima parola del distico. Excrucior è un passivo. Non significa «mi tormento», significa «vengo tormentato». Chi parla è quello “inchiodato” dal sentimento. Ed è qui che la formula si ribalta e diventa utile: è una diagnosi sull'amante. Non dice niente su chi sia Rafael Leão. Dice tutto su chi lo guardava.

Riportiamo tutto al calcio, che è il modo migliore per verificarla. Mettete Leão che riceve palla sulla sinistra al 70', sotto di un gol, con l'uomo davanti e sessantamila persone in piedi. In quei due secondi il tifoso spera e accusa contemporaneamente: sa che può succedere qualsiasi cosa e tiene pronte entrambe le reazioni, il boato e il vaffanculo, con lo stesso identico grado di convinzione. Amare e detestare non si alternano di stagione in stagione, come racconta la vulgata. Occupano gli stessi due secondi, la stessa azione, lo stesso corpo. Per anni San Siro ha funzionato così, almeno dieci-quindici volte a partita. Questo è stato Rafa Leao per un tifoso del Milan.

Quando segnava, faceva finta di surfare. È un gesto che abbiamo sempre trovato simpatico senza guardarlo davvero. Un surfista aspetta quella giusta, ci sale sopra, e quando è finita torna a galleggiare, senza smorfie, con la stessa faccia di prima, con un bel sorriso impresso. Un surfista non gareggia contro l’onda, così Leao nel calcio.

E allora l'esultanza per la cessione si spiega da sé. È vero, una grande parte dei tifosi ha accolto con giubilo, pochi masticando amaro, più di qualcuno con sollievo. Ma quel sollievo in fondo non è rivolto a lui: è rivolto a sé stessi. Tifare Leão era un lavoro faticoso. Consisteva nel rileggere ogni domenica la stessa frase sperando che cambiasse senso. Consisteva nel provare due sentimenti opposti nello stesso istante senza poterne scegliere uno. Sette anni di questo esercizio consumano.

Post scriptum: statene certi che tutti, ma proprio tutti, avranno ripensato a quel giorno a Reggio Emilia.  


  • Classe 1989, è autore di “Diez: l’Atlante dei numeri 10” e fondatore del progetto Garra & Fantasia. Speaker per EcoSportivamente, racconta lo sport come atto culturale prima ancora che agonistico.
    Dottore in Ingegneria gestionale con la fissa per la sostenibilità, fin da bambino sognava di vivere e raccontare storie di sport.

    È istruttore CONI–FIGC e Match Analyst: nel fine settimana lo trovate in qualche campo della Ciociaria, tra taccuini, pioggia e polvere.

    Ama il vino rosso, le rovesciate di Van Basten, i dribbling di Garrincha, la Pisada di Riquelme, la potenza dei tiri di Gigi Riva. Sogna un lungo viaggio in Sud America. “Sono le orme a fare il cammino. E il cammino è la ricompensa".

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