
Cobolli è tra i favoriti per la vittoria degli US Open?
Dopo aver raggiunto la semifinale a Cincinnati, Cobolli è il n°6 del mondo e vuole dire la sua in uno US Open che si preannuncia apertissimo.
Nonostante la netta sconfitta in semifinale contro un ottimo Fils – figlia anche della fatica accumulata nei turni precedenti – Flavio Cobolli ha comunque ritoccato il best ranking, arrivando ad occupare la 6° posizione. È il quinto giocatore italiano di sempre a riuscirci, eguagliando Matteo Berrettini in questa speciale classifica. Meglio di lui solo Sinner, Panatta e Musetti.
Questo straordinario risultato è frutto di un 2026 che ha visto Cobolli protagonista su tutte le superfici. L’exploit è la finale sulla terra del Roland Garros, ma i progressi sono stati impressionanti anche sul cemento, superficie che assegna gran parte dei punti. A testimonianza di ciò, c’è il 4° posto nella Race to Turin e la concreta possibilità che l’Italia porti due giocatori alle Finals per il secondo anno di fila.
E dire che il 2026 di Cobolli era iniziato malissimo: tre sconfitte consecutive al primo turno fra Australian Open, Montpellier e Dallas. A fine febbraio, poi, la svolta: la vittoria nel 500 di Acapulco, battendo tennisti come Kecmanovic e Tiafoe che in quel momento sembravano più attrezzati di lui sul cemento. A colpire, in quel torneo, fu soprattutto l’improvviso switch verso un tennis più aggressivo, fatto di maggiori variazioni col servizio e una posizione più avanzata in risposta.

Dopo alcuni risultati negativi nei primi tre Masters 1000 della stagione, poi, è arrivato un altro ottimo 500, con la finale conquistata a Monaco di Baviera ad aprile. In quell’occasione Cobolli perse nell’ultimo atto contro un indemoniato Shelton, ma eliminò in semifinale il padrone di casa Zverev giocando una partita pressoché perfetta.
Il tedesco si è vendicato un mese e mezzo dopo battendo Cobolli in finale al Roland Garros, ma nel frattempo il percorso che aveva portato il nostro tennista fino alla prima finale Slam in carriera aveva probabilmente fatto maturare in lui la convinzione di potersela giocare davvero con chiunque, soprattutto in un momento in cui Alcaraz e Sinner erano alle prese con vari problemi fisici.
Una partita emblematica era stato il quarto di finale contro Auger-Aliassime – numero 4 al mondo e con molta più esperienza a livello slam – vinto con autorità in 4 set. Dopo aver perso il primo, nei tre successivi Cobolli aveva dato vibes sinneriane (con le dovute proporzioni), vincendo tutti i punti importanti e sembrando ineluttabile nei momenti topici.
Anche un mese dopo a Wimbledon – dove difendeva i quarti di finale del 2025, che a molti erano sembrati un caso isolato – Cobolli aveva vinto due partite da giocatore assai maturo, che con ogni probabilità 12 mesi prima non avrebbe vinto. Prima il terzo turno contro Khachanov, vinto al 5° set dominando gli ultimi due e dopo aver perso il primo addirittura per 6-0; poi gli ottavi di finale contro De Minaur. L’australiano appariva in quel momento più in forma e più pronto sull'erba rispetto a Cobolli. Risultato? 3-0 per Flavio, costruito vincendo al fotofinish i primi due set grazie alla capacità di innalzare il livello di gioco nei punti decisivi.
Al turno dopo, tuttavia, è arrivata una brutta sconfitta contro Fery: un peccato, perché l’occasione di fare semifinale ai Championships era veramente ghiotta. Quella sconfitta, unita alle due successive eliminazioni al primo turno a Umago e Montreal per mano di tennisti modesti come Burruchaga e Hanfmann, aveva forse evidenziato il difetto principale di Cobolli.
Il tennista italiano, infatti, si perde spesso quando gioca contro avversari meno forti. Lo ha riconosciuto lui stesso: probabilmente, in queste situazioni scatta un meccanismo che lo porta a sottovalutare queste partite. In generale, sembra che Cobolli abbia difficoltà nel partire subito concentrato all’interno del match, come dimostrano anche i risultati del bel percorso che lo ha portato in semifinale a Cincinnati.
Sia agli ottavi contro Jodar che, soprattutto, ai quarti contro Paul, ha perso rapidamente il primo set. Ha poi messo in campo due rimonte fantastiche, ma ha perso energie molto preziose, che poi gli sono costate nella semifinale contro Fils. Dove, tra l’altro, ha di nuovo perso malamente il primo set.
Sembra che – e anche qui è stato onesto nell’ammetterlo – debba ricordarsi di essere molto forte anche lui. Lo ha anche strillato in direzione del padre-allenatore Stefano dopo la vittoria contro Jodar. A volte ha questo atteggiamento un po’ ciondolante di chi pare avere poca fiducia nei propri mezzi.
Al di là di questo aspetto – sul quale si può tranquillamente migliorare – Cobolli nel 2026 è cresciuto in tutti i suoi colpi. Il dritto è diventato un colpo estremamente affidabile con cui tenere lo scambio e chiuderlo al tempo stesso, vista la capacità di giocarlo con qualsiasi soluzione. Anche col rovescio è migliorato molto, anche se a volte sembra soffrire un po’ troppo gli scambi prolungati da quel lato.
La risposta, poi, nelle ultime settimane gli ha portato moltissimi punti: quando è centrato sulla partita, è un giocatore che riesce a far fronte anche a servizi molto potenti. Nella settimana di Cincinnati, qualcuno dalla regia internazionale doveva aver piazzato un microfono nel box del suo team, perché si sentiva il padre ricordargli in modo quasi ossessivo di essere più aggressivo in risposta, soprattutto sulla seconda. Cosa che, quando ha fatto, è risultata estremamente efficace, ad esempio nel rispondere al servizio di Paul, che nel primo set era stato illeggibile, mentre nei due successivi Flavio lo ha letto, analizzato e smontato punto dopo punto.
Un’area su cui sicuramente Cobolli deve migliorare è il servizio: la percentuale di prime, nel corso di questa grande annata, è stata di poco sopra il 50%. È vero che se penso ad un tennista per il quale c’è una differenza enorme tra prima e seconda non penso a Cobolli, ma per arrivare ancora più al top deve chiaramente iniziare a fare più punti facili con il servizio. Che poi, in realtà, gli riesce molto bene nei punti decisivi della partita, ma deve riuscire a farlo con più continuità, anche per poi avere meno bisogno del servizio stesso per tirarsi fuori da situazioni complicate.
Tornando all’aspetto mentale è vero che spesso Cobolli parte male nei suoi match ma è altresì vero che quando si rimette in carreggiata risulta quasi implacabile. Quest’anno, infatti, il tennista romano ha vinto 12 set decisivi su 13 disputati, con l’unica sconfitta arrivata al quinto set contro Zverev nella finale di Parigi.
I leader della classifica
Cobolli arriverà a Flushing Meadows da testa di serie numero 5 – visto il forfait di Sinner per un problema al ginocchio – e al quarto posto nella Race to Turin. Alla luce di questi numeri e dell’ottimo percorso a Cincinnati, non è utopia inserirlo tra i papabili per la vittoria dell’ultimo slam stagionale.
Gli US Open sono da sempre il major che riserva più sorprese, principalmente perché sono l’ultimo slam della stagione e i tennisti devono fare il conto con infortuni e stanchezza. Nel 2014 vinse un po’ dal nulla Cilic, nel 2017 arrivò in finale Kevin Anderson, tre anni dopo fu la volta di Thiem nel vincere il suo primo e unico slam, replicato da Medvedev l’anno successivo.
Quest’anno, appunto, non ci sarà Sinner mentre un po’ a sorpresa tornerà Alcaraz, fermo da oltre 4 mesi per un problema al polso. Ovviamente non si può non considerare lo spagnolo tra i favoriti – anzi, forse come favorito numero uno – ma non si può neanche ignorare il lungo stop, la tipologia di problematica che ha avuto e soprattutto il fatto che solo fino a tre settimane fa sembrava ancora molto indietro con la riabilitazione.
Alcaraz ci ha sempre abituato a recuperi fisici mostruosi e quando è rientrato dai tanti infortuni precedenti lo ha fatto sempre alla grande, ma 4 mesi senza giocare sono tanti ed è anche per questo che quest’anno New York potrebbe essere teatro di qualche sorpresa.
Non sarebbe certo una sorpresa se Zverev – finalista nel 2020 – bissasse il trionfo di Parigi. Tuttavia, lo swing nordamericano del tedesco è stato sottotono, e il primatista di partite vinte nel 2026 (a livello slam e in generale) potrebbe iniziare ad accusare anche un po’ di stanchezza.
Rimanendo nell’ambito dei soli finalisti Slam di quest’anno, è doveroso non tagliar fuori Nole Djokovic. Il serbo ha sempre avuto un rapporto di amore-odio con gli US Open: ha trionfato ben quattro volte – l’ultima nel 2023 – ma qui ha anche raccolto qualche clamorosa eliminazione nei primi turni.
Difficile capire cosa aspettarsi dal tennista serbo. A Cincinnati ha perso subito contro Tirante, non certo uno specialista del cemento, mostrando una forma fisica rivedibile, ma nell’altro slam stagionale sul cemento ha battuto Sinner e raggiunto l’ennesima finale. Ogni Slam che passa le possibilità di vincere il suo 25° (!) si riducono, però stavolta l’italiano non c’è e contro Alcaraz Nole sembra avere qualche arma in più. Vediamo se riuscirà ad aggiungere un’altra pagina incredibile alla sua già meravigliosa carriera.
O vediamo se gli US Open ci riserveranno un vincitore diverso, magari qualcuno al di fuori della top 10, magari qualcuno dei tanti giovani che si sono messi in mostra negli ultimi mesi.
Arthur Fils
Se parliamo di possibili vincitori degli US Open non possiamo non inserire il vincitore di Cincinnati, l’ultimo grande torneo che precede il major americano. A trionfare in Ohio è stato – per la prima volta a livello 1000 – Arthur Fils, tennista francese classe 2004 che sta disputando una stagione di altissimo livello.
Al rientro dopo un brutto infortunio che lo ha tenuto fuori dai campi da giugno 2025 a gennaio di quest’anno, Fils ha vinto Cincinnati e Barcellona, ha fatto finale a Doha, semifinale a Madrid e Miami e quarti di finale sia a Toronto che a Indian Wells. Dopo Sinner e Zverev è il tennista che vinto più partite in questo 2026.
Se guardiamo i risultati, però, vediamo che le vittorie sono arrivate un po’ ovunque tranne che negli Slam, avendo disputato solo Wimbledon (dove ha perso al secondo turno contro Berrettini) a causa di altri infortuni. Ora sembra stare benissimo e sicuramente è in grado di andare avanti anche nei major.
Fils è un giocatore moderno, estremamente completo e molto dotato dal punto di vista atletico. Ha un’esplosività che ricorda un po’ quella di Gael Monfils, ma con un servizio probabilmente anche superiore a quello del suo connazionale. Anche i fondamentali da fondo campo sono ottimi, e nel percorso a Cincinnati ha dimostrato di essere in grado di spaccare la palla sia di dritto che di rovescio.
Se sta bene – un “se” non di poco conto – è in grado di battere più o meno chiunque ed è sicuramente il più papabile tra gli outsider. Al momento è quinto nella Race (subito dietro Cobolli) e New York potrebbe essere il trampolino di lancio per attaccare le primissime posizioni della classifica. Cosa che, – così come la vittoria di uno slam – se non dovesse avvenire quest’anno sono sicuro che avverrà comunque in futuro.
Rafael Jódar
Restando in tema giovanissimi, la grande novità della stagione 2026 è certamente rappresentata dal ventenne spagnolo Rafa Jódar, già numero 11 del mondo e addirittura numero 9 della Race.
Anche lui tra i primatisti per partite vinte quest’anno, Jódar ha fatto finale a Washington, semifinale a Barcellona e Montreal e quarti di finale a Madrid, Roma e Parigi. È venuto fuori sulla terra ma si è poi confermato ad altissimi livelli anche nello swing nordamericano su cemento.
Anzi, guardando oltre alla retorica che vuole gli spagnoli come terraioli, Jódar è il prototipo del giocatore moderno in grado di fare bene su tutte le superfici (che, di contro, sono sempre più simili fra loro), fortissimo con entrambi i fondamentali da fondo e in grado di recuperare quasi ogni palla grazie ad un grande atletismo.
Gli manca ancora qualcosa dal lato del servizio così come da quello della continuità all’interno della partita, ma è già in grado di vincere partite importanti come dimostra lo score delle ultime settimane.

A Cincinnati ha perso agli ottavi contro Cobolli pagando le fatiche di Montreal, ma la settimana di sosta pre-US Open può fargli solo che bene. Inoltre, mi ha dato l’impressione di un giocatore in grado di fare tesoro di ogni sconfitta ed in grado di migliorarsi molto rapidamente.
Quando il connazionale Alcaraz vinse il suo primo slam a New York aveva otto mesi in meno di Jódar, che compirà 20 anni proprio alla fine del torneo. Replicare l’impresa è difficile – in tal senso aiuterebbero molto dei primi turni facili vinti senza perdere energie – ma pensare che possa farlo non è una follia.
Uno statunitense, 23 anni dopo Andy Roddick
Gli Stati Uniti non vincono lo slam di casa da 23 anni, fatto mai successo nella storia del tennis. Nel frattempo ha perso due finali Roddick, una Agassi e da ultimo Fritz nel 2024 contro Sinner. Tuttavia, negli ultimi anni il movimento statunitense è tornato ad alti livelli, con ben 13 giocatori tra i primi 100.
Manca, però, quel giocatore nettamente superiore agli altri. Per dirla in altri termini, gli Stati Uniti non hanno il Sinner o l’Alcaraz di turno. Però, in questo slam così incerto e in un momento in cui il dominio dei Sincaraz sembra lasciare qualcosa anche agli altri, a vincere lo slam potrebbe essere anche un giocatore che non spicca su tutti gli altri ma che a New York può imboccare le due settimane della vita.
L’indiziato numero è – per gli stessi motivi per cui metto Fils tra i favoriti – Ben Shelton, che ha vinto a Montreal, l’altro grande torneo di preparazione agli US Open. Quest’anno ha vinto anche a Stoccarda e Monaco, dimostrandosi un giocatore in grado di competere su tutte le superfici.
Ha fatto quarti agli Australian Open e in generale sembra uno dei talenti della next gen in grado di reggere meglio le partite tre su cinque, grazie alla rapidità del suo gioco e soprattutto all’efficacia del suo servizio, potente e difficilissimo da leggere. Arriva a New York da testa di serie numero 8: con un buon sorteggio penso che possa andare molto avanti.
Difficile, invece, poter vedere nelle ultime fasi del torneo il suo sfidante in finale agli Open del Canada, ma la stagione di Brandon Nakashima merita di essere menzionata. A 25 anni, il tennista statunitense sembra aver trovato finalmente la sua dimensione come giocatore molto ostico e molto dotato sul cemento, dove oltre alla finale di Montreal ha fatto semifinale anche a Cincinnati, Acapulco e Washington.
È reduce, poi, da una finale 1000 anche Frances Tiafoe, sconfitto nell’ultimo atto di Cincinnati. Il classe 1998 non si è più evoluto troppo come giocatore rispetto a quanto emerse al suo esordio a New York dieci anni fa contro Sua Maestà Roger Federer ma è un giocatore che quando è in giornata può far male a chiunque.
Ottimo servizio, bordate col dritto da ogni posizione e buon gioco di volo. Parlare di Tiafoe come candidato a vincere uno slam nel 2026 sembra una forzatura, ma in un tabellone che ultimamente non vuole avere padroni chissà che anche lui non possa avere una chance. E poi giocarci contro mentre il fastidiosissimo pubblico di Flushing Meadows è tutto dalla sua parte non deve essere affatto un’esperienza piacevole.
Vedo onestamente più indietro i veterani della pattuglia USA, Taylor Fritz – finale qui nel 2024 ma alle prese ormai con troppi problemi fisici – e Tommy Paul. Una menzione la merita poi anche il giovanissimo (2005) Learner Tien. Ha raggiunto la semifinale a Montreal e aveva fatto benissimo agli Australian Open. Per lui sarà il secondo US Open, ci arriva già tre le teste di serie e chissà che questo torneo non contribuisca a farlo conoscere al grande pubblico.
Daniil Medvedev, the last dance
Parlare di last dance per un giocatore di 30 anni può sembrare fuori luogo, eppure ogni volta che vedo giocare Medvedev non posso fare a meno di pensare che il meglio sia passato. Riesco anche a vedere il momento in cui il meglio del tennista russo è passato: le tre palle break non sfruttate a metà terzo set nella finale di Melbourne 2022 contro Nadal. Avesse convertito uno di quei tre punti avrebbe vinto il suo secondo slam di fila e probabilmente oggi non parleremmo di un giocatore che – nonostante qualità oggettivamente enormi – ha vinto un solo major.
Il rapporto con New York, però, è speciale. L’unico slam l’ha vinto proprio qui nel 2021 – impedendo a Djokovic di realizzare il Grande Slam – oltre ad aver fatto altre due finali nel 2019 e nel 2023. L’anno scorso al primo turno è però incappato in un’incredibile sconfitta contro Bonzi, una di quelle sconfitte che mi fanno pensare che la carriera del russo si sta tristemente trascinando verso l’anonimato.
Medvedev arriva agli US Open da testa di serie numero 7, nonostante uno swing nordamericano – di solito suo terreno preferito per la caccia di punti – molto deludente, tant’è che ha persino deciso di giocare il 250 di Winston-Salem la settimana prima di New York.
Eppure, se nelle torride notti newyorchesi Medvedev si ricordasse che tennista è stato, e se per un paio di settimane riuscisse ad esserlo ancora, parleremmo probabilmente di un giocatore che su cemento partirebbe sfavorito solo contro Alcaraz o Djokovic.
Non penso che al russo rimangano molte chance per dire la sua in uno slam. Eppure, senza Sinner e con l’incognita delle condizioni fisiche di Alcaraz, questa potrebbe essere davvero la volta buona. E lasciatemi dire che ne sarei molto contento.
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