
Sarri e l'ultima eresia. O del perché seguire l'Atalanta 2026-27
Breve discorso sul significato culturale di Maurizio Sarri e della sua nuova avventura all'Atalanta.
Ciò che è realmente difficile accettare nella conclusione di una «relazione stellare» non è tanto la fine improvvisa – una «distruzione violenta» – quanto, piuttosto, quel lento e malinconico ripiegarsi su se stessi, senza più lampi né sussulti, fino al proprio autodissolvimento. Ciò che realmente spaventa non è il crollo di un mondo, bensì il suo tramonto: del primo la possibilità del Tragico, del secondo l’impossibilità finanche di una Forma. Nel momento in cui quell’altezza o verticalità che avevamo immaginato, utopizzato, oppure solo sognato si rivela niente più che infelice quotidiano.
Intorno a questo problema mi sembra che ruotino anche le domande sull’attuale allenatore dell’Atalanta Maurizio Sarri, sulla sua peculiare evoluzione - dunque sull’ultimo Sarri -, un allenatore in cui si erano intrecciati fortemente, per lungo tempo, calcio e Cultura – divenendo a suo modo insperatamente «mitico» in un mondo sempre più privo di simboli – e che, negli ultimi anni, è sembrato diluire sempre più la propria carica eversiva. Tutto questo in maniera lenta, quasi senza che ce ne accorgessimo, un lento ripiegarsi. Seppur si continui a parlare di Sarri, nella sostanza, sembra che si parli di qualcun altro, dimentichi totalmente di chi fosse, e di che cosa egli ha rappresentato.
Soprattutto nella sua ultima esperienza alla Lazio, sembra che si siano connessi un certo ripiegamento dal punto di vista dell’ambizione calcistica e, insieme, un arretramento del «mito»: anche perché contagiato da un ambiente in rivolta contro la società, Sarri è sembrato sempre più immerso nel carattere del malinconico. Malinconia come impossibilità di una rivoluzione imminente – che sia calcistica o Culturale – e quindi necessità di sostare in una contingenza avversa ed esser in grado di estrarre fuori il meglio da quel (poco) che si ha.
Sarri non è mai naufragato, dimostrando, anzi, nel corso degli anni, una sempre maggiore, e forse inaspettata, versatilità tecnica e gestionale. Eppure quest’assenza di naufragio, se non prepara a un nuovo avvenire, corre il pericolo di diventare mera gestione di risorse – tutto il contrario di ciò che ha incarnato il carattere esplosivo di quel primo, simbolico, Sarri.

Tuttavia c’è un punto fermo da cui l’allenatore toscano non si è mai separato: la ricerca di un calcio simmetrico, il tentativo di costruire delle squadre dalle distanze corte e geometrie proporzionate. Questo è il principio su cui anche l'ultimo Sarri è rimasto intransigente, quasi fondamentalista, pur nei suoi continui, e sempre più difensivi, adattamenti. Si potrebbe dire in altri termini che Sarri è rimasto integralista nel metodo pur mutando, anche radicalmente, i contenuti di quest’ultimo.
La sua ultima Lazio sembra difficilmente paragonabile per ambizione rispetto al suo più brillante passato: una squadra che accetta di essere meno dominante col pallone (solamente 10° nell’ultima Serie A per possesso palla medio), che ha abbassato di molto la prima linea di pressione – addirittura 17° per PPDA (passaggi concessi per azione difensiva) –, che ha accettato lunghe fasi di blocco di medio-basso per poi andare alla ricerca di una verticalità ragionata.
E tuttavia anche quest’ultima Lazio, in un punto specifico, sembrava una squadra profondamente «sarriana»: nella ricerca di una forma simmetrica che le permetteva di giocare su distanze ridotte, nel ragionare sempre di reparto e mai individualmente, e quindi, in definitiva, nel tentativo di costruire la squadra come un blocco unico in grado di muoversi armonicamente per il campo.
Sarri non ha mai abiurato alla ricerca della simmetria, a quel principio fondamentale di una linea – forse la più decisiva – della scuola calcistica italiana risalente a Sacchi e che ha, tra i discepoli contemporanei, anche l’attuale mister della Cremonese. Citiamo Marco Giampaolo perché in un’intervista sembra cogliere la profonda questione di questa tradizione rispetto ai mutamenti del calcio contemporaneo: «Ho un pensiero più simmetrico e la penso come Sarri. Oggi non va più bene quello che si proponeva prima, il disordine organizzato non faceva parte della mia idea. Ci ho messo un po’. Mi sono destrutturato da un certo tipo di pensiero, ma lo ritengo ancora migliore. L’ho dovuto cambiare per essere contemporaneo».
Il tema che, infatti, accompagna anche l’ultimo Sarri è quello della ricerca di una simmetria in un calcio sempre più asimmetrico, «sformato», che predilige i duelli individuali al giocare di reparto, che oppone il disequilibrio e la fluidità rispetto alla ricerca di un ordine un tempo quasi geometrico, quelle «linee corrette» di cui ha parlato qualche tempo fa anche Spalletti.
Ecco uno dei primi motivi per cui seguire Maurizio Sarri quest’anno – per vedere quanto questo calcio simmetrico, in una squadra più ambiziosa come l’Atalanta, sia riattualizzabile, e con quali forme o modifiche, in un contesto calcistico che sembra ormai privilegiare integralmente il caos. Insomma l’interesse verso Sarri è simile al fascino verso un monaco «novecentesco» che deve comprendere come stare, e soprattutto come essere altrettanto radicale, in un mondo totalmente diverso da quello in cui si era formato e cresciuto – in altri termini in una Storia differente dalla propria.
Come si rideclinerà questa ricerca simmetrica? Si sporcherà e si contaminerà nei contenuti, come accaduto alla Lazio (cioè con una squadra sempre meno offensiva), o dovrà mettere in discussione anche alcuni assunti del proprio metodo? O, ancora, rimarrà, fino alla fine, fedele a se stesso seguendo – senza ascoltare le voci dall’esterno – la propria singolare via?
Da questo punto di vista il primo tempo contro l’Hapoel Tel Aviv, nel preliminare di Conference League, ci offre già qualche spunto di riflessione. Nella fase di fuoriuscita dal pressing, l’Atalanta sembra già una squadra più vicina al primo Sarri, contraddistinta, infatti, dalla ricerca di un’uscita pulita dal basso formando un 4+1 (con la scelta ambiziosa di Gaetano come vertice basso) e dalla ricerca ossessiva dei triangoli e del terzo uomo. Va anche detto tuttavia che l’Hapoel non veniva a pressare uomo su uomo – ed è questo il vero tema contro cui dovrà combattere l’idea simmetrica di Sarri.
Anche in fase di pressione la squadra è sembrata più ambiziosa costringendo più volte l’Hapoel a procedere verso l’esterno per poi soffocarla (il solo Bernasconi ha al suo attivo ben 8 palloni recuperati). Ma anche qui sono emersi dei potenziali limiti: il non pareggiare numericamente la costruzione dal basso del Tel Aviv – nel tentativo di ragionare sempre di reparto e mai individualmente per non perdere le distanze – ha fatto sì che, in almeno un paio di occasioni, la prima linea di pressione fosse superata con una relativa facilità (questo anche tra i motivi per cui la Lazio alla fine decise di rifugiarsi, via via, in un blocco sempre più medio-basso).
Sono tutte riflessioni embrionali: l’Atalanta, abituata per anni a un calcio di duelli individuali, deve ancora imparare a giocare in un modo strutturalmente differente. Ma proprio qui un ulteriore motivo di interesse per seguirla. Siamo abituati ad associare un cambio radicale in panchina ad una contemporanea rivoluzione della rosa. Mentre invece Sarri dovrà lavorare, per la gran parte (gli arrivi importanti per il momento sono solamente quelli di Gaetano e del difensore Kristensen, abituato, tuttavia, anche lui ad un calcio di duelli individuali), con giocatori già in rosa negli anni precedenti ma a cui saranno richiesti compiti totalmente differenti.
Esterni a tutta fascia che dovranno reinventarsi terzini alla Sarri – in grado, in fase difensiva, a lavorare di reparto ed offensivamente, invece, alla ricerca di continue sovrapposizioni (nella formazione dei triangoli laterali) – o ancora esperimenti affascinanti come Samardzic mezzala di possesso, e potremmo ancora continuare con una serie di giocatori offensivi con caratteristiche molto diverse tra loro, da ali associative come Raspadori a «freak» come Kamaldeen Sulemana. La necessità di versare vino nuovo in otri vecchi.
Ma poi, e forse questo l’elemento più significativo, dovremmo seguire Sarri all’Atalanta per un motivo Culturale o simbolico, nella speranza che un contesto diverso e un modo di giocare più ambizioso possano richiamare simultaneamente quella dimensione carismatica e «mitica» che lo avevano a lungo caratterizzato. Sarebbe triste, malinconico se Sarri non ci lasciasse un ultimo sussulto, un’ultima traccia di quel legame in lui per molto tempo così stretto tra calcio e Cultura. Quasi al punto che saremmo disposti anche al suo naufragio, purché sia un naufragio esplosivo.
Sarri, infatti, a cavallo tra Dieci e Venti, è stato il rappresentante più significativo di una peculiare via nazional-popolare che faceva del calcio offensivo il suo punto di forza e che si opponeva a un diffuso conservatorismo così come a una mera ragione speculativa. Sarri, non alieno da contaminazioni, ha ereditato e raccolto alcune delle migliori tradizioni del nostro Paese, a cominciare da quella di Sacchi, costruendo una nuova via per la contemporaneità. Ecco perché abbiamo «creduto» in Sarri: ci è sembrato per un momento, almeno nel calcio, che non tutto fosse perduto, che ancora si potessero ricucire e rammendare i frammenti di una Storia e di una tradizione ormai sempre più nascoste o cadute in oblio.
Da Fulvio Bernardini a Sacchi, passando per Zeman e Galeone, la nostra tradizione non è sempre stata solamente – come si vuole ossessivamente raccontare – quella «catenacciara» o dei «fortini». C’è stato dell’altro, anche qui da noi – lo stesso grande Carmelo Bene insisteva sulla necessità di una «zona celeste», meridionale anche per l’Italia – e che forse, oggi, andrebbe rivisitato quando si discute di una riformulazione dei propri tratti essenziali in seguito ai ripetuti fallimenti della nazionale. La simmetria, l’ordine, il pressing organizzato dei Sacchi o dei Sarri. La ricerca della creatività, della tecnica e della costruzione associativa dei Galeone o dei Bernardini. La possibilità di un differente futuro è legata anche al coltivare e, insieme, contaminare le nostre migliori tradizioni.
Questo allora, in definitiva, il motivo per cui seguire Sarri all’Atalanta, per vedere se, ancora nel 2026, sia in grado di tracciare una qualche nuova via, come fu al tempo, insieme eretica e popolare.
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