
Le ambizioni dell'Ajax di Míchel e Jordi Cruijff
L'Ajax, dopo qualche annata a vuoto, sembra aver ritrovato la bussola.
Domenica alle 14 è iniziata l’Eredivisie dell’Ajax, che ha aperto le danze con uno 0-2 in trasferta a Zwolle. L’inizio di una nuova stagione è sempre tra i momenti più attesi dell’anno per un tifoso, eppure quest’anno la stagione 2026/2027 è incominciata qualche settimana prima per i lancieri. Come conseguenza del deludentissimo quinto posto dell’anno scorso, l’Ajax sta giocando partite ufficiali già da metà luglio, coinvolta nelle sabbie mobili dei turni preliminari di Conference League.
Iniziando un lungo cammino nell’Ade, l’Ajax ha già affrontato il Vojvodina, liquidato con un doppio 4-1 andata e ritorno. Giovedì scorso si è invece scontrato con gli irlandesi dello Shelbourne (battuti 3-1), un’altra squadra alla quale sicuramente gli ajacidi sono meno abituati. Di partite così dovranno affrontarne altre tre, prima che si decida o meno l’accesso al girone unico di Conference: un torneo minore, quello che si è guadagnato sul campo, mestamente, la squadra quest’anno allenata da Míchel.
Non siamo abituati a vedere l’Ajax così. Esistono gli sleeping giants, ma è sempre strano quando uno di questi milita in un campionato “così poco competitivo” come l’Eredivisie, dove da sempre a vincere sono le solite due, tre squadre. Lo stiamo vedendo in questi ultimi cinque anni, dove a contendersi il titolo sono state Feyenoord e PSV Eindhoven, entrambe squadre che hanno saputo attrezzarsi e soprattutto consolidarsi, con l’idea di spodestare proprio l’Ajax in uno dei rari momenti di debolezza della sua storia.
L’ultima volta che la squadra di Amsterdam ha sollevato un trofeo risale all’Eredivisie vinta nella stagione 2021/2022: in panchina c’era ancora Erik ten Hag, l’ultimo che ha portato in alto i lancieri. Da allora, togliendo il secondo posto della stagione 2024/2025 con Francesco Farioli in panchina, capace di perdere un campionato già vinto, l’Ajax ha sempre reso al di sotto delle sue aspettative, e i motivi sono molteplici. Le radici però risiedono nel DNA della squadra olandese.

Nel corso della sua storia secolare, i Paesi Bassi si sono contraddistinti per un essere un popolo di abili mercanti, forti nel colonizzare stati anche molto lontani da loro, ma anche una civiltà piena di contraddizioni e controversie. Tra ciò che ci ha dato il calvinismo, le sue numerose spaccature, i continui cambi di direzione, ne viene fuori che gli olandesi siano un popolo deciso. Mi viene in mente l’episodio del Sinodo di Dordrecht (1619) e la decapitazione di Johan van Oldenbarnevelt, Gran Pensionario d’Olanda e uno dei più illuminati pensatori olandesi del suo tempo.
In quegli anni, proprio la diffusione del calvinismo come prolungamento del pensiero protestante in Olanda e in altri Paesi del Centro-Nord d’Europa aveva permesso ai credenti di interpretare a modo loro le sacre scritture. Lo stesso van Oldenbarnevelt era uno strenuo difensore di questo dogma, ma ciò non bastò a risparmiargli la decapitazione a causa di dispute interne e conflitti politici prima ancor che religiosi. Van Oldenbarnevelt venne giustiziato sebbene andasse in favore di chi gli tolse la vita, proprio perché tutto sommato scomodo nelle opinioni che esprimeva nel contrasto interno tra chi riteneva che l’ultima parola sulle questioni ecclesiastiche dovesse essere dello Stato, e non dei sinodi calvinisti ortodossi.
Tutto questo lo abbiamo visto anche nell’Ajax e nella sua storia. Già Johan Cruijff esprimeva disappunto nella sua autobiografia quasi vent’anni fa, quando osservava come i giochi di potere al vertice del club olandese facessero tutto il male della squadra. Tra dirigenti avari, che solo pensavano a salvaguardare la propria poltrona, e l’attenzione posta su ciò che non era davvero importante, Cruijff si lamentava a cavallo tra la fine del primo decennio del secolo e l’inizio degli anni ‘10 di come l’Ajax si stesse smarrendo, perdendo quello che da sempre era stato il suo focus: l’attenzione allo sviluppo di nuovi talenti, l’autofinanziarsi, l’essere una società modello nel mondo del calcio.
Lo storico numero 14 dei lancieri ci aveva visto lungo, e il dominio interno all’inizio della scorsa decade non si tramutò nè in successi internazionali, nè in produzione di nuovi talenti per la prima squadra o la nazionale olandese. Solo nel 2017 l’Ajax tornò a disputare una finale europea (persa con il Manchester United di Mourinho), che diede poi il là all’ultima grande generazione di talenti capace di arrivare fino in semifinale di Champions League nel 2019 (portandosi gli scalpi illustri di Real Madrid e Juventus e lasciando un bellissimo ricordo nella memoria dei tifosi ajacidi).
Dall’addio di ten Hag in direzione Manchester United, l’Ajax ha vissuto un déja-vù. Otto sono gli allenatori che si sono seduti sulla panchina del club olandese (John Heitinga per due volte, l’ultima l’anno scorso), tra ambiziosi progetti falliti dopo tre mesi e i tipici traghettatori/ex-giocatori del club un eternità fa, chiamati ad accompagnare la squadra a una fine il più dignitosa possibile.
Un numero impattante, che fa capire però come il problema della società sia un po’ più in alto della panchina stessa, più o meno all’altezza delle tribune, dove siede il quadro direttivo. Lo spettro societario è stato il vero autore del disastro Ajax nell’ultimo quinquennio, a causa delle stesse critiche che muoveva Cruijff quindici anni fa. La crisi di potere si è riflettuta direttamente sul campo, con il club che ha iniziato a spendere molti soldi per giocatori realmente non all’altezza, dilapidando un patrimonio ma soprattutto, come scritto prima, dimenticandosi di puntare tutto sui ragazzi del vivaio.
La colpa è di pochi indiziati, capaci di generare un tumulto nel board societario che solo quest’anno sembra essersi calmato. Dopo l’addio di ten Hag e l’allontanamento di Marc Overmars nel 2022 a causa dello scandalo sessuale nel quale si cacciò, nel 2023 l’Ajax assume Sven Mislintat, promettente DS che molto bene aveva fatto in Germania, soprattutto come osservatore al Borussia Dortmund. Mantiene l’incarico per una sola estate, nella quale tutti si domandano cosa stesse davvero facendo coi soldi del club (comprare Chuba Akpom dal Middlesbrough per 12 milioni oppure Mikautadze dal Metz per 16 milioni non sono state buone idee).
Dopo di lui è toccato a Marijn Beuker, nominato Director of Football, scaduto come lo yogurt lo scorso primo luglio. La sua assunzione era destinata a dare nuova linfa all’area scouting, allo sviluppo delle giovanili e alla data analysis, ma fin da subito si era capito come fosse una figura da dietro le quinte, non un vero decision maker. Nel frattempo, c’è stato anche tempo per un ulteriore scandalo, questa volta di natura economica, con l’assunzione nel ruolo di CEO e repentina sospensione di Alex Kroes, ex dirigente dell’AZ Alkmaar, sospeso dopo appena un mese perché colto in flagrante nell’acquisto di oltre 17.000 azioni del club una settimana prima dell’annuncio della sua assunzione.
Solo quest’anno Kroes è stato licenziato, e poi rimpiazzato dal ritorno a casa di Jordi Cruijff, questa volta nelle vesti di dirigente e con un compito molto chiaro ma anche molto complesso da portare a termine: riportare l’Ajax sulla retta via.

La carriera come dirigente sportivo di Jordi Cruijff andrebbe approfondita un momento, per capire quanto il suo nome ha influito sulle posizioni a cui è arrivato (Barcellona e appunto Ajax) ma anche per riflettere sul suo reale talento e le sue ambizioni. Nel suo curriculum figurano anche esperienze più esotiche, come la panchina dell’Ecuador e, per ultima, un’esperienza come advisor nella federazione indonesiana. Quando era un giocatore non solo è stato agli ordini del padre, ma è stato allenato anche da Sir Alex Ferguson nella sua tappa quadriennale al Manchester United.
La sua esperienza più lunga come dirigente sportivo è stata al Maccabi Tel Aviv, dove comunque ha contribuito ai successi interni del club. Il resto delle esperienze però sono state piuttosto fugaci e marginali, qualcosa che deve far riflettere sul reale talento di Cruijff-figlio nel suo attuale ruolo - dando per scontato che difficilmente tornerà ad allenare.
L’Ajax adesso sembra quasi una chiamata alle armi. Sebbene abbia firmato solo fino al 2028, nelle dichiarazioni d’ufficio sue e di chi lo ha assunto emerge molto chiaramente il perché si è scelto di puntare su di lui dopo aver avuto dei colloqui con diversi candidati. L’intenzione è quella di tornare a puntare sui giovani del vivaio, far tornare grande anche la squadra B - reduce da un crollo in classifica costante negli ultimi anni e arrivata ultima in seconda serie la scorsa stagione - e ricominciare a inserire sempre più ragazzi in prima squadra, un processo comunque già in atto da un paio d’anni.
Menno Geelen, attuale CEO del club e con un passato da direttore commerciale proprio all’Ajax, accogliendo Cruijff ha sottolineato come adesso il supporto dall’area sportiva e dirigenziale sia reale, e soprattutto più ordinato. Tutto questo passa evidentemente dalla nomina di Míchel Sanchez come nuovo allenatore. Un profilo con esperienza ma comunque con ancora strada da fare, quindi ambizioso, il cui calcio si sposa a meraviglia con la filosofia storica dell’Ajax.
Va detto che le ultime due stagioni di Míchel al Girona - retrocesso proprio la scorsa primavera con sorpresa di molti - sono state parecchio complesse e sotto le aspettative. Si parla comunque di qualcuno che ha fatto vedere chiaramente di saper allenare una squadra e di saperlo fare bene: tutti ci ricordiamo ancora la prima qualificazione in Champions nella storia del club catalano, opera di Savinho, Dovbyk, Aleix Vidal, Daley Blind, ma architettata proprio da Míchel.
Il gioco arioso del Girona, il dominio degli spazi, la capacità associativa della squadra, il controllo delle situazioni di gioco sono tutti elementi che all’Ajax sono mancati negli ultimi anni (sempre escludendo l’annata con Farioli, dalla quale sembrava si potesse ripartire bene l’anno scorso, ma con pessimi risultati come poi si è visto).
In comune con Farioli c’è che Míchel è un allenatore straniero, che non ha mai lavorato in Olanda. L’idea di puntare su un tecnico con idee diverse, che magari sbaglierà nel tentativo di adattarsi alla Eredivisie, è parte di un progetto più grande, che pure ci riconduce all’intro di questo pezzo. La Conference League quest’anno deve essere un impegno da prendere sul serio per l’Ajax, che non vince in Europa dall’ultima Champions League vinta con Louis van Gaal ormai più di trent’anni fa.
Il primo mercato di Jordi Cruijff è una dichiarazione d’intenti. Julian Brandt (già in goal in campionato), Ter Stegen e Marcos Leonardo sono tutti calciatori che vanno a rafforzare decisamente una rosa che negli ultimi anni aveva perso troppa qualità per quello che è il nome dell’Ajax. E poi l’arrivo di Caio Henrique, Tolu Arokodare e il ritorno a casa di Blind, peraltro già allenato da Míchel, giocatori di sistema e già pronti, che dovranno prendere per mano le nuove leve del club olandese.
Sebbene non passino inosservate le cessioni delle giovani stelle Joris Steur (neanche vent’anni e già spedito a Newcastle per oltre 23 milioni di euro) e Mika Godts (ancora non definita, ma pare prossimo al trasferimento al PSG), quest’estate l’Ajax sta facendo parlare di sé perché, per la prima volta dopo tanti anni, il mercato sta attirando nomi di grosso spessore, in cerca di rilancio o più semplicemente di una nuova sfida.
Assieme a loro, in questa stagione sarà il turno della definitiva consacrazione di talenti come Jorthy Mokio (in goal al debutto in campionato quest’anno), Aaron Bouwman o Abdellah Ouazane (entrambi titolari domenica scorsa), già sondato dal Real Madrid qualche stagione fa. Míchel non perderà tempo nell’inserire nelle rotazioni ulteriori ragazzi del vivaio, considerato il doppio impegno e soprattutto la probabile scarsa caratura delle squadre che, presumibilmente, affronteranno l’Ajax nei giovedì sera dei prossimi cinque mesi.
Ad Amsterdam c’è una nuova alba, l’ennesima degli ultimi anni. Questa volta però la rivoluzione sembra essere stata affidata alle persone più giuste e più credibili del caso. Ora che in dirigenza si sono calmate le acque, finalmente alla Johan Cruijff Arena si può tornare a fare calcio come una volta. E con la concorrenza agguerrita di PSV e Feyenoord, che già si sono affermate anche in contesto europeo nelle ultime stagioni, lo scontro al vertice nell’Eredivisie quest’anno sembra incerto e avvincente come non mai.
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