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Mastantuono
, 5 Agosto 2026

Da dove deve ripartire Mastantuono?


Per Mastantuono si prospetta una stagione in prestito per rilanciare le proprie quotazioni.

La mattina dopo la finale del Mondiale somiglia molto a un salotto dove è appena finita una festa e tutti sono già andati via. Sei rimasto da solo a pulire, spazzare, buttare le decorazioni e le bottiglie vuote nei sacchi della spazzatura. Ti senti spiazzato e preso in contropiede: pensavi che quella festa potesse continuare per sempre, invece il lunedì bussa alla porta, la routine torna senza chiedere permesso.

Questa sensazione è ancora più acuta quando il Mondiale non è finito come desideravi, con la Coppa che ti è scivolata dalle le dita quando già la soppesavi nella tua fantasia. I miei amici ed io subito dopo il triplice fischio della finale ci siamo guardati e dopo le solite frasi di circostanza – “fueron mejores…jugaron muy bien…” (erano più bravi… hanno giocato molto bene…) – è subentrato un dubbio: “Che, y ahora que hacemos?” (Bro, e adesso cosa facciamo adesso?). Nulla. Silenzio. Qualcuno ha provato ad azzardare un ultimo bicchiere, più per non pensarci che per proporre una soluzione sensata.

Il lunedì mattina, su X, ho trovato la risposta che cercavo, fra overall, trofei, trasferimenti improbabili e decisioni da prendere come un lancio di moneta. L’idea che mi ha salvato il post Mondiale – e quello che resta delle vacanze estive – è venuta a Federico e Gonzalo. Due giornalisti di Buenos Aires che hanno inventato un gioco così semplice e immediato che intercetta il desiderio di ogni ragazzino a qualsiasi latitudine nel modo: simulare la carriera di un calciatore professionista.

Copero si basa su scelte semplici, fuori e dentro dal campo, che portano a sviluppare una carriera partendo a 16 anni per poi trasformarti in leggenda. Il punto vincente del gioco, oltre all’immediatezza – una partita dura pochi minuti – è l’accuratezza: le scelte si adattano al momento di carriera e l’overall influisce sulle offerte che arrivano, che a loro volta condizionano lo sviluppo del calciatore a seconda del rendimento. Alla fine di una stagione entusiasmante può arrivare un’offerta da una big europea, pronta a consegnarti le chiavi della squadra, o un’esperienza in prestito a una squadra più modesta per farti le ossa

L'ancor breve parabola di Franco Mastantuono sembra una carriera di Copero vissuta a una velocità inusitata, possibile solo per i talenti che lasciano intravedere le stimmate del crack. Coi suoi (quasi) 19 anni l'argentino è già chiamato a decidere cosa vuole diventare da grande: questa finestra di mercato sembra l’opportunità migliore per incamminarsi sul sentiero della consacrazione mondiale. Le qualità che Mastantuono ha mostrato fin qui fanno pensare che, nonostante la giovane età, possa già essere annoverato nel tier di giocatori che le partite le decidono, spostando l’ago della bilancia e facendo saltare le difese avversarie.

L'ex River Plate, però, è tanto straripante, fragoroso e ficcante in campo quanto riservato, timido e silenzioso fuori dallo stesso. Lo ha dimostrato in più occasioni, da entrambi i lati dell’Oceano, preferendo dribblare e segnare al postare sui social. Si intravede uno dei tratti distintivi del carattere di Mastantuono che sembra molto più maturo dei suoi coetanei, con una mentalità da professionista consumato che hanno reso il salto verso il Real Madrid non così traumatico come ci si sarebbe aspettato per un diciottenne.

Quando si è presentato a Valdebebas, nel giorno del suo diciottesimo compleanno, per firmare il contratto che lo avrebbe legato al Real Madrid fino al 2031, lo ha fatto con una sobrietà e un senso della misura tipiche di una grande istituzione come la Casa Blanca, non scontate per un neomaggiorenne catapultato dall’altra parte del mondo.

Mentre posava accanto alla foto di Alfredo Di Stefano insieme a Florentino Perez ci si aspettava, quantomeno, un minimo di timore reverenziale, una soggezione che scaturisce dal trovarsi in un contesto che ti travolge facendoti pesare ogni movimento e ogni espressione del viso. Invece, la foto postata dal Real Madrid ritrae un giovane sorridente accanto a due leggende di un club iconico come il Madrid. Tutto era al posto giusto e Mastantuono era calato nel ruolo

https://twitter.com/Mbappista7/status/1955982141927325720

D’altronde quando cresci in una settore giovanile come quello del River Plate sviluppi una certa dose di istituzionalità, mixata a un’eleganza che Mastantuono si portava già nel background. Figlio di una sociologa e di un allenatore di calcio giovanile, l'argentino è la perfetta cristallizzazione della media borghesia argentina – ovviamente di origine italiana – radicata nella provincia di Buenos Aires. La vicenda di Mastantuono prende le mosse da Azul – a metà fra Buenos Aires e la provincia de La Pampa –, cittadina da dove era partita un’altra leggenda del River come Matías Almeyda e dove il padre gestisce una scuola calcio.

Nonostante l’occupazione del padre, il primo amore di Franco non è il calcio, bensì il tennis, che pratica fin dall’infanzia. Forse, è proprio da questa esperienza che Franco mutua l’aggressività che in seguito lo contraddistinguerà su un campo da calcio. Aggressività declinata nella sua versione più ficcante ed efficiente, senza perdere – tuttavia – l’eleganza nel gesto, portata all'estremo. Poi, a undici anni, Franco viene messo di fronte ad una scelta: o continuare con il tennis (in quell’epoca era fra i migliori tennisti giovani del paese) o provare, seriamente, la strada del calcio.

La scelta viene quasi automatica per un ragazzo che ha sempre dato l’idea di avere le idee molto chiare, sin dalla tenera età. Il River, che ci aveva già provato quando Franco aveva appena 8 anni, si fa avanti di nuovo, lo fa sentire desiderato e voluto, intravedendo dietro a quel gracile bambino un crack in potenza, degno della gloriosa maglia de La Banda. Mastantuono arriva a Nuñez e fa subito coppia con un altro grande prospetto riverplatense, Claudio Echeverri. Sembra, quasi, paradossale che due così diversi abbiano condiviso così tanto, in campo e fuori.

Echeverri è elettricità pura, un furetto iperattivo, impossibile da mappare e da fermare, con una spiccata predisposizione per il dribbling e la giocata “eccessiva”; Mastantuono è l’opposto, un artista della gambeta, certo, ma abbinata ad un’economicità ed efficienza che lo spingono a puntare sempre verso la porta. Un uno contro uno racchiuso in un 1,78 mt di eleganza e razionalità. Forse, la cosa che accomuna i due, oltre alla straordinaria precocità, è quel modo tutto argentino di accarezzare il pallone, seducendolo e blandendolo, fatto di controlli nello stretto e di tocchi di suola che danno un twist sempre diverso all’incedere. 

Dopo la trafila nel settore giovanile del River, in cui Mastantuono brucerà le tappe, la prima squadra lo chiama. Anche una grande squadra come il River Plate ha notato che questo ragazzo ha qualcosa in più, una scintilla che lo fa brillare nella ricchissima vetrina del Millonario. Demichelis lo fa debuttare nel gennaio 2024 e appena dieci giorni dopo mette a segno il suo primo gol da professionista. Una rete che ci dice davvero poco del giocatore che è – corregge in porta un pallone vagante in area – ma nonostante ciò gioca una partita che è una cartina di tornasole per tutto il suo talento.

Inoltre, mettendo a referto questa rete diventa il più giovane marcatore nella storia del River, superando Javier Saviola. Prima di segnare il suo primo gol “da grande” Mastantuono aveva fatto intravedere una varietà di repertorio raro per un sedicenne: controlli nello stretto sempre orientati per creare superiorità, associazioni con i compagni efficaci e una capacità di calcio tipica di un centravanti, più che di un esterno destro, ruolo in cui Mastantuono si è sempre identificato.

Sullo 0-0 ha avuto anche la faccia tosta di prendersi il pallone per calciare una punizione, che si è stampata all’incrocio dei pali. Gli è servito un anno per aggiustare la mira e castigare Marchesin nel Superclasico, diventando uno dei più giovani marcatori della partita più iconica del Sudamerica. Un gol che lo ha consacrato agli occhi del mondo e ha fatto iniziare la bagarre per aggiudicarselo.

Un crack così grande, seppur ancora adolescente, poteva essere la pietra angolare su cui costruire un ciclo vincente, anche da questa parte dell’Oceano. In questo, Mastantuono non si distanzia poi molto dagli altri fenomeni prodotti dal River - Aimar e Saviola, Ortega e D’Alessandro, Ocampos e Lamela. Talenti troppo grandi per il campionato argentino, che il River ha dovuto salutare anzitempo, e che in Europa hanno avuto fortune alterne ma il cui talento non si è mai opacato del tutto. 

Quando alla porta di Mastantuono ha bussato il Real Madrid – con un’offerta da €63 milioni, la più alta della storia del calcio argentino – nessuno è si è stupito poi molto. Per un giocatore del talento di Mastantuono è quasi normale finire in un club glorioso come la Casa Blanca; certo, l’eccezionalità è farlo a diciassette anni, con una manciata di partite da professionista sulle spalle.

Anche in questo caso Mastantuono è stato perfetto, misurato e sobrio. Come se si fosse preparato a questo momento per tutta la vita e come se l’approdo naturale per il suo talento fosse il Real Madrid. È stato manifesto e personificazione di due grandi culture calcistiche – la riverplatense e la madridista – che si sono incontrate al momento della firma del contratto. Un connubio che era destinato a compiersi e che ha visto in Mastantuono il miglior protagonista possibile.

Xabi Alonso è stato forse il più entusiasta per l’arrivo del giovane argentino, tanto che non ha esitato nel buttarlo subito nella mischia, facendolo partire titolare alla seconda di Liga contro l’Oviedo, dopo avergli fatto assaggiare il Bernabeu per uno scampolo di partita al debutto stagionale. 

José Hernández ne El gaucho Martin Fierro, il poema epico più famoso e studiato in Argentina, scrive “Soy toro en mi rodeo, soy torazo en rodeo ajeno” (Sono un toro nel mio rodeo, e un toro possente in quello di qualcun altro). E Mastantuono ha intercettato perfettamente il senso di questa frase nella sua stagione al Real Madrid. Non ha mai giocato diversamente da come faceva al River, dispiegando il suo manifesto calcistico anche davanti ai – molto – esigenti tifosi del Real.

È arrivato, neomaggiorenne, e in campo si è comportato come se la fascia destra del Real Madrid fosse sua da sempre. Ha chiuso la stagione con 1400' giocati, mettendo a segno tre gol e servendo un assist. A leggerli così sembrano numeri mediocri, financo deludenti, ma per prima cosa dobbiamo ricordarci che stiamo parlando di un diciottenne e, poi, è necessario fare un passo in più, analizzando quello che ha fatto l'argentino in questi mille e passa minuti in campo.

Mastantuono ha fatto Mastantuono: ha giocato come ci si aspettava da lui, senza nascondersi, senza limitarsi, senza snaturarsi. Ha mostrato tutta la sua qualità nei controlli nello stretto e quella tendenza, tipica di un altro grande dieci argentino, di venire dentro al campo, basso, a chiedere la palla, per essere sempre protagonista dell’azione e per vedere meglio la porta.

Sia Xabi Alonso che Arbeloa non lo hanno mai limitato, schierandolo alto a destra – ruolo prediletto di Mastantuono – e chiedendogli semplicemente di essere un giocatore associativo e di creare superiorità sulla trequarti. Il gol, poi, sarebbe stata una conseguenza. Forse Franco ha sofferto queste richieste, ossessionato dal segnare e dal poter incidere anche nel tabellino, ma con l’abnegazione dell’ultimo arrivato e con la maturità di un veterano si è messo a disposizione della squadra

Per completare il suo percorso di crescita, però, il Real non può mettergli a disposizione i minuti necessari e quindi Mastantuono è chiamato – ancora una volta – ad attingere alla sua maturità per prendere una decisione dirimente per il proseguimento della sua carriera. La scelta più immediata sarebbe quella di tornare per un anno al River per giocare in un campionato meno esigente ma di conseguenza anche meno allenante, in un contesto più simile a casa e in una squadra dove potrebbe essere il protagonista. L’alternativa, caldeggiata dal Real Madrid, è che Mastantuono proseguisse il suo percorso in una squadra europea di seconda fascia, con la possibilità di giocare molti minuti da titolare.

Un matrimonio (quasi) perfetto

La soluzione ideale, in questo scenario, sembra essere la Fiorentina di Fabio Grosso. Un allenatore giovane, con principi di gioco chiari e un modulo definito, che guiderà una squadra che ha il dovere di riscattare una stagione fallimentare: sembra il contesto perfetto per Mastantuono. Inoltre, a Firenze, l’argentino avrebbe garantita una continuità e una fiducia che poche altre piazze possono offrire.

Nella sua esperienza a Sassuolo Grosso ha molto spesso optato per un 4-3-3 scolastico, che segue i principi base del modulo, esaltando il trio d’attacco. Il sistema pensato da Grosso necessita di due esterni e un centravanti che siano coordinati fra loro, per muoversi come una sorta di fisarmonica. A sinistra l’allenatore chiede al terzino di giocare molto alto sulla linea degli attaccanti per creare un 2 vs 1 sistematico, così da favorire gli altri due attaccanti. In particolare, al centravanti viene chiesto di muoversi come una sorta di “pivot” per attrarre e pulire palloni da smistare sull’esterno sinistro, vero fulcro della squadra di Grosso.

La Fiorentina, prendendo Mastantuono, metterebbe a segno un colpo con le esatte caratteristiche che piacciono all’allenatore romano, in grado di esaltare i giocatori con una spiccata propensione ad agire negli ultimi venti metri di campo. Per la catena di destra Grosso opta per un assetto meno strutturato rispetto a quella di sinistra ma preferisce abbandonare il suo esterno, affidandogli compiti prettamente di finalizzazione, schierando un terzino più conservativo – da vedere, quindi, come verrà utilizzato Dodô – che non intasa la fascia, lasciando libero l’esterno di creare.

Nell’idea di Grosso, il centro della trequarti va occupato, per creare il maggior numero di occasioni pulite associando i giocatori offensivi o ricorrendo a soluzioni da fuori, che arrivano quasi sempre dall’esterno destro schierato a piede invertito. Soluzione, quella di fare densità in mezzo, che viene percorsa anche quando la costruzione diventa difficoltosa. Se il pallone non può uscire pulito dalla difesa, si chiede al centravanti di addomesticarlo – Kean in questo è uno dei migliori attaccanti del campionato – per renderlo giocabile dagli esterni che ingrossano le linee sulla trequarti – compito che Mastantuono ha svolto molto bene al River con Ruberto e in modo discreto nel tandem con Mbappé a Madrid.

I punti di forza del sistema di Grosso sono sfumature del gioco su cui Mastantuono ha potuto lavorare nel suo primo anno europeo. In particolare, Grosso chiede ai suoi giocatori ordine e disciplina nel mantenimento della struttura su cui si basa il sistema, che può funzionare solo con le giuste spaziature fra i giocatori.

Mastantuono ha appreso a giocare con una mezz’ala di qualità alle spalle – Arda Güler e Valverde a Madrid, mentre troverà Oulai e Fagioli a Firenze – e a capire quando entrare dentro al campo o quando creare superiorità sulla fascia, compito non facile con un “nove” così totalizzante come Mbappe. Inoltre, per giocare nel sistema di Grosso, è fondamentale saper gestire il pallone sotto pressione, spesso girati spalle alla porta, e Mastantuono nella sua prima stagione a Madrid ha dimostrato di essere molto sfaccettato quando si tratta di difendere il possesso, conservando il pallone o creando superiorità anche in un fazzoletto di campo.

Sulla carta sembra un matrimonio perfetto per entrambe le parti, con la Fiorentina che si assicurerebbe – anche se solo per una stagione – un giocatore capace di farle fare un decisivo salto di qualità in una stagione in cui è chiamata a tornare in Europa, per festeggiare al meglio il centenario. Mastantuono, invece, potrebbe aggiungere un’importante esperienza al suo bagaglio, accumulando minuti di qualità in una piazza esigente ma non schiacciante come Madrid, giocando in un sistema che sembra disegnato apposta per lui e che gli garantirebbe la visibilità necessaria per candidarsi a possibile successore di Messi come diez dell’Albiceleste. 


  • Classe 99, come Darwin Nuñez. Tifoso della Fiorentina, dell’Athletic Club ed ossessionato dalla Doce. Apprezza il mate, un buon regista davanti alla difesa e tutto ciò che venga dal Rio de la Plata

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