
Spiderman - Brand New Day, molto rumore per nulla
Tra scelte narrative incoerenti e una trama inquietantemente già vista, il nuovo spiderman si rivela un film interlocutorio.
Dove eravamo rimasti?
Quasi cinque anni fa, a fine 2021, la maggior parte degli appassionati del Marvel Cinematic Universe che si era recata nelle sale per assistere a Spiderman – No Way Home ne era uscita estasiata: il ritorno di Tobey Maguire e Andrew Garfield (e relativi nemici dei rispettivi capitoli) nei panni di Spiderman insieme a Tom Holland, un film ricco di colpi di scena, azione, combattimenti ma anche momenti di forte tensione emotiva. Ciliegina sulla torta, un finale così aperto e per certi versi destabilizzante che raramente si era visto nel MCU. Tutti questi elementi erano riusciti a convincere pienamente gli spettatori e a rendere il terzo capitolo della saga dell’Uomo Ragno un’opera godibile e intrattenente.
Seppur comunque non sia tutto oro quel che luccica, poiché No Way Home è stato sì un gran bel film, ma ad un’attenta analisi si regge su un’enorme forzatura – il primo incantesimo operato da Doctor Strange, estremamente complesso per quelle che erano le vere necessità di Peter (non gli bastava che tutti dimenticassero ciò che aveva detto Mysterio alla fine di Far From Home?) – l’attesa per il quarto capitolo, sia per ragioni di trama che di tempo (abbiamo dovuto attendere quasi 5 anni, mentre eravamo abituati a un paio d’anni tra un film e l’altro), era diventata estenuante, e le aspettative elevatissime.
Seppur la critica stia accogliendo il nuovo Spiderman con parere generalmente più che positivo, personalmente non sono d’accordo: Spiderman – Brand New Day è un film noioso, banale e incoerente.
*Da qui in avanti saranno presenti pesanti spoiler della trama del film; siete ancora in tempo per chiudere l'articolo e andare al cinema a vedere il buon Spidey, prima di proseguire con la lettura*
Coerenza narrativa: we don't do that here
La prima stortura di questa pellicola si ha dopo pochissimi minuti: ci eravamo lasciati con Peter che si ripromette di tornare ad essere solo l’amichevole Spidey di quartiere e lo troviamo invece dotato di potente tecnologia, da lui creata e collaudata, comprendente anche un’assistente AI che richiama moltissimo il primo film di Iron Man, come a mantenere quel legame. Viene subito da porsi una domanda: cos’è che Peter voleva eliminare per tornare ad essere solo un supereroe di quartiere? L’enorme dotazione tecnologica in generale o solo quella delle Stark Industries?
Tra l’altro, perché eliminare Happy Hogan? Un personaggio non di primo piano come MJ, Ned o Zia May, certo, ma che era stato una costante importante per Spiderman nella prima trilogia e che sicuramente meritava un finale migliore. A giudicare dall’andamento del film, comunque, il problema era appunto il forte legame con la tecnologia Stark, non con quella in generale.
“Fai anche il Pantheon delle tecnologie giuste e di quelle sbagliate?”, citando un frammento di storia politico-giornalistica di questo Paese. Se l’intento iniziale era davvero quello visto in questo film (considerando che la sceneggiatura è stata riscritta in corso d’opera), allora il messaggio che doveva passare era un altro: Peter, in questo film, dimostra che vuole essere indipendente e slegato dal mondo Avengers, costruendo prima il suo personaggio e la sua cultura, essendo comunque stato sempre fortemente collegato ad Iron Man e a tutto il mondo Avengers sin dall’inizio, a differenza degli altri, ma senza rinunciare alle conoscenze acquisite e alle sue capacità in campo tecnologico.
Il messaggio finale in No Way Home, che richiama implicitamente ad un ritorno di uno Spiderman sulla falsa riga di quelli di Garfield e Maguire, i quali devono conciliare lavoro/studio e l’attività da supereroe, è quindi fuorviante. La pellicola, inizialmente, viaggia molto velocemente; mostra la vita di Peter durante gli anni dell’università di Ned ed MJ, specialmente la sua attività da collaboratore (e non concorrente o rivale) delle forze dell’ordine, in particolare dell’ispettrice DeWolff, con la quale stringe un rapporto significativo che in qualche modo lo protegge, e tutti i nemici storici che riesce a sconfiggere, introducendo anche il legame con The Punisher.
Qui niente da dire; è effettivamente uno Spiderman più sobrio, più classico, più di città come ci si aspettava ed è stato anche bello mostrare che, seppur globalmente amato da tutta New York, Peter sia terribilmente solo e soffra enormemente la mancanza di MJ e di Ned, come a dimostrare che non sarà mai davvero completo finchè non riuscirà a ristabilire quel rapporto con loro.
Proprio dopo il primo incontro con loro, nel quale Peter subisce un fortissimo trauma vedendo MJ con un altro, il protagonista inizia a produrre ragnatele organiche, a causa della mutazione del DNA, e a non saperle controllare; decide quindi di provare a costruire un inibitore e si rivolge al professor Bruce Banner (Hulk, che naturalmente non si ricorda di lui), in quanto proprio Banner è dotato lui stesso di un inibitore per mantenere sotto controllo sé stesso.
Anche in questo caso, il film è incoerente: Peter non è più un ragazzino, ormai ha più di vent’anni, e se prima vederlo accompagnato sempre da Iron Man, Fury + Mysterio e Strange poteva essere sensato nell’idea di guidare il personaggio verso le sue sfide, ora stona, in quanto Spiderman è adulto, non ha bisogno della babysitter, e soprattutto sta andando verso una strada che lo porterà ad essere il protagonista di New York e a svincolarsi dall’era precedente degli Avengers; associarlo continuamente ad uno di loro è semplicemente stucchevole.
Per fare un paragone, molto molto più bello, sensato e vero è il rapporto che ha creato con Frank, nel quale entrambi sono adulti alla pari e in cui per la prima volta addirittura sembra più Peter ad essere la guida di qualcuno e non viceversa.
Durante la festa a casa di MJ e Ned, quest’ultimo se ne esce con una frase che fa porre un’altra serie di interrogativi irrisolti nel film; Ned afferma di avere questa sorta di passione per Spiderman in quanto lui ha salvato il ragazzo e i suoi amici più volte al liceo. Facendo due passi indietro, in Doctor Strange in The Multiverse of Madness, all’inizio del film, mentre Strange, Wong e America Chavez sono in un bar dopo che i due stregoni hanno salvato la ragazza dai mostri mandati da Wanda, il fu chirurgo, rispondendo alle domande di America sul Multiverso e sui viaggi attraverso esso, afferma: “abbiamo avuto un episodio con Spiderman recentemente”.
Questa dichiarazione però cozza clamorosamente con quanto affermato da Ned: il ragazzo, se avesse avuto un’esperienza del genere, l’avrebbe sicuramente raccontata; invece, pare che egli non solo non si ricordi di Peter, ma non si ricordi neanche di quello che è successo in No Way Home, citando però ciò che è accaduto in Far From Home e Homecoming. In più, il film non risolve quella battuta di Strange; Steven ricorda più degli altri? Ha riacquisito la memoria? Si era scritto un fogliettino prima di fare il secondo incantesimo in caso dovesse farsi un viaggetto in un'altra Terra diversa dalla 616? Ha ancora un legame con Spiderman ma non più con Peter Parker?
Quella risposta, per quanto innocente e dimenticabile, alimenta i dubbi sui reali effetti dell’incantesimo lanciato dallo stregone; perché gli dice addio se poi nel capitolo dopo lo cita? A questo punto, sarebbe stato utile, da parte del MCU, un documento che spiegasse con estrema precisione che cosa ha comportato l’incantesimo, cosa si ricordano i vari personaggi e cosa no.
A proposito di cose buttate lì e che poi non tornano in questo capitolo, la scena post credit di No Way Home ci aveva mostrato Eddie Brock di ritorno nel suo universo a seguito dell’incantesimo di Strange, lasciando inconsapevolmente un pezzo del simbionte Venom. In questo film, qualcuno l’ha visto? Notizie in vita? La scena post credit era semplicemente inutile o si riferiva ad un capitolo successivo (quindi verosimilmente una scena del 2021 che si riferisce ad un film del 2028/2029; non male)?
Uno scivolone del genere non si vedeva dai tempi della scena post credit del primo Doctor Strange, quando Karl Mordo attacca e sconfigge, privandolo dei suoi poteri, Jonathan Pangborn, affermando che ci sono troppi stregoni in giro e facendo implicitamente capire di essere un probabile futuro rivale per Steven; nei successivi capitoli, invece, Mordo sembra sparito nel nulla, compare solo nella Terra-838 (e non nella 616) e non viene più fatto, neanche da Wong, alcun riferimento al suo personaggio e al suo destino: la speranza è di non vedere ancora un epilogo del genere.
Sebbene tutti questi sembrino dettagli, accumulati nell’economia generale del film, risultano comunque fastidiosi agli occhi dell’appassionato; eppure, dati i tanti aspetti piacevoli e interessanti di questo capitolo, sarebbe possibile mettervi una pietra sopra in presenza di una trama avvincente e interessante, e invece è proprio questo il problema principale; la trama di questo film è telefonata e soprattutto inconcludente.
Dove ho già visto questa scena?
Il problema fondamentale della trama non è solo la trama in sé, che sarebbe a malapena accettabile in un film di transizione che deve risolvere determinati scenari per aprirne di nuovi, ma il fatto che è dannatamente identica a quella di Doctor Strange in The Multiverse of Madness.
Soprassedendo sul fatto che sia Peter che Strange soffrono nel corso dei rispettivi film per aver perso la donna della loro vita (Steven probabilmente l’ha persa definitivamente, quindi quel “ti amo, ti amo in ogni universo” a Christine è sicuramente molto più impattante del modo in cui Spiderman rivela la verità ad MJ, perché comunque, almeno per ora, la perdita non è irreversibile) e sul fatto che, a livello di vicinanza al protagonista, Wong e Frank si assomiglino terribilmente (sono comunque aspetti che non possono essere evitati), entrambe le pellicole seguono lo stesso identico filo logico.
In entrambi i capitoli, i due protagonisti sono inizialmente alla ricerca, per poi occuparsi di proteggerlo, di un soggetto dotato di un potere in grado di destabilizzare il rispettivo mondo, ovvero Jean Grey e America, le quali sono entrambe alla ricerca di qualcuno che amano e che, a causa del loro stesso potere, hanno perso (cambia leggermente in quanto America è direttamente responsabile per quanto riguarda le sue madri, mentre Jean ha perso la sorella in quanto dotata di quel potere e non in quanto effetto dell’esercizio di esso).
In più, sia Strange con Wanda che Peter con Metzger cercano l’appoggio di un soggetto terzo che si rivela in realtà essere il vero nemico, colui dal quale America e Jean vanno protette, ovvero colui che sta dando loro la caccia in quanto il loro potere è in grado di realizzare i suoi obiettivi (vivere con i suoi figli per Wanda, qualcosa di non precisato ma sicuramente inerente al potere per Metzger).
Inoltre, il momento in cui Peter sblocca la capacità di controllare le ragnatele organiche e in generale il mutamento del suo DNA ricorda esattamente il momento in cui America, di colpo, impara a gestire il suo potere; troppo frettoloso e improvviso, senza un minimo tentativo di allenamento o esercizio. Da appassionato, una volta intuito il giochino, il film è diventato prevedibile e molto, troppo piatto.
Per quanto, comunque, gli scheletri dei due film siano identici, cambiano i finali, in quanto in Doctor Strange si risolvono quasi tutte le questioni e si apre il nuovo scenario dell’incursione causata dalle azioni di Steven, mentre in Spiderman non assistiamo a nulla di definitivo su nessun personaggio, in quanto non c’è un epilogo definitivo per nessuno e anzi, il finale, con Ned che sembra riconoscere Peter, apre ad una serie di nuove possibilità.
L'unica apertura del finale del secondo film di Strange porta a un'altra analogia con Brand New Day: America diventa un'allieva dell'accademia di Kamar-Taj, avvenimento che presuppone una sua futura nuova apparizione, magari come alleata dello Stregone Supremo. Allo stesso modo, la situazione legata a Jean Grey resta in sospeso, nonché facilmente associabile alla già annunciata presenza degli X-Men nei futuri film degli Avengers.
Una seconda problematica della trama è la velocità narrativa; inizialmente molto veloce, poi molto lenta, poi alla fine addirittura quasi sbrigativa: c’è solo questa immagine di Jean sull’autobus e Spiderman che, al telefono con DeWolff, dice che Metzger è fuggito e il Damage Control (che non si capisce bene cosa sia oltre che una prigione, da chi sia governato, che autorità abbia e che scopi persegua, se Metzger stesse operando da solo o con altri o se l’intera organizzazione avesse interessi diversi dal combattere il crimine, ma ottimisticamente lo capiremo nei prossimi film) è ora sotto inchiesta per ciò che è avvenuto.
In particolare, ciò che più delude a livello di tempo sullo schermo e velocità in sé è la durata degli scontri e dei combattimenti; è vero, in No Way Home erano tantissimi perché vi erano tantissimi personaggi che richiamavano a quello e poco altro, però vedere in un film Marvel pochi scontri, pochissime scene d’azione e quasi tutte fini a sé stesse e non memorabili e l’assenza di un vero colpo di scena che potesse destabilizzare il futuro di Spiderman, non ha sicuramente aiutato a rendere il film più intrattenente e coinvolgente.
E ora? Breadth first
In ricerca operativa, per risolvere un particolare algoritmo, quello di Branch&Bounds, uno dei metodi utilizzati è il breadth first, che consiste nell’analizzare un albero di ricerca in ampiezza, analizzando i nodi che sono allo stesso livello.
Ecco, Spiderman – Brand New Day, da vero e proprio film di transizione quale è, lascia questo allo spettatore: una serie di nuove situazioni aperte (ovvero i nodi dell’albero), alcune anche con discreto potenziale (ad esempio la possibilità che le strade di Jean e Peter si incrocino di nuovo, l’evoluzione del rapporto con la DeWolff, uno sviluppo approfondito di cosa è il Damage Control, l’esistenza di una modalità per recuperare il ricordo di Peter) che si sono aggiunte a quelle già preesistenti, che non sono state di fatto risolte, che andranno a orientare il futuro di Peter.
Personalmente, non reputo il film brutto, anzi, ho apprezzato l’idea di uno Spiderman solitario e più vicino ai problemi di New York, e ho apprezzato che, nonostante tutto, sia rimasto un personaggio dall’animo buono che agisce sempre per salvare i suoi nemici o chi combatte e mai per uccidere, e in particolare la scena con Jean e Zia May, per quanto avvenuta nella testa di Peter, è stata davvero significativa ed emozionante e ha mantenuto, anche giustamente, altissima l’importanza del personaggio interpretato da Marisa Tomei.
È un film che però, a giochi fatti, non sposta assolutamente nulla; aggiunge appunto qualche nuova questione ma lo Spiderman del 28 luglio e lo Spiderman del 29 non sono drammaticamente diversi. C’è stata sì una crescita, ma non un’evoluzione, né sua né di chi gli sta attorno, semplicemente qualcosa di più di un’aggiunta. In più, un’attesa così elevata per un film che si è rivelato essere un’introduzione cauta ad un nuovo futuro e non un prodotto da wow!, ha incentivato un giudizio che non risparmiasse niente e nessuno. Non ci resta quindi che aspettare i prossimi capitoli per avere un quadro più chiaro della situazione, con l’augurio di tornare ad uscire dalle sale estasiati e non sbuffando.
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