
A Franco Baresi
All'età di 66 anni ci ha lasciato Franco Baresi, icona del Milan e del calcio italiano.
"Grace under pressure": la coniò Hemingway per il torero e i pugili, per l'uomo che nel momento delle difficoltà resta sé stesso invece di sgretolarsi. Significa attraversare la paura senza lasciare che cambi chi sei. Nella quotidianità che viviamo, l'autorità sembra misurarsi quasi all'opposto: in conferenze stampa, dirette social, dichiarazioni rilasciate prima ancora che i fatti abbiano avuto il tempo di sedimentare (o accadere). Un'autorità fatta soprattutto di parole, spesso più numerose delle decisioni.
Franco Baresi apparteneva ad un'altra dimensione. Vent'anni da leader senza quasi mai alzare la voce, perché aveva capito, con l'istinto di chi non ha avuto tempo per occuparsi delle frivolezze, che ogni parola spesa è una parola sottratta all'esempio.
Le sue origini raccontano tanto di lui. Resta orfano di entrambi i genitori a quattordici anni: prima la madre, per una malattia, poi il padre, in un incidente. Era talmente piccolo di statura al punto che il Milan, comprandolo, pagò persino una clausola per ogni centimetro che sarebbe cresciuto oltre il metro e settanta: lo chiamavano "Piscinin", il piccoletto, in dialetto milanese. Dentro quel corpo minuto c'era già la scorza, però, di chi offre protezione agli altri. Saldo nella sostanza, con la capacità di neutralizzare il pericolo prima che diventi tale.
Franco Baresi era l'anticipo un attimo prima che l'attaccante toccasse palla. Era lo scivolone pulito, mai una scomposizione di troppo. Era il corpo che si rialzava dritto dopo il contrasto vinto, senza cercare l'applauso. Era la marcatura portata come un dovere. Era la sentinella immobile prima dell'assalto, una statua che aspetta il momento di scendere dal piedistallo. Era la quercia che non si piega al primo vento, radicata più che muscolosa. Ed era anche il gesto piccolo, quotidiano: la mano tesa a rialzare l'avversario appena steso, il fango strofinato via dalla maglia col dorso della mano, senza fermarsi mai per guardarlo.
Non i muscoli da vetrina del capitano che De Gregori canta nel suo Titanic, quello vanesio, tutto esibizione, che va a schiantarsi contro il proprio orgoglio nella notte del naufragio. Lo chiamarono Kaiser Franz, in onore di Beckenbauer, ma la sua era una nobiltà tutta italiana e popolare, portata dall'oratorio di Travagliato fino allo stadio più internazionale del calcio europeo.
E chi era, quando dirigeva quella difesa? Era lo sguardo che spostava la linea di due metri senza bisogno di una parola. Era il richiamo secco a chi aveva sbagliato posizione. Era intelligenza cartesiana e lo sguardo di Marco Antonio. Era la fascia stretta al braccio, portata come un peso da onorare. Era l’onore e l’onere di sapere che tutti nella bufera guardano e si affidano a te.

Anche il suo modo di giocare racconta questa idea di comando, e come è cambiata nel tempo. Baresi nasce libero all'ultima maniera degli anni Ottanta: l'uomo solo dietro la linea, pronto a leggere la partita col proprio istinto. L'ultimo baluardo prima del portiere.
Con Sacchi un difensore diventa qualcosa di diverso. Deve pensare insieme agli altri tre. Il difensore della zona doveva guardare oltre se stesso: la squadra, gli spazi, il tempo dell'azione che ancora doveva succedere. Quel braccio alzato per segnalare il fuorigioco, diventato quasi un marchio, era la sintesi di questo. Cedere prima degli altri, e muovere gli altri, con lo sguardo prima che con la voce.
E poi c'è il Milan. Baresi ha incarnato un'identità. Quell'orgoglio popolare, artigiano, da cacciaviti in mano. Il Milan dei "casciavit" contro i salotti buoni trovò in lui il suo capitano naturale: uno che non veniva dai palazzi della Milano bene, veniva dal campo, e sul campo tornava sempre a dimostrarlo. Con la fascia al braccio guidò l'epoca d'oro dei rossoneri. Un'epoca difficilmente ripetibile. Si potrebbero elencare numeri, record, statistiche, ma tutto fa un passo indietro davanti alla statura morale del campione che ha sempre portato tutto questo con sobrietà e orgoglio. Anzi con responsabilità, altra parola ormai desueta.
Il menisco rotto contro la Norvegia, un Mondiale dato per finito. Venticinque giorni dopo, contro ogni logica medica, Baresi è in campo nella finale di Pasadena contro il Brasile. Gioca una partita immensa. Annulla Romario. Poi, ai rigori, sbaglia il primo. Piange, lì, davanti al mondo, lui che in campo non aveva mai mostrato nulla. È il momento più umano di una carriera costruita sul controllo: la prova, per l'appunto, che la grazia sotto pressione significa portare il peso fino in fondo comunque.
Lacrime diverse sono, invece, quelle che scorrono sul suo viso il giorno dell'addio. Il 28 ottobre 1997, a San Siro, per il suo addio c'è Milan - All Star Game. Sono lacrime che dimostrano la passione verso questo sport, l'affetto verso il suo "popolo", la paura di tornare ad essere solo Franco. Lacrime di amore e riconoscenza.
C'è del cinema, in tutto questo. Il western di Sergio Leone insegnava che un primo piano immobile vale più di un monologo, che il potere di un personaggio sta nel non dover dimostrare nulla perché la scena si dispone già intorno al suo silenzio. Così era Baresi in difesa.
Se n'è andato in silenzio, come aveva vissuto: riservato fino all'ultimo, lasciando che fossero tutti i gesti della sua carriera a definirlo. Il numero 6 ritirato è la conferma che certe maglie, dopo essere state indossate così, diventano simboli ed effigi. Racchiudono l'anima di qualcosa di più profondo che si chiama appartenenza.
Gianni Brera, che di calcio scriveva come si scrive di epica, colse in lui una "virile bellezza gladiatoria" e aveva ragione lui, ovviamente, a cercare nel lessico dell'anfiteatro le parole giuste.
Franco Baresi ci ha lasciato un modo di stare in campo, e quindi un modo di stare al mondo: fare, non dire; restare, non spiegare; guidare mostrando dove guardare, non raccontando dove si è stati. È la forma più alta e più rara di comando. Ed è un'eredità che davvero non muore.
Grazie Capitano.
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