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Nolan Odissea
, 30 Luglio 2026

L'Odissea di Nolan è un film mediocre


Nonostante Omero, nonostante i soldi, l'Odissea di Nolan è un film d'azione qualunque.

Ormai è chiaro a tutti, è già stato ripetuto in tutti modi e in tutte le lingue: l’Odissea di Christopher Nolan non è l’Odissea di Omero. Non è nemmeno “una” Odissea. Semplicemente, è un racconto di azione e avventura hollywoodiano che più non si può, un viaggio di un Ulisse post-bellico e traumatizzato che nel suo viaggio verso Itaca si trova a combattere – dentro e fuori di sé – i mostri creati da un senso di colpa montante, dalla sindrome del sopravvissuto, dai sintomi del PTSD (idea che a molti è sembrata innovativa, in realtà discussa dalla critica da decenni).

Nolan non ha voluto dare una nuova, personale, lettura dell’Odissea: ha voluto usare la storia di Ulisse (di nuovo, non l’Odissea) per costruire una storia nuova, strettamente legata per temi e immagini ad altre storie da lui raccontate in precedenza (innanzitutto ad Oppenheimer), che esprimesse il punto di vista del pluridecorato regista su problemi contemporanei. Dell’Odissea di Omero, però, una volta eliminati il respiro epico, gli dei olimpici, il senso del tempo dilatato, la curiosità e la furbizia di Ulisse, i sentimenti e il sesso, non rimane nulla se non l’ossatura più esplicita: i nomi dei luoghi e dei personaggi, un canovaccio di avvenimenti principali irrinunciabili e (solo in parte) il Mediterraneo. 

Tuttavia questo non è in alcun modo un problema. Un adattamento è un adattamento, può piacere o meno rispetto all’opera originale o ad altre declinazioni precedenti, ma resta un adattamento. Lamentarsi di un film perché troppo diverso dal libro/fumetto/videogioco/altra-versione-precedente-del-film è ridicolo, l’ossessione per la fedeltà “all’originale” è una non-critica e un autore incapace di parlare con la propria voce, di adattare un testo preesistente per dire qualcosa di nuovo, non è un autore ma un semplice imitatore. Molti dei migliori film della storia del cinema sono rielaborazioni molto libere di opere arcinote – qualche esempio dei più elementari: Apocalypse Now di Coppola, The Shining di Kubrick, Jurassic Park di Spielberg o, restando in tema Odissea, Oh Brother Where Are Thou? dei fratelli Coen).

Negli ultimi 2800 anni, poi, sono stati partoriti innumerevoli adattamenti, spin-off e variazioni sul tema dei poemi omerici: dall’Elena di Euripide fino all’Odissea teatrale di Lisa Peterson, in cui le protagoniste sono quattro donne migranti in un campo per rifugiati sull'isola di Lesbo. Come sottolinea Emily Wilson – autrice la cui traduzione è stato il punto di partenza della sceneggiatura, secondo lo stesso Nolan – l’Odissea “originale” è essa stessa un adattamento ateniese di un racconto orale tramandato per secoli in tutto il mondo ellenico. 

L'Odissea di Lisa Peterson.

Chiarito questo punto fondamentale, arriviamo al nocciolo della questione: l’Odissea di Nolan è semplicemente un film mediocre. Non un brutto film: un film visivamente abbastanza spettacolare – anche se molto meno di quanto avrebbe potuto – ma un film di azione e avventura come tanti altri, con alcuni (pochi) momenti esteticamente interessanti e (molti) momenti al limite dell'offensivo. Il problema non è ciò che Nolan abbia scarnificato l’Odissea omerica per ricostruirla con nuova carne, nervi, pelle e abiti, ma che tutto il “nuovo” è raccontato in maniera bidimensionale, superficiale e inorganica.

Nolan ha preso l’epica omerica e l’ha privata di ogni respiro vitale. I grandi temi che hanno reso la storia del ritorno di Ulisse a Itaca la storia più amata e raccontata negli ultimi 2500 anni di cultura europea – la straordinaria intelligenza e furbizia di Ulisse, la sua curiosità e spinta verso l’ignoto, il rapporto con il divino, quello con la morte, quello con l’amore – vengono spazzati di via per essere sostituiti da un unico e onnipervasivo sentimento : il senso di colpa.

Nelle interviste promozionali, Nolan ha ammesso di aver scelto la traduzione di Emily Wilson in primis per la sua interpretazione dell’immortale incipit omerico: "Cantami o Musa dell’uomo complicato". Un’interpretazione contemporanea e ardita del termine “polytropos” (πολύτροπος), tradotto più tradizionalmente con perifrasi quali “dal multiforme ingegno” o “ricco d’astuzie”. L’ironia però è che il suo Ulisse, interpretato da un Matt Damon a dir poco legnoso, non ha nulla di complicato, né di scaltro, né di ingegnoso. È un reduce quasi goffo, schiacciato dal senso di colpa e dalla sindrome del sopravvissuto, mai più furbo degli altri e persino privo di “polymēchania” – l’intelligenza pratica, tecnologica – che come quasi ogni altro aspetto di character design ci viene spiegata ma mai mostrata.

Dov’è l’Ulisse capace di manipolare la materia a suo piacimento? Il letto nuziale costruito attorno all'ulivo è assente (forse perché Nolan sembra allergico all'idea che i suoi protagonisti dormano o facciano sesso); la zattera con cui fugge da Calipso non è il capolavoro di carpenteria descritto da Omero, ma un ammasso di legni di fortuna tenuti insieme dal caso; persino lo stratagemma usato per acciecare Polifemo è ridotto a un gigantesco spiedino trovato lì per caso.

Odissea Nolan Polifemo

Come accennato, nemmeno i dilemmi etici riescono a reggersi sulle proprie gambe – anzi, sulle immagini – e risultano poco incisivi e ancor meno coerenti. Tutto ci viene detto con il tono più didascalico possibile, nulla ci viene suggerito, fatto intuire, trasmesso attraverso le emozioni. L'unico motore psicologico è un senso di colpa onnipervasivo, alimentato dal trauma per la sorte di Sinone (incomprensibile: perché mai dovrebbe importare se abbia detto o meno la verità a Sinone, dato che sarebbe morto ammazzato in ogni caso?).

Ulisse si sente in colpa per i Troiani uccisi con l’inganno, perché fa vagare (e morire) i suoi compagni per mare, perché tradisce (anche se mai esplicitamente) Penelope, per un sacco di motivi. Incredibilmente (spoiler alert) però non sembra sentirsi in colpa per aver trucidato i Proci. La guerra è crudele, ingiusta, sbagliata, il fine non giustifica i mezzi… a meno che non si tratti di un gruppo di persone che vive a scrocco a casa tua sperando di rubarti la moglie e il regno. In quel caso, inganno e violenza cieca sono perfettamente ammissibili dalla doppia morale nolaniana.

Doppia morale che si riflette anche nella scelta di una delle location più importanti e visivamente impattanti del film, la spiaggia di Calipso. Se da un lato Nolan vuole farci riflettere sulla violenza, sull’assurda crudeltà della guerra, sulla perdita di valori e il mancato rispetto dello stato di diritto (è palese che i riferimenti alla “Zeus’ law” siano richiami alla “rule of law”) – dall’altro decide di girare parte della sua Odissea nel Sahara Occidentale, occupato militarmente dal Marocco da ormai mezzo secolo, mai riconosciuto come parte del Marocco dall’ONU (ma dai governi Trump e Netanyahu nel 2023) e in cui la popolazione locale di etnia saharawi subisce discriminazioni e azioni di pulizia etnica.

Odissea Nolan Sahara

È noto come Rabat usi da decenni il cinema internazionale come strumento di soft power proprio per normalizzare l’occupazione coloniale di queste aree, ma a quanto sembra per Nolan questo non è in alcun modo un problema.

Altro grosso difetto di questa Odissea? Paradossalmente, succedono troppe cose, nonostante Nolan (comprensibilmente) abbia scelto di tagliare molti episodi – tra i quali alcuni dei più affascinanti – di accorparne altri e di sintetizzarne altri ancora. Questo processo di “taglia e cuci” narrativo non è stato eseguito con mano ferma, con decisione, ma si ha la sensazione che Nolan volesse raccontare tutto pur restando conciso, di voler accontentare il pubblico integrando tutte le scene più mainstream senza però scegliere la via di Peter Jackson, ovvero una trilogia da settecento minuti in cui davvero far rientrare tutto o quasi.

Invece, si ha sempre la sensazione di tagli e sintesi immotivati, alternati a scene e personaggi superflui, inutili ai fini del racconto, inseriti in un contesto frenetico di passaggi continui e slegati da un mostrone da sconfiggere all’altro. Lo spettatore non fa mai in tempo ad immedesimarsi, a entrare nella scena, a nutrire l'empatia verso i personaggi che… TAGLIO! e prossima avventura.

La ninfa Calipso (magistralmente descritta da Francesco Alò come una “psicoterapeuta-surfista australiana”), con cui Ulisse passa sette anni della sua vita sull’isola di Ogigia, sembra non avere avuto alcun rapporto profondo con lui ed è sostanzialmente inerte: capiamo che c’è stato un amore solo e soltanto perché ci viene detto. Circe (la cui trasformazione dei compagni in maiali è forse l’unica invenzione interessante del film) è una donna squilibrata e misantropa con cui Ulisse passa un pranzo o poco più e che non ha alcun peso nel prosieguo della storia e le cui perversioni, di nuovo, ci vengono dette ma mai mostrate per davvero.

odissea nolan calipso

Tutto il film è all’insegna del “Tell, don’t show!” o, ancora meglio, del “Non lo famo ma lo dimo” di borisiana memoria. Nemmeno il momento cruciale del film, il tanto desiderato ritorno a Itaca, momento che potrebbe facilmente emozionare in quanto perno centrale della vicenda, ci viene mostrato adeguatamente. Nemmeno il riconoscimento da parte del cane Argo – agonizzante da non si capisce quanto tempo, immobile sul mucchio di letame da giorni, mesi, anni? – è messo in scena per trasmettere sentimento: uno sguardo, la codina che si muove, un mezzo guaito, taglio.

Anche se la scrittura trasmettesse emozione o empatia (cosa che non fa, caratteristica più tipica del cinema di Nolan) il montaggio comunque non darebbe il tempo di farlo. Insomma, la sceneggiatura è un trionfo di esposizione didascalica e assenza di emozione. Il linguaggio oscilla pericolosamente tra la banalità dei film d'azione anni Novanta ("Let’s get off this fuckin’ beach" o "My dad is coming!") e meditazioni pseudo-filosofiche roboanti quanto fuori luogo.

Sentire un soldato invocare il collasso dell'età del bronzo e la legge di Zeus dopo aver parlato come un personaggio di Arma Letale 4 crea un cortocircuito estetico a dir poco imbarazzante. La scelta del registro linguistico è forse la più inspiegabile in un film farcito di scelte difficilmente condivisibili.

Così come la scrittura, purtroppo, anche la messa in scena risulta quantomeno mediocre, soprattutto alla luce del ricchissimo calderone di possibilità narrative e dei mucchi di dollaroni da cui Nolan poteva attingere. Ulisse e compagni viaggiano in mare per anni, attanagliati dalla fame e dalla stanchezza: non si percepiscono mai fame o stanchezza, non c’è salsedine né sporcizia sui loro visi, gli abiti sempre intonsi; sono passati vent’anni, ma non esiste senso della durata. Il tempo non passa e tutti rimangono sempre uguali a se stessi, sempre, sia nel corpo che nell’anima, come è del tutto assente il peso interiore del tempo, dell’attesa, della lontananza da casa.

Il cibo, la tavola, sono sempre orribili e repellenti, non trasmettono mai l’idea di godimento o convivialità. Certo, sono temi di cui il film parla o almeno accenna, ma ancora una volta lo fa dicendo e mai mostrando.

La reggia e i costumi alla corte di Itaca (sia quelli dei Proci, sia quelli dei buoni come Mentore) ricordano più una serie alla buona sui vichinghi o sui barbari che un’epopea mediterranea; i mostri e i nemici non sono mai credibili e non fanno mai paura  e soprattutto non hanno mai alcuna ragione per comportarsi da mostri: lo sono e basta, cattivissimi per ontologia, vogliono uccidere e basta, per principio, per timbrare il cartellino, per inserire un po’ azione e non fare annoiare lo spettatore.

Le scene d'azione sono piatte e tecnicamente confuse. Nella battaglia finale contro i Proci, la gestione del campo visivo è così incerta che lo spettatore perde costantemente la bussola. La violenza è deumanizzata, simile a quella di un videogioco: la side-story di Telemaco e del servo traditore che getta armi ai Proci, una alla volta e da un buco nel soffitto, è offensiva nei confronti dello spettatore.

Persino il Cavallo di Troia è un oggetto kitsch e mal progettato, privo di ruote, che appare sulla spiaggia come se fosse stato scaricato dal cielo da un Boeing C-17. Apprezzabile l’idea di mostrarci i guerrieri Achei stipati per giorni all’interno del cavallo, costretti a vivere senza cibo né acqua né servizi igienici, ammucchiati l’uno sull’altro. Anche in questo caso però il disagio ci viene presentato a parole: sappiamo che dentro al cavallo fa caldissimo ed è pieno di piscio e merda, ma guardandoli non si ha mai questa sensazione. 

In definitiva, l’Odissea di Nolan fallisce su quasi tutti i fronti: manca di profondità psicologica, etica e narrativa. Sicuramente è un film passabile, le quasi tre ore di proiezione passano senza sbadigli, ma questo è vero anche per un qualsiasi John Wick. Eppure, paradossalmente, la sua uscita è un evento da celebrare. In un'epoca di declino della cultura umanistica (non tanto in Italia, sicuramente negli USA), questo film ha portato il grande pubblico nelle sale e ha acceso interessantissime discussioni sul cinema, sull’Odissea, sulla traduzione e sull’adattamento. A quanto pare, l’Odissea di Omero sta vendendo come non mai, ottima notizia sia per la diffusione di un testo magnifico e fondamentale quanto per le tasche dei librai: il pubblico, sia quello uscito entusiasta dalla sala sia quello deluso dalla bidimensionalità del film di Nolan, vuole scoprire o riscoprire la fonte originale.

Il mito, pur corrotto e semplificato dalla macchina hollywoodiana, dimostra ancora una volta la sua potenza imperitura. Sopravvive a Nolan, sopravvive ai suoi dialoghi piatti e al suo Ulisse bidimensionale e pasticcione, confermando che la storia di un padre che cerca di tornare da suo figlio è un racconto che, pur mutando pelle, non smetterà mai di parlarci. Anche quando chi lo racconta sembra averne smarrito l'anima.


  • Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce in ritardo per lo scudetto ma in tempo per la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio nel 1998, puntuale per la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua imperterrito a seguire il calcio e a frequentare Marassi su base settimanale. Oggi è interessato agli intrecci tra sport, cultura e società.

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