
Eusebio Di Francesco, tra riscatto e nuove sfide
Etichettato spesso in modo ingeneroso, Di Francesco ha salvato il Lecce e vuole alzare l'asticella.
Frosinone e Venezia: questione di centimetri
«Passavo per lo sfigato di turno, quello che si portava dietro la sfortuna. Ora abbiamo un po’ ripulito l’immagine». Eusebio Di Francesco risponde così alla Gazzetta dello Sport appena dopo aver conquistato una salvezza all’ultima giornata di Serie A. Quell’ultima giornata che, nelle precedenti stagioni, per il mister di Pescara era stata un incubo.
Giugno 2023: dopo tre esperienze molto deludenti (esonerato da Hellas Verona, Cagliari e Sampdoria) e due anni di stop, DiFra torna ad allenare. Il Frosinone neopromosso del direttore Guido Angelozzi, con un progetto improntato sui giovani e su un calcio di qualità, punta su di lui. La rosa messa a disposizione del tecnico abruzzese è interessante; tra gli altri, Barrenechea, Soulé, Kaio Jorge, Brescianini e Zortea. Sarà però la mancanza di esperienza (età media di 24 anni, la più bassa del campionato) a rivelarsi poi fatale.
Nonostante un girone di andata di assoluto livello, con i ciociari a cavallo tra la parte sinistra e destra della classifica, la salvezza, fino a gennaio, non sembrava in discussione, condita da un gioco molto propositivo e interessante. Improntato su un 4-3-3 offensivo, le mezzeali e gli esterni (bassi e alti) sono i veri protagonisti del sistema DiFra, ma da gennaio in poi, complice anche un crollo dei singoli - in particolare di Soulè - la macchina si inceppa. Se qualche avvisaglia la si aveva avuta con la surreale sconfitta di Cagliari, l’anno nuovo è una sciagura.
Dopo l'impronosticabile vittoria per 0-4 al Maradona col Napoli in Coppa Italia, il Frosinone si scioglie; 3 sole vittorie nel 2024 (una delle quali, quella al Monza alla penultima giornata, è la prima e unica vittoria stagionale fuori dalle mura amiche dello Stirpe) e lo psicodramma che diventa realtà della retrocessione che si consuma negli ultimi 90'. L’Udinese di Cannavaro, nonostante una gara dominata dal Frosinone, trova a 15' dalla fine, con Keinan Davis, il gol che salva i friuliani e condanna i ciociari, anche e soprattutto in virtù della vittoria dell’Empoli al 93' contro la Roma.
Al fischio finale, Di Francesco crolla in lacrime; il suo Frosinone, nonostante il pessimo girone di ritorno, a livello di gioco proposto, di idee e di giocatori valorizzati, meritava un epilogo molto diverso. Nonostante la fiducia di Angelozzi, l’allenatore, qualche settimana dopo, decide di non restare in gialloblù e di scegliere un’altra montagna da scalare; il Venezia neopromosso, salutato Paolo Vanoli che si accasa al Torino, sceglie di puntare su Di Francesco per provare a mantenere la Serie A.
Il mister abruzzese, per la prima volta, sceglie di adattarsi ad un sistema di gioco già rodato, ovvero il 3-4-2-1. Seppur il mercato estivo sia tutt’altro che esaltante (arrivano Oristanio, Sagrado, Doumbia, Duncan e Raimondo), il Venezia, forte di avere a disposizione un portiere esperto come Jororen e un attaccante di presunto livello quale Pohjanpalo, si affaccia al massimo campionato con cauto ottimismo.
La stagione, invece, sarà molto sofferta; i lagunari galleggiano per tutto il campionato in zona retrocessione e anche i singoli di esperienza deludono; Jororen è un disastro e perde rapidamente il posto a favore di Filip Stanković prima e di Ionuț Radu poi, mentre, durante il mercato di gennaio, la società cede Pojhanpalo al Palermo senza di fatto sostituirlo, lasciando Difra senza il miglior giocatore della rosa.
Eppure, nonostante tutto ciò, nella seconda parte di stagione, a suon di pareggi e senza praticamente subire goleade quando perde, non il Venezia non muore mai definitivamente, restando in corsa fino all’ultima giornata. Contro la Juventus, dopo essere stato in vantaggio con il gol di Fila e aver poi pareggiato con Ridgeciano Haps, solo un rigore di Locatelli (e i risultati degli altri campi, che premiano il Lecce e condannano l’Empoli e appunto i lagunari) mette ko il Venezia, spedendolo in Serie B.
Anche a questo giro, a causa di un mix di fattori, Di Francesco subisce un’altra batosta; seconda retrocessione di fila nell’ultimo quarto d’ora dell’ultima partita di campionato. Sembra una vera e propria maledizione; la carriera del tecnico abruzzese, dopo le meravigliose cavalcate con Sassuolo e Roma, è entrata in una spirale negativa anche difficile da spiegare, con una serie di cocenti delusioni ampiamente non meritate. Eppure, come ricordatoci dal Milan sulle maglie rossonere nel 2026/27: “Dopo Istanbul, c’è sempre Atene…”.
Lecce: non è importante come colpisci, ma come incassi
Quando il biglietto da visita è questo, risulta complesso anche solo sperare in un’altra possibilità sia in Serie A che nel mondo del calcio italiano. Eppure, il folle disposto a dare a Di Francesco questa possibilità risponde al nome di Pantaleo Corvino. L’esperto dirigente, a capo dell’area tecnica giallorossa, dopo tre salvezze consecutive, si affida al mister abruzzese per centrare la quarta, che sarebbe record della storia del club; a Di Francesco l’arduo compito, quindi, di sfatare un tabù societario e uno individuale.
Per facilitare l’approdo del tecnico, nel suo staff, nel ruolo di viceallenatore, la società salentina sceglie un uomo molto conosciuto al Via del Mare: Fabrizio Del Rosso. Storico vice di Marco Baroni, si è sempre occupato dell’organizzazione della fase difensiva e va a bilanciare l’attitudine delle squadre di Difra che tendevano sempre a concedere un po’ troppo; il Lecce sarà la miglior difesa delle ultime 7 della classifica e Falcone chiuderà con 10 clean sheet.
A livello di rosa, i giallorossi cedono i due perni della squadra, Krstović e Baschirotto, sostituendoli con l’accoppiata flop Camarda-Štulić e con Tiago Gabriel. In termini di valore e costo della rosa, per il terzo anno consecutivo Di Francesco allena la squadra meno costosa dell’intero campionato; un dato forse troppo spesso sottovalutato.
A livello tattico, data la pochezza tecnica della rosa salentina, il mister ex Roma imposta il suo classico 4-3-3 in fase di possesso, ma è in fase di non possesso, anche grazie al contributo di Del Rosso, che cambia; si adatta alla nuova moda del campionato, schierandosi con un compatto 5-3-2 e prediligendo sempre un blocco basso senza palla con il compito, una volta recuperata la sfera, di correre, con Banda, N’Dri, Pierotti e Sottil in campo aperto.
Il Lecce risulta una squadra molto compatta e quadrata, con praticamente zero individualità interessanti ma molto rognosa da affrontare, soprattutto quando la partita tarda a sbloccarsi. La stagione dei salentini è comunque una guerra su ogni singolo pallone giocato; se Pisa e Hellas Verona abdicano già a metà stagione, con Fiorentina, Genoa, Cagliari e Cremonese (crollata disastrosamente nel girone di ritorno) la lotta è serrata fino all’ultimo.
Seppur non all’altezza tecnica delle concorrenti, la squadra di Di Francesco risulta forse la più costante nel corso della stagione; naviga sì sempre in acque pericolose, ma lo fa con l’esperienza giusta (seppur la rosa sia la terza più giovane del campionato) e nemmeno le pesanti sconfitte con Como e Atalanta (le pochissime con scarto elevato, a dimostrazione dell’ottimo lavoro difensivo) scalfiscono la squadra.
La salvezza arriva formalmente all’ultima giornata, proprio quell’ultima giornata che era stata fatale due volte negli ultimi due anni con Di Francesco, ma è la vittoria a Reggio Emilia della settimana prima contro il Sassuolo ad essere il match point della stagione; a 10 minuti dalla fine, i giallorossi sono avanti 2-1 grazie alla doppietta di Cheddira.
Al minuto 82 Pinamonti sigla il gol del 2-2 che sembra significare retrocessione, in quanto la Cremonese sta vincendo a Udine e ha attuato il sorpasso virtuale. Poi, al 96', Nikola Štulić, (giustamente) criticatissimo durante la stagione, complice di essersi rivelato non all’altezza nonostante i 5 milioni spesi per il suo cartellino, sigla la rete del 2-3 che manda in paradiso il Lecce, il quale completa l’opera una settimana dopo battendo il Genoa 1-0 con una rete di Banda nella fase iniziale del match.
Al fischio finale, il Via del Mare esplode; è record per il Lecce, che ottiene la sua quarta salvezza consecutiva; è record per un commosso Eusebio di Francesco, che ottiene quella salvezza tanto desiderata e scaccia via tutte le critiche e gli insulti piovuti negli ultimi anni, commentando così il traguardo raggiunto:
“Dodici mesi fa ero sotto un treno? Non stavo di certo bene anche se avevo ricevuto tanti elogi che da un lato mi davano coraggio, ma dall’altro mi facevano anche passare un po’ come lo sfigato di turno, quello che si portava dietro sempre la sfortuna. Ora l’immagine l’abbiamo un po’ ripulita. La cosa che mi ha fatto più male è stato il pregiudizio, perché te lo senti addosso, sulla pelle. Però io non ho mai polemizzato, ho sempre risposto parlando solo di calcio".
Sintesi perfetta di un allenatore bravo ma anche e soprattutto di una grandissima persona; nel mondo degli urlatori, di chi fa confusione, di chi tira le bombe carta (cit. Tommaso Ghirardi), personaggi che, come Di Francesco, lasciano che a parlare sia solo ed esclusivamente, nel bene e nel male, il campo, sono purtroppo sempre più rari.
Un altro Everest: ripetersi
Simone Vagnozzi, allenatore di Jannik Sinner, dopo la recente vittoria di Wimbledon, ha dichiarato: “Ripetersi è ben più difficile di vincere la prima volta”. Proprio su questa falsa riga si baserà il futuro di Di Francesco; nonostante lo tsunami causato dalla decisione di Corvino di lasciare il Lecce, Saverio Sticchi Damiani, capace presidente giallorosso e rappresentante delle fondamenta sulle quali si basa il progetto dei salentini, decide di promuovere il DS Stefano Trinchera a capo dell’area tecnica e di rinnovare la fiducia al tecnico di Pescara, che rinnova fino al 2028 con l’obiettivo di ripetere la fantastica salvezza appena ottenuta.
Sfida nella sfida, per Eusebio Di Francesco ora si presenta la possibilità di salvare ancora il Lecce, ma attraverso il gioco, cosa che ha sempre contraddistinto le sue squadre. A parlarne è Danilo Veiga, uno dei cardini giallorossi nella scorsa stagione, direttamente dal ritiro del Lecce a Bad Loipersdorf, in Austria: "Ora possiamo provare a seguire un po' di più le idee del mister e giocare un po' di più. La scorsa stagione è stato difficile, non potevamo giocare molto secondo la sua idea, ora ricominciamo da zero e possiamo giocare come vuole lui".
Sarà un’altra impresa, un altro Everest da scalare, molto probabilmente senza le folate in campo aperto di Lameck Banda; sicuramente la scelta meno facile (è l’unico allenatore che è rimasto a Lecce dopo essersi salvato oltre a Gotti, che però subentrò e fu esonerato all’inizio della stagione seguente) ma anche la più interessante, con una certezza in più rispetto ad un anno fa: Eusebio Di Francesco è un grande allenatore.
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