
Il Tour de France, Pogačar e la bellezza ostinata del ciclismo
Alcune riflessioni sul Tour de France appena concluso e sul suo trionfatore Tadej Pogačar.
Il Tour de France 2026 è terminato nella spettacolare cornice degli Champs Elysée di Parigi, con la stratosferica vittoria di Mathieu van der Poel - la seconda, entrambe dalla fuga, in questa edizione - resistito al rientro del gruppo dei velocisti dopo che anche il fenomeno sloveno in giallo aveva mollato le sue ruote a 300 mt dal traguardo.
Un'edizione che sarà ricordata probabilmente per la superiorità di Tadej Pogačar, ma anche per il coraggio di chi ha attaccato per andare in fuga ogni giorno pur sapendo di avere davanti un corridore di un'altra categoria così come per il senso profondo di uno sport che, nonostante tutte le trasformazioni del professionismo contemporaneo, continua a vivere soprattutto grazie a quei corridori – vedere Richard Carapaz o il giovane francese Paul Seixas – che scelgono di mettere da parte le tattiche di squadra, i calcoli e il controllo dei watt per seguire l'istinto e quella irrefrenabile voglia di vincere.
Il Tour de France, del resto, è diventata la corsa ciclistica più importante al mondo anche grazie ad alcune delle imprese di ciclisti che nel corso di tre settimane di gara sono stati capaci di trasformare il sudore, la fatica e le vittorie in un racconto collettivo ai limiti dell’epica sportiva.
Uno spettacolo che attraversa comunità, borghi, città, che ci regala paesaggi mozzafiato con scalate da brividi e discese altrettanto spettacolari. Una gara seguita da milioni di persone davanti alla televisione e da centinaia di migliaia di appassionati ed appassionate assiepate lungo le strade. Un patrimonio popolare che – forse – nessun altro grande evento sportivo riesce ancora a incarnare con la stessa autenticità.
I protagonisti del Tour de France
Tra i protagonisti assoluti di queste tre settimane di Tour de France c'è stato senza dubbio il danese Mads Pedersen. La conquista della maglia verde è stata un capolavoro di forza e tenacia. Fisica ma soprattutto mentale: il danese ha interpretato questo Tour de France andando in fuga praticamente ogni volta, persino nei grandi tapponi alpini, quando per uno sprinter l'obiettivo naturale sarebbe semplicemente quello di arrivare entro il tempo massimo. Pedersen, invece, ha scelto ogni giorno di correre da protagonista.
Ha trionfato sul traguardo della 4° tappa, la Carcassonne-Foix, ha speso energie infinite senza mai sottrarsi al lavoro per i propri capitani, dimostrando come nel ciclismo moderno sia ancora possibile coniugare ambizione personale e spirito di squadra. Una maglia verde conquistata con la generosità prima ancora che con la velocità. Anche perché nelle volate, tra le ruote veloci, ad imporsi è stato quasi sempre il collega e rivale Tim Merlier.
Se la classifica generale del Tour de France è sembrata spesso avere un padrone, la lotta per la maglia a pois ha regalato alcuni dei momenti più belli dell'intera corsa. Il confronto tra Valentin Paret-Peintre e Richard Carapaz ha restituito al Tour un duello come non si vedeva da anni e che ha animato le fughe nei tapponi di montagna. È stato – però – l'ecuadoregno a scrivere il capitolo più bello ed emozionante. Le ultime tre grandi tappe alpine, la 18°, la 19° e la 20°, resteranno tra le immagini simbolo di questo Tour. Due vittorie e un terzo posto conquistati correndo sempre all'attacco, gettando letteralmente il cuore oltre l'ostacolo.
Il campione olimpico di Tokyo è arrivato spesso sul traguardo svuotato di ogni energia, con il volto scavato dalla fatica ma senza che avesse mai smesso di alzarsi sui pedali per rilanciare l'azione. Un’interpretazione della corsa che avrai conquistato anche chi segue questo sport soltanto una volta all'anno. In un ciclismo dominato dai dati, dai watt e dagli ordini che arrivano dalle ammiraglie, Carapaz –in maniera quasi rivoluzionaria – ci ha ricordato che esiste ancora uno spazio per sognare e immaginare un finale diverso.
Un’analisi-racconto di questo Tour de France non può prescindere – però – dal sottolineare la straordinaria forza della UAE Emirates-XRG così come non si può ignorare come questo progetto (ma anche quello della Bahrein e di altri team) rappresenti uno degli esempi più evidenti di sportswashing promosso dagli Emirati Arabi Uniti. Una strategia che attraverso le imprese sportive di Pogacar & Co. mira a rafforzare e migliorare l'immagine internazionale dello Stato del Golfo. Ed è, quindi, giusto continuare a mantenere uno sguardo critico su queste operazioni così come fatto l’anno scorso nei confronti del team che Israele sponsorizzava e attraverso cui provava a normalizzare il genocidio in Palestina, l’Occupazione e l’apartheid.
Ma, forse, proprio questa consapevolezza rende ancora più interessante osservare ciò che accade all'interno della squadra. Perché, al netto della natura politica del progetto, la UAE continua a rappresentare probabilmente il miglior esempio di collettivo del ciclismo contemporaneo.
Qui persino il corridore più forte del pianeta accetta di mettersi al servizio dei compagni. Lo si è visto chiaramente nel rapporto costruito con il giovanissimo Isaac Del Toro: il messicano è stato l’unico corridore dell’UAE a non aver tirato un solo metro e che anzi ha potuto avere come suo gregario lo sloveno che ha dimostrato di poter vincere quando e come vuole ma che ha saputo rinunciare a qualcosa di proprio (vedere la seconda tappa del Tour de France, la Terragona-Barcellona o l’ultima tappa alpina con arrivo sull'Alpe d'Huez) affinché un compagno potesse vivere il momento più importante della sua carriera.
Pogačar prima gli ha regalato regalato una vittoria di tappa a Barcellona e poi portandolo alla conquista della maglia bianca, simbolo del miglior giovane, e del 3° gradino del podio finale. Un atteggiamento che nel professionismo moderno, sempre più costruito sulle statistiche individuali e sul culto del campione, appare quasi rivoluzionario.
Tadej Pogačar. È difficile trovare parole nuove per raccontare un corridore che sembra riscrivere continuamente i limiti del possibile. Le sue vittorie di tappa in questo Tour de France (ben 5) hanno avuto qualcosa dell'epica delle grandi cronache sportive.
Sul primo arrivo in Francia, alla terza tappa ha aspettato gli ultimi 200 metri, quasi con la calma di chi conosce già il finale della storia. Poi è scattato. Nessuna esplosione plateale, nessun gesto teatrale. Solo una progressione inesorabile, elegante e devastante, capace di lasciare tutti sul posto mentre lui sembrava galleggiare sull'asfalto. Nei giorni successivi ha ripetuto il copione cambiandone ogni volta il finale. Così a voler regalare sempre emozioni nuove. Il campione del mondo 2024 e 2025 è il più forte. Sicuramente il più forte della sua generazione. Forse il più grande di sempre. O poco ci manca…
È famelico. Quando vede la possibilità di vincere difficilmente la lascia agli altri. Qualcuno nel gruppo si è anche lamentato di questo ma dopotutto rientra nella logica dello sport. Nella logica di un corridore che dice di non correre per i record, sebbene li abbia infranti praticamente tutti, ma per la squadra. Perché sa di portare sulle sue spalle il peso e la responsabilità di tutti i suoi compagni che ogni giorno lottano e si sacrificano per lui. E allora, forse, c’è poco da meravigliarsi quando si porta in testa al gruppo e comincia a lavorare per il più giovane compagno di squadra Del Toro.
C’è poco da meravigliarsi, al più da emozionarsi, quando ci mostra un volto del ciclismo moderno che forse avevamo dimenticato anche solo che potesse esistere. Quando decide di non seguire l’accelerazione di Remco Evenepoel sull'Alpe d'Huez per scortare sul traguardo Isaac Del Toro. Quando rischia di farsi venire il torcicollo per controllare dove sia il giovane messicano e assicurarsi che non perda contatto dal gruppo dei migliori. Quando aspetta fino all’ultimo chilometro utile prima di attaccare per evitare che, sempre, Del Toro perda troppo terreno dal giovane Seixas con cui era in lotta per la maglia bianca e il terzo posto finale.

Siamo cresciuti tifando gli eterni secondi. Abbiamo amato Pavel Tonkov quando sfidava Pantani. Abbiamo sofferto insieme a Jan Ullrich contro Armstrong. Ci siamo innamorati delle scalate senza paura dei corridori della Kelme, dell'esplosività di Iban Mayo, delle imprese dell'Euskaltel Euskadi. Ci affascinava quella squadra anche perché portava sulle proprie maglie un'identità forte, popolare, profondamente basca. Siamo sempre stati dalla parte di chi inseguiva. Di chi provava a ribaltare il pronostico.
Eppure, Pogacar è riuscito a fare qualcosa di rarissimo nello sport ovvero farsi amare anche da chi naturalmente è spinto a tifare contro il dominatore. Contro il più forte. Perché le sue azioni sfuggono alla tattica, sfuggono persino alla logica di uno sport durissimo e faticosissimo. Quando lo vediamo scattare non ci chiediamo più se vincerà. Perché già sappiamo che lo farà. Ci limitiamo ad assistere allo spettacolo e a vedere qualche altra magia sarà capace di regalarci.
Sebbene solitamente parliamo di calcio – sia chiaro che continueremo a raccontare di quel che accade negli stadi e fuori, del rapporto tra politica e pallone – oggi proprio non potevamo non raccontare qualcosa che ci ha sinceramente emozionato, celebrando il ciclismo che continua a essere, forse più di ogni altro sport, quello che riesce ad abbattere maggiormente ogni barriera. Perché le sue tribune sono le strade. Perché il pubblico appartiene ancora alla corsa. Perché bambini, anziani, famiglie e appassionati possono assistere gratuitamente al passaggio dei campioni condividendo lo stesso spazio.
C'è un’immagine che merita di essere raccontata. Quella delle migliaia di persone che hanno riempito ogni salita del Tour de France, trasformando le montagne in un'immensa festa popolare. Fa piacere sentire anche i telecronisti del Servizio Pubblico ribadire che far pagare un biglietto per assistere alle grandi tappe di montagna sarebbe contrario alla natura stessa del ciclismo.
La sicurezza dei corridori è un tema serio e reale ma che non può diventare il cavallo di Troia per mettere a profitto l’ennesimo spazio ancora parzialmente fuori dalle logiche di mercato. In un'epoca in cui ogni ambito dello sport sembra destinato a generare profitto, il ciclismo continua a ricordarci che esistono ancora luoghi in cui il pubblico non è solamente un cliente ma ancora parte integrante dello spettacolo. E sarebbe un errore imperdonabile dimenticarlo.
Per concludere, vi lasciamo con quella che per noi è stata l'immagine simbolo del Tour de France 2026: Tadej Pogačar e Isaac Del Toro che arrivano insieme sull'Alpe d'Huez, tagliano il traguardo abbracciati e il campione sloveno che alza le mani facendo il segno delle corna per celebrare il compagno, giocando affettuosamente con il suo cognome.
A cura di Calcio e Rivoluzione
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