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, 27 Luglio 2026

Andrea Agnelli non è la panacea per i mali della Juve


Nei momenti di difficoltà, i tifosi della Juve invocano il nome di Agnelli: il suo ritorno sarebbe davvero una buona idea?

Banter era

26 luglio 2020. In un Allianz Stadium deserto a causa delle restrizioni da Covid-19, la Juventus si laurea Campione d’Italia per il 9° anno consecutivo, sconfiggendo la Sampdoria per 2-0. A distanza di 6 anni, pensare che quello fu l’ultimo trofeo rilevante e il terzultimo conquistato dalla squadra più vincente del panorama calcistico italiano, fa venire i brividi. In particolare, in queste ultime deludenti e amare stagioni, parte della tifoseria e degli addetti ai lavori hanno individuato nell’addio di Andrea Agnelli l’origine di tutti i mali, e chiedono a gran voce il suo ritorno.

Se è vero che dalle dimissioni di A.A. la Juventus non ha più avuto una dirigenza totalmente interessata e coinvolta nei risultati della squadra, più amministrata da tecnici e dal direttore generale di turno che gestita con passione e trasporto, altrettanto non si può dire della soluzione. Analizzando attentamente la presidenza Agnelli, è possibile notare che, oltre ai risultati straordinari, ci sono una serie di azioni, compiute specialmente negli ultimi anni di regno, che hanno compromesso gran parte della Juve di oggi.

C'eravamo tanto amati

28 novembre 2022. Il campionato di calcio di Serie A è fermo, causa maxi-pausa per i Mondiali in Qatar. Come un fulmine a ciel sereno, la Juventus, tramite opportuno comunicato, annuncia le dimissioni in toto dell’intero consiglio di amministrazione, presidente compreso, a causa dei risvolti dell’inchiesta plusvalenze.

Andrea Agnelli era al vertice della società dal 19 maggio 2010, quando si era insediato come nuovo numero uno di Corso Galileo Ferraris. I risultati ottenuti in questi 12 anni dal Presidente e dal suo gruppo di lavoro (Nedved, Marotta, Paratici e Cherubini in particolar modo) sono rivendicati nella stessa lettera di addio che il figlio di Umberto scrive ai dipendenti:

"Dal 2010 abbiamo onorato la nostra storia raggiungendo risultati straordinari: lo Stadium, 9 scudetti maschili consecutivi, i primi in Italia ad aver una serie Netflix e Amazon Prime, il J|Medical, 5 scudetti femminili consecutivi a partire dal giorno zero. E ancora, il deal con Volkswagen (pochi lo sanno), le finali di Berlino e Cardiff (i nostri grandi rimpianti), l’accordo con adidas, la Coppa Italia Next Gen, la prima società a rappresentare i club in seno al Comitato Esecutivo UEFA, il J|Museum e tanto altro.

Queste parole, pur rappresentando la realtà, sono anche la conferma riguardo un altro fatto; la presidenza Agnelli è analizzabile e scindibile in due diverse fasi.

La prima, comprendente il periodo compreso tra il 2010 e la finale di Cardiff, nel quale la Juventus, a livello tecnico e dirigenziale, era una macchina perfettamente oliata, in grado di dare 20 punti in classifica di distacco e con 20 anni di vantaggio sulle concorrenti in Italia, e capace di giocarsela alla pari con tutte le big d’Europa, guidata da un presidente visionario, moderno ma anche spietato.

La seconda, da Cardiff sino alle dimissioni, in cui la Juventus, a causa proprio delle scelte del suo presidente, divenuto egoista, supponente e tremendamente rigido, è precipitata in un vortice imbarazzante di caos, che sul campo si traduce con le non vittorie. Come Penelope, Agnelli, e vedremo in che termini, ha disfatto completamente la meravigliosa tela che egli stesso aveva, con pazienza, impegno e sacrifici, tessuto, ponendo il suo ego davanti al bene della Juventus.

Giuseppe Marotta: il peccato originale

28 settembre 2018. La Juventus ha appena dominato per 3-1 il Napoli di Carlo Ancelotti e ha dato un segnale enorme al campionato, ma le attenzioni sono tutte per il post-partita, nel quale Giuseppe Marotta, storico AD dei bianconeri, scelto dallo stesso Agnelli nel 2010 dalla Sampdoria, annuncia la fine della sua storia con la Vecchia Signora. Firmerà qualche mese dopo con l’Inter, diventando il principale artefice della rinascita nerazzurra, ma questa è un’altra storia.

Subito le indiscrezioni degli addetti ai lavori identificano in Agnelli l’artefice della scelta che, in un’ottica di ricambio generazionale, è anche sensata e comprensibile, ma è proprio il sostituto a stupire. La Juventus opera semplicemente una riorganizzazione interna, con Ricci (responsabile parte economica), Paratici (promosso a capo dell’area sport e assistito da Federico Cherubini) e Re (responsabile area servizi). I meccanismi della macchina iniziano ad incepparsi; i poteri non sono più così definiti, Agnelli acquista sempre più importanza e Paratici si deve occupare anche di ciò che non gli compete.

L’esperimento fallisce una manciata di anni dopo, quando l’attuale direttore della Fiorentina, Re e Ricci sono fuori dalla Juventus; Agnelli, nel 2021, torna all’organigramma con AD e DS, scegliendo Maurizio Arrivabene, un neofita nel mondo del calcio, affiancato da Federico Cherubini, promosso a DS. In poco meno di 3 anni, la Vecchia Signora ha cambiato 3 assetti dirigenziali, quando nei precedenti 8 aveva mantenuto lo stesso gruppo di lavoro; l’instabilità non è sicuramente segno di forza.

Una delle tante scelte prese da un dirigente che, per sua stessa ammissione, non si sarebbe dovuto occupare di calcio.

In più, prettamente a livello tecnico, nessuno si è rivelato all’altezza di Marotta; il modello Agnelli-centrico, tanto ambizioso quanto fallimentare, ispirato probabilmente a quello di Florentino Pérez al Real Madrid, oltre a non essere efficace dal punto di vista sportivo ed economico (le perdite dal 2018 in poi hanno imposto alla proprietà immettere circa 1 miliardo nelle casse bianconere per ricapitalizzare) e a regalare un top player (Marotta) alla concorrenza, ha totalmente inceppato la macchina bianconera, lasciandola nel caos senza un equilibrio definito.

Che senso avrebbe quindi restituire oggi le chiavi della Juventus ad un dirigente del genere, dopo aver mosso mari e monti per far firmare Carnevali, forse uno dei pochi dirigenti del calibro e del peso di Marotta, e per prendere Massara - provando a ricostruire quantomeno un equilibrio in termini di organigramma -, quando Agnelli stesso ha dimostrato di essere, per definizione, un plenipotenziario neanche troppo bravo in termini di gestione delle risorse interne?

Fiducia a targhe alterne

“Quando ero lì, ho cambiato 3 allenatori (Lippi, Ancelotti, Capello) in 12 anni. Moratti, nello stesso periodo, ne ha cacciati 25”. Parole di Luciano Moggi, risalenti a non più di qualche anno fa, riferendosi al suo operato in termini di gestione tecnica in Juventus, in particolare paragonandosi alla non proprio memorabile gestione (almeno nel primo periodo) operata da Massimo Moratti sulla sponda nerazzurra di Milano.

Nei primi anni di presidenza, anche Agnelli aveva seguito questa falsariga: dopo il flop Delneri, tre anni con Antonio Conte alla guida, poi un quinquennio (straordinariamente vincente, ma forse tirato troppo per le lunghe) con Massimiliano Allegri. La scelta di Sarri, che avrebbe dovuto portare una rivoluzione culturale in casa Juve, si è rivelata un flop, non tanto a livelli di risultati (rimane l’ultimo allenatore ad aver vinto il Tricolore con i bianconeri) ma più a livello ambientale.

Agnelli stesso, in un discorso alla squadra visibile nella serie All or Nothing, affermò “Sono dieci anni che sono presidente della Juve. Se guardo l’anno scorso, al di là dei risultati sportivi, ve lo dico con il cuore, è stato un anno di merda. Qualcuno anche qui dentro non ha dato tutto quello che doveva”.

Il tecnico non fu mai realmente supportato e sostenuto dalla proprietà, forse perché ancora troppo affezionata all’allenatore precedente, e anche il trofeo conquistato, come ammesso dall’allenatore stesso, è stato dato per scontato.

A dare seguito a queste affermazioni e a confermare le fragilità del castello bianconero ci ha pensato, nella primavera 2023, Gigi Buffon, ospite alla Bobo TV: “Io so cosa non ha funzionato e a chi di dovere l'ho detto: non ci siamo! Purtroppo, alcune volte per far delle scelte bisogna inimicarsi qualcuno, difendere le scelte, arrivare a mettere delle spalle al muro qualcuno. Secondo me il mister è stato quasi subito, per come si è proposto, lasciato alla mercé dei risultati. Io con lui mi sento ancora adesso, ho un bellissimo ricordo, ho cercato di dargli una mano nel mio piccolo. Qualcosina non ha funzionato ma poteva funzionare”.

Anche Tuttosport, quotidiano di riferimento del popolo bianconero, non è stato esattamente morbido con il povero Sarri.

Il riferimento ai vertici societari (ma anche agli stessi senatori del gruppo squadra) è inequivocabile. Il risultato con Pirlo sarà analogo: Andrea verrà sedotto, anche con un pizzico di arroganza, e poi abbandonato a stagione ancora non terminata, quando, nel mese di aprile, a seguito del derby della Mole pareggiato 2-2, diviene di dominio pubblico la notizia che il Presidente bianconero aveva assistito alla partita in compagnia di Massimiliano Allegri. La panchina del Maestro, già traballante, salta, di fatto, un mese e mezzo prima della fine della stagione, con il ritorno in pompa magna del tecnico livornese.

La vicenda Pirlo riassume tutte le contraddizioni del secondo periodo bianconero di Andrea Agnelli: pensare che un allenatore che non ha mai allenato possa essere da subito vincente alla Juventus, e in grado di gestire uno spogliatoio di campioni e personalità ingombranti, è semplicemente follia, oppure eccesso di convinzione nei propri mezzi, in particolare troppa fiducia nella società e nella dirigenza, che era tutt’altro che solida e perfetta. Se poi sei il Presidente, questo è semplice eccesso di ego e supponenza di fare sempre la scelta giusta.

Viene curioso chiedersi cosa penserebbe Moggi di un presidente che, nell’arco di 2 anni, cambia 3 allenatori e 2 dirigenze; sicuramente non il simbolo di un progetto stabile e sul quale c’è unanime fiducia. Con il tecnico livornese, forte anche di un rapporto consolidatosi negli anni, il sostegno e la fiducia non verranno mai meno, a partire dalla presentazione dell’allenatore stesso (a differenza di Sarri, presentato da Paratici, Allegri viene presentato direttamente da Agnelli: un’investitura di un certo peso).

Nonostante i risultati siano, numeri alla mano, i peggiori dai tempi di Delneri, Max non è mai in discussione. Addirittura, dopo l’oscena figura di Haifa, dove la Vecchia Signora soccombe per 2-0 e saluta la Champions League ai gironi, il numero uno bianconero si presenta a Sky, rilasciando dichiarazioni tra il folle e il delirante, ancor più se lette al giorno d'oggi:

“Oggi è una serata, ma è tutto il periodo che è difficile. Il periodo va analizzato nel suo contesto, questo è il momento dell’assunzione delle responsabilità, io sono qui per questo e perché provo vergogna. Sono decisamente arrabbiato, ma sono consapevole che il calcio è uno sport di squadra, si vince e si perde in undici e da questo principio dobbiamo ripartire. Se rischia l'allenatore? In una situazione come questa non è questione di una sola persona o di un uomo, non si tratta di giocatori, fisioterapisti, medici o altro".

"È questione di gruppo, ci sono nove partite in trenta giorni, ora dobbiamo posizionarci bene in vista di una seconda parte di stagione che ci deve vedere protagonisti. Io parlo di gruppo, non ci sono responsabilità individuali. Se non si vince un tackle non può essere colpa dell’allenatore. Le verifiche la Juve le ha sempre fatte a fine anno, faccio fatica a pensare a un cambio in corsa alla Juve: Allegri è l’allenatore della Juve e rimarrà tale. Abbiamo un gruppo di 80-90 persone, deve avere la capacità di raggrupparsi e di ritrovare le qualità che questa rosa ha”.

Pensare che queste parole vengano pronunciate dalla stessa persona che ha licenziato due allenatori nelle precedenti due stagioni fa sorridere: è ipocrisia o fiducia in base alla persona che siede su quella panchina? Le responsabilità individuali contano sempre o non contano mai? Le responsabilità si assumono con scelte forti o con dichiarazioni ai microfoni senza contradditorio?

Ha senso riaffidare la Juventus ad una persona che ha dimostrato di non essere coerente con sé stessa e con il mantra vincere è l’unica cosa che conta, che ha dimostrato di non essere lucida e obiettiva nelle valutazioni sui singoli dipendenti in base a chi si trovava di fronte, e che è stata di fatto la prima a lanciare questa moda di cambiare un allenatore all’anno, totalmente contraria alla storia e alla filosofia non tanto della Juventus, ma delle società vincenti nel mondo dello sport?

Gemelli diversi

19 aprile 2021. Esplode la bomba: 12 club, capeggiati da Juventus, Real Madrid e Barcellona e dai rispettivi presidenti (Agnelli, Laporta e Perez) annunciano la nascita di una nuova competizione continentale estranea alla UEFA e alle istituzioni del calcio europeo: la Superlega. Le reazioni di tifosi e addetti ai lavori sono contrastanti: pur riconoscendo che il mondo del calcio sta andando verso una direzione sbagliata, nella quale regnano disequilibrio e potere economico a discapito della competenza e della meritocrazia (tradotto, Premier League), non sembra questa soluzione, definibile quasi elitaria (per quale motivo dovrebbero esserci dei club fissi, ovvero partecipanti a prescindere? Questa non è l’NBA o l’Eurolega) l’ideale per il futuro.

In verità, seppur sia stata improvvisa, in qualche modo Andrea Agnelli, nel marzo 2020, aveva anticipato questa possibilità, affermando, al Business Football Summit del Financial Times di Londra: “Ho grande rispetto per quello che sta facendo l’Atalanta, ma senza storia internazionale e con una grande prestazione sportiva ha avuto accesso diretto alla massima competizione europea per club. È giusto o no? Poi penso alla Roma, che ha contribuito negli ultimi anni a mantenere il ranking dell’Italia, ha avuto una brutta stagione ed è fuori, con quello che ne consegue a livello economico. Bisogna anche proteggere gli investimenti e i costi”.

Tralasciando l’infelice uscita sull’Atalanta (che, nel frattempo, ha vinto un trofeo europeo prima della Juventus: non ne fa una giusta neanche per sbaglio il Pres, considerando anche che, tra i fondatori della Superlega, vi sarebbe stato il Tottenham che, all’epoca, aveva vinto l’ultimo titolo nel 2008 e l’ultimo trofeo internazionale nel 1974), con queste parole Agnelli uccide il concetto di meritocrazia a favore di interessi meramente economici e di pochi singoli potenti.

Possiamo essere d’accordo che il calcio targato UEFA-FIFA sia tutt’altro che il calcio del popolo, ma, se le premesse erano queste, forse è meglio che la Superlega sia sparita. Tornando al punto del discorso, una delle principali colpe che vengono, anche giustamente, imputate a John Elkann è la sua totale assenza in termini di sostegno e supporto alla squadra e ai tesserati.

Se questa argomentazione è sacrosanta (in ogni realtà vincente la proprietà è forte e soprattutto presente, non delega mettendo semplicemente il vil denaro), viene spontaneo chiedersi come potrebbe essere Andrea Agnelli la soluzione: da quel fatidico 19 aprile 2021 fino alla fine del suo mandato, ma in realtà anche dopo e forse anche oggi, fatta eccezione per presentare Massimiliano Allegri nel luglio 2021, l’ex numero uno bianconero ha concentrato le sue uscite pubbliche e tutte le sue energie sul progetto Superlega, allontanando progressivamente il focus dal club del quale era presidente esecutivo (e forse per questo capiamo la scelta dell’Allegri-Bis e la promozione di Cherubini: la logica tutta italiana dell’usato sicuro).

Sicuramente lodevole, parlando di ideali per il bene generale dell’intero mondo del calcio, ma se per fare questo deve rimetterci il club che presiedi, forse non è questo il modo giusto di farlo. Utilizzando una metafora, si è sempre insegnato ad andare a scuola facendo i compiti a casa; a questo giro sarebbe bastato dare un’occhiata al diario prima di esporsi in maniera così significativa.

Daniela Santanchè, durante un dibattito passato alla storia con il giornalista Marco Travaglio, sbraitò: “se valgono le sentenze, lei è delinquente uguale: scusi ma cosa c’è di male?”. Viene spontaneo chiedere a chi imputa queste mancanze ad Elkann se la critica valga per tutti o vale solo in base a chi ci si trova davanti, perché, citando, Agnelli è disinteressato uguale, ma cosa c’è di male?  

È giusto quindi riaffidare la Juventus, essendo ben consapevoli dello stato attuale delle cose dalle parti della Continassa, ad un soggetto che, per ragioni diverse, ha dimostrato di comportarsi nella stessa maniera dell’attuale decision-maker (e infatti sono cugini, la mela non cade mica lontana dall’albero), inseguendo interessi che lo distrarrebbero dalla sua carica e che implicherebbero che il bene della Vecchia Signora non sia al primo posto?

La minestra riscaldata non è mai buona

Marcello Lippi, Paul Pogba, Massimiliano Allegri, Leonardo Bonucci, Giovanni Trapattoni, Alvaro Morata. Questi nomi sono solo alcuni esempi di tesserati bianconeri che, per ragioni diverse, hanno lasciato la Juventus salvo poi ritornarvi, nella stessa veste, negli anni successivi. Purtroppo per loro e per la Vecchia Signora stessa, essi hanno qualcos’altro in comune: la loro seconda esperienza in quel di Torino non è stata minimamente paragonabile e all’altezza della prima.

In generale, nel mondo dello sport, raramente le ministre riscaldate riescono ad essere all’altezza della prima esperienza; addirittura, il più delle volte, la seconda volta macchia e offusca il bel ricordo della prima. Richard Castle, protagonista dell’omonima serie TV, durante il primo episodio della terza stagione, afferma di star partecipando ad un’indagine solo in quanto essa si è trovata sul suo cammino come “segno dell’universo nei suoi confronti” e quindi che egli indaga solo perché rispetta l’universo; i precedenti relativi ai ritorni, combinati ai già presenti dubbi sulla sua prima esperienza, sono inequivocabili segni dell’universo: Andrea Agnelli non deve tornare. Non è lui la soluzione ai problemi della Juventus; considerando i fatti sopraelencati, perché dovrebbe esserlo?

Un cavaliere, prima o poi, torna dalla sua Signora

“Un cavaliere non abbandona mai la sua Signora”. Alessandro Del Piero pronunciò queste parole nel 2006, per giustificare la sua scelta di restare alla Juventus nonostante il caos Calciopoli e la conseguente retrocessione in Serie B. Ad oggi, a vent’anni di distanza, la situazione dei bianconeri, seppur non paragonabile a quella dell’epoca, è comunque di difficoltà; ciò che è richiesto a gran voce dai tifosi, dagli addetti ai lavori e dall’ambiente bianconero in toto è una figura appassionata, con la Juventus nel DNA, competente, coinvolta ma allo stesso tempo in grado di scegliere sempre per il bene della Vecchia Signora.

Una figura che, oltre a queste caratteristiche, possa essere un simbolo, un porto sicuro nel quale l’ambiente possa avere piena fiducia e appoggiarsi (e non un “tecnico” come Ferrero) nei momenti di difficoltà. Il collegamento con l’ex Capitano è immediato; da quando ha smesso, Pinturicchio non ha svolto ruoli di prim’ordine nel mondo del calcio; ad oggi, fa il commentatore per Prime e Paramount e ha fatto l’ambasciatore per la Coppa d’Asia nel 2015; sembra quasi che stia solo aspettando una chiamata dalla sua squadra, per poter tornare ad essere decisivo e amato anche in un’altra veste.

Perché è vero che un cavaliere non abbandona mai la sua Signora, ma è altrettanto vero che prima o poi, finita la battaglia, il Cavaliere torna sempre dalla sua Signora, e quel poi è oggi. Torna a casa, Capitano.

  • Studente universitario, grande appassionato di sport, in particolare calcio, basket e Formula 1.

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