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Tifoso della Spagna festeggia la vittoria del Mondiale
, 25 Luglio 2026

Un italiano a Valencia: cosa significa la vittoria della Spagna al Mondiale?


Breve racconto sulle sensazioni vissute da un italiano in Spagna durante la vittoria del Mondiale 2026.

È una strana sensazione quella di festeggiare la vittoria della Coppa del Mondo senza averla vinta davvero. È alienante, è come se assistessi a qualcosa che però non stai davvero vivendo: sei in una piazza con migliaia di persone e stai urlando, saltando, hai le mani nei capelli, fa caldissimo. Mentalmente però sei da tutt’altra parte, a ragionare su quello che stai facendo. Non perché sia sbagliato, ma perché semplicemente assurdo.

Tutto questo l’ho vissuto il 19 luglio, poco dopo le 23:30. Anzi, anche prima: col primo goal realizzato dalla Spagna e poi annullato in fuorigioco. Nella Plaza del Ayuntamiento di Valencia sono troppo indietro e forse troppo basso per vedere chiaramente sul megaschermo cos’è successo, ma tutta la folla si unisce in un solo urlo di gioia.

Poco dopo il goal viene segnato davvero, ed è buono. In quel momento non conta granché, ma lo ha segnato perfino un valenciano: Ferrán Torres è di Foios, un piccolo paese a pochi chilometri da Valencia. Mi copro la testa perché ho paura che saltino bottiglie – delle birre sono volate sicuro –, ma realmente gli unici a saltare in aria siamo tutti noi. Al minuto centosei dei tempi supplementari, la Spagna è in vantaggio 1-0 nella finale dei Mondiali.

Spagna, Valencia, durante il Mondiale

Quando qualche settimana fa ho raccontato su questa pagine la partita con il Portogallo, sottolineando la reazione della gente che apparentemente stava iniziando a crederci. Quello che ho visto domenica, però, va oltre. 

In una partita in controllo – da buona abitudine spagnola – per tutta la sua durata, il goal di Ferrán è stato come quando finalmente apri la lattina di Coca Cola che hai agitato per cinque minuti. Un'esplosione impressionante e immediata. I local, i turisti, gli expat come me: sembrava non ci fossero più differenze. Tutti erano sotto un’unica bandiera a strillare con più o meno interesse per quello che stava succedendo.

Ci ho pensato spesso ultimamente: quante volte può capitare nella vita di qualcuno di celebrare così, in mezzo a una marea di persone, la vittoria di un Mondiale? Nel 2006 io avevo 4 anni, mentre nel 2021, quando la nostra Nazionale ha vinto gli Europei, la gioia ovviamente era più controllata. Penso al popolo inglese, che l’ultimo trofeo importante lo ha vinto sessant'anni fa: quanti ragazzi sono diventati padri senza poter mai esultare con dei loro coetanei per un trionfo per nazionali?

Devo ammetterlo, mi sento fortunato. Io ho visto dei fumogeni accendersi, ho visto i fuochi d’artificio, ho visto una nazione sollevare tutta insieme col suo capitano Rodri il trofeo più importante nel calcio.

Come detto prima, le sensazioni che si provano sono di assurdità, un po’ ti manca la terra sotto ai piedi. Ho sentito invidia e rabbia al contempo, perché io festeggio per qualcosa che non sento mio, perché purtroppo il nostro Paese ci ha disabituato a vivere momenti del genere. La Spagna, al contrario, negli ultimi vent’anni ci si è abituata e ci ha preso gusto: tre europei e due mondiali nel giro di diciotto anni non solo è un dato incredibile, ma è anche una lezione di come davvero la programmazione, lo studio, e le idee possano generare grandi risultati. E con loro, grandissime emozioni.

Quando la partita si conclude, i pochi argentini accorsi a vedere la partita si dileguano con la coda fra le gambe, e non mancano gli sfottò. Perfino io ne ho preso uno quando rientravo a casa: d’altronde, chi torna a casa all’1.30 del mattino in una notte del genere, se non qualcuno che la festa non la sente?

Quello che ho visto domenica scorsa è stata senza ombra di dubbio la più grande festa di un popolo che abbia mai vissuto nella mia vita. Sembrava una discoteca infinita e a cielo aperto. Ho visto sconosciuti ballare fra loro, giovani coppie che si baciavano, una festa di mille forme e di due colori, il giallo e il rosso. E la cosa più sorprendente è stato il senso di pace che si provava nell’aria.

Il giorno dopo mi sono svegliato per andare a lavoro e la città era pulita, le vetrine dei negozi erano integre. Era come se il clima di festa si fosse già dissipato – qualcosa che stranisce gli argentini qui in Spagna, noto.

Nel pullman al mattino non sono mancate le magliette della Roja, che più di qualcuno ha indossato con orgoglio andando a lavoro. E ritorniamo al senso di invidia: quando avremo di nuovo modo di vivere tutto questo? Portiamo pazienza, inevitabilmente, ma per quanto ancora?

La scena più bella di domenica scorsa è stata vedere i ragazzini utilizzare la bandiera spagnola per toreare le macchine strombazzanti, interpretate come veri e propri tori moderni. Quello del toro e del toreare è un altro dei simboli di questo Paese che continua a sorprendermi per il suo forte e distintivo attaccamento alle sue tradizioni e alle sue radici. Non si vergognano di quello che sono, anzi, si esaltano. Hanno vinto un Mondiale giocando meglio di tutti, imponendosi come prima Aragones e poi Vicente Del Bosque avevano insegnato a una squadra che, comunque, rimane grande figlia calcistica di Johan Cruijff e Pep Guardiola.

Oggi la Spagna è qualcosa di inaudito, perché gioca a memoria e lo fa rimanendo fedele a sé stessa. Come per le sue tradizioni culturali, non ci pensa proprio a rinnegarle, anzi ci sguazza dentro. E le utilizza per continuare a vincere, nonostante il piccolo calo avuto tra il 2014 e il 2020, quando quasi sembrava che il tiki-taka fosse morto. Come si uccide qualcosa di così radicato nel DNA di un posto, se non si uccide prima il posto stesso?

Luis de la Fuente ha preso questa nazionale nello scetticismo generale, è vero, ma che tipo di scetticismo è stato? Sicuramente, non uno in stile italiano, che alla prima occasione buona si fa forte nel bersagliare il malcapitato. Si parla tanto di emulare la Spagna e di andare con un tecnico federale anche da noi, ma nessuno considera mai che, se ha funzionato lì, non è detto che funzioni anche da noi. Ed è proprio questo il problema ricorrente del nostro Paese, popolo incoerente, brontolone, in costante lotta interiore.

In Italia abbiamo sognato Guardiola come CT, come se fosse la soluzione a tutti i mali. Nessuno però considera che noi italiani non siamo in grado di dare tempo alle persone, nel calcio e nella vita. E che come un tecnico federale, si screditerebbe alla prima occasione utile anche Guardiola, il miglior allenatore di sempre, al probabile grido di “la Nazionale non è un club!”.

Cosa rende diversa e grande la Spagna è che questo tipo di discorsi non sono mai emersi con De La Fuente, eppure parliamo di un signor nessuno. Alla faccia del signor nessuno: domenica è diventato l’allenatore più anziano ad aver mai vinto un Mondiale. E con quello che ha seminato, non sono sicuro che possa essere l’ultimo della sua carriera.

La Spagna infatti è una squadra ancora giovane, e molti degli interpreti in campo contro l’Argentina sicuramente saranno convocati per i prossimi Mondiali – che tra l’altro si giocheranno anche in casa, aspetto da non sottovalutare. E anche in quell'occasione la Roja scenderà in campo per ripetersi e vincere un’altra stella – un simbolo che in questo Paese si vede dovunque, come un'ossessione, dalle bandiere delle comunità autonome alle etichette di alcune birre. Chissà che non mi trovi ancora qui, a Valencia, vivendo ancora le emozioni contrastanti di quest’ultima volta.


  • Classe 2001, laureato in Comunicazione, innamorato del calcio latino, e non a caso adesso vive a Valencia, casa di Pablo Aimar — ma è il primo fan di Juan Román Riquelme. Scrive e ha scritto di calcio, di musica, di cose a tempo perso, ma non pensa sia davvero tempo perso.

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