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Brandon Piscopo
, 23 Luglio 2026

Lasciamo in pace Brandon Piscopo


Quali sono i rischi della sovraesposizione mediatica alla quale stiamo sottoponendo il giovanissimo Brandon Piscopo, e cosa dice in parte anche di noi.

Siamo in pieno luglio e, ora che persino la Coppa del Mondo è giunta al termine, tutto è apparecchiato affinché il grande protagonista di questo periodo dell'anno torni a farla da padrone: il calciomercato.

Un momento in cui si susseguono immagini e parole fotocopia, come un calciatore che viene immortalato nel momento in cui appone la propria firma sul contratto che lo lega alla nuova squadra, i flash dei fotografi a illuminarne la figura e i dirigenti a esprimere la propria soddisfazione.

Proprio per questo, sommerso dal rumore di fondo, potrebbe esservi sfuggito l'ennesimo post copia-incolla col quale il calciatore e chi ne fa i propri interessi ha annunciato il proprio trasferimento: «Ufficialmente inizia una nuova, emozionante avventura: Brandon è un nuovo calciatore della Salernitana. Siamo orgogliosi di questo importante traguardo e desideriamo ringraziare la società per la fiducia riposta in lui».

A corredo, il momento che immortala la firma dell'italo-argentino Matias Brandon Piscopo. Classe 2017.

Brandon Piscopo firma il contratto con la Salernitana

Se la giovanissima età del protagonista - un bambino - non bastasse per creare un cortocircuito infinito, dovrebbe farlo tutto ciò che c'è dietro questa storia: non stiamo parlando di uno sconosciuto, bensì di un calciatore (si può già parlare di calciatore? Per praticità, diciamo di sì) che, nei fatti, è già un influencer in piena regola.

Il profilo Instagram di Brandon Piscopo conta circa 20.000 follower (i numeri aumentano di ora in ora), più di 3000 post pubblicati, immagini create con l'AI che lo vedono vestire la maglia dell'Italia o in cui vengono riportate le statistiche (!) fatte registrare nell'ultima stagione.

Di giovani fenomeni (o presunti tali) ne è piena la storia del calcio: da sempre si sono rincorse notizie di énfant prodige sparsi in giro per il mondo, uno più fenomenale dell'altro, in una corsa quasi spasmodica a giocare in anticipo non sul centravanti ma sul tempo, a voler dire prima di tutti «lo avevo detto io», alla ricerca di un prodigio o, magari, di una gallina dalle uova d'oro.

Quello di Piscopo però, anche in un contesto già saturo, sembra un caso limite: il già citato profilo Instagram, che fa di lui un baby-influencer sul modello dei rampolli Lucia-Ferragni, segue la strada del piccolo Brandon da moltissimo tempo. È possibile rintracciare stories in evidenza risalenti al 2023 o addirittura che ritraggono i primissimi calci all'età di 3 anni.

Lo scopo di questo articolo non è far partire alcuna caccia alle streghe: sapere che un bambino trovi ancora divertente tirare calci a un pallone è certamente positivo - anzi, il sottoscritto si augura che continui sempre a farlo con la spensieratezza tipica dei bambini.

Il calcio deve sempre restare un gioco bellissimo attraverso il quale divertirsi e fare amicizia con altri coetanei, compresi tutti gli altri bambini con cui giocherà nel settore giovanile della Salernitana che restano ancora senza nome e volto, coperti da un anonimato che sta lì proprio per proteggerli. Un anonimato che ovviamente si scontra con una pagina social con numeri a quattro zeri sui quali vengono pubblicati anche messaggi di volti noti del calcio italiano, non nuovi all'esaltazione generale buona solo per fare tanto rumore per nulla.

Più che sul bambino, ciò su cui sarebbe bene riflettere è sugli adulti che lo osservano: guardando questi video di un bambino che si muove leggero col pallone zig-zagando tra altri suoi coetanei insicuri e magari anche un pelo impacciati, in realtà cosa stiamo cercando? Chi filma questi momenti, cosa vuol dimostrare? Soprattutto, cosa ci aspettiamo da questi bambini prodigio?

Dopo anni di parole spese sulla mancanza di gioco di strada e pretese di fantasia al potere, abbiamo forse ceduto alla disperazione del predestinato, dell'uomo messianico che possa cavarci fuori dai guai, con la strada e il Super Santos che possono passare in secondo piano? Ci siamo davvero ridotti alla ricerca assoluta di perfezione immacolata che ci spinge a vedere post nei quali a questi bambini vengono messe in bocca pensieri e parole da adulti navigati?

Un bambino, apparentemente, atteggiato a trentenne quasi a fine carriera.

Il rischio, reale, è quello di rubare, seppur inconsapevolmente, l'infanzia di questo bambino sull'altare di un'abilità nel giocare il pallone che, in fin dei conti, è tutta da dimostrare.

Uno di questi bambini prodigio di cui si è iniziato a parlare già dai 12 anni è stato Erik Lamela, uno che poi il suo successo nel mondo del calcio lo ha ottenuto (per quanto con tappe intermedie: il passaggio al Barcellona, caldeggiato persino da Johan Cruijff, non andò in porto). Ma ricordiamo tutti la storia di Freddy Adu, "il nuovo Pelé" che a nemmeno 15 anni ha esordito in MLS, un anno dopo aver firmato un contratto di sponsorizzazione da $1 mln con Nike, e che già a 18 anni aveva deluso le aspettative.

O quella di Nikon El Maestro Jevtic, cresciuto come un predestinato assoluto e sostanzialmente già dimenticato a nemmeno 20 anni; o di Vincenzo Sarno, bambino-fenomeno salito sugli altari della cronaca italiana prima per esser stato invitato nello studio di Porta a Porta da Bruno Vespa, che lo ha fatto palleggiare in compagnia di professionisti del calibro di Roberto Mancini e Gabriel Batistuta per poi essere stato ingaggiato nella formazione Pulcini del Torino, che per averlo ha staccato per la famiglia del baby fenomeno un assegno da 120 milioni di lire.

Insomma, cosa succede se il ragazzo prodigio, in fin dei conti, non è così tanto prodigio?

Il calcio, così come altri ambienti sportivi o legati al mondo dello spettacolo, mette in atto una selezione talmente feroce da far sembrare ottimistico l'uno su mille che ce la fa cantato da Morandi, e può coinvolgere più sfere che esulano dal semplice talento, che da solo effettivamente non basta: la storia di Sarno racconta di un bambino che dopo soli tre mesi a Torino non desidera altro che tornare a Napoli e che in pubblico si esprime solo a monosillabi – è normale che sia così, quando hai 10 anni.

Per ogni atleta che inizia a prepararsi da bambino e che riesce a diventare uno sportivo professionista, c'è un esercito di ragazzini scartati e rifiutati, tra i quali proprio quelli che sembravano precocemente dotati, per i quali non c'è gloria né successo: come si fa a ritornare all'anonimato, se già a 8 anni ti hanno trasformato in un influencer, condannato a produrre contenuti da consumare voracemente e velocemente come patatine in un fast food? Quanto può diventare il tutto ulteriormente complicato, se la macchina è alimentata in primis dai genitori, coloro che per primi dovrebbero proteggerti dalla fama, che solo a uno sguardo superficiale e distratto può sembrava salvifica?

I rischi di un'esposizione precoce alle luci della ribalta non sono solo ipotetici. Già nel 1997, Schaller, nel suo lavoro The Child Performer: Psycological Implications of Early Fame, puntò i riflettori su come la notorietà intensa durante l'età infantile possa aumentare il rischio di disturbi d'ansia, depressione, abuso di sostanze, burnout, problemi relazionali in età adulta e difficoltà nella costruzione della propria identità, secondarie proprio all'identificazione esclusiva col proprio ruolo e il proprio talento, senza contare il prezzo da pagare per la perdita definitiva della privacy e la pressione costante che le aspettative finiscono per generare nei confronti del bambino.

Un campanello d'allarme incredibilmente lungimirante, se consideriamo quanto sia diventato più semplice, trent'anni dopo la pubblicazione di quel lavoro, raggiungere la viralità e ottenere i 15 minuti di notorietà profetizzati da Andy Warhol.

L'augurio, insomma, è che sia la Salernitana come società sportiva, sia i media (tra cui ci mettiamo anche noi, ovviamente), sia soprattutto i fruitori di notizie e contenuti social, cambino rotta e inizino pian piano, ciascuno secondo i propri mezzi, a lasciare in pace Brandon Piscopo, spegnendo per quanto possibile le luci della ribalta attorno a lui, lasciando che il bambino faccia la sua vita da bambino nel rispetto e nella riservatezza che ogni persona, alla sua età, merita e di cui ha bisogno per crescere serenamente.

E che giochi a calcio, se gli va: ma lo faccia pensando solo a divertirsi coi coetanei, allo stare insieme agli altri bambini, senza caricarlo di eccessive aspettative, magari evitando di contare quanti gol avrà realizzato a fine stagione.

Poi, se son rose e il talento di Brandon Piscopo è davvero autentico (come ci auguriamo) e crescerà sano e concreto di pari passo col bambino, allora fioriranno spontaneamente.

  • Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie.
    Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.

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