
L'ultimo Mondiale di Ronaldo è stato un brutto spettacolo
Cristiano Ronaldo, alla sesta Coppa del Mondo in carriera, ha inciso negativamente sul deludente Mondiale del suo Portogallo.
Sei edizioni della Coppa del Mondo disputate, un record assoluto raggiunto da Cristiano Ronaldo in questa edizione dei Mondiali e condiviso, neanche a dirlo, con Lionel Messi, il rivale di sempre. Eppure, probabilmente questa statistica è l’unica per cui ricorderemo CR7 in questo Mondiale nordamericano in cui il suo Portogallo è stato eliminato dalla Spagna agli ottavi di finale.
La storia fra Cristiano Ronaldo e i Mondiali è complicata, e si può sintetizzare con una frase tanto semplice quanto crudele: CR7 è probabilmente il giocatore più forte della storia del calcio a non aver mai vinto la Coppa del Mondo. Dopo un rapporto altrettanto complicato ci è riuscito Messi, c’erano riusciti i vari Maradona, Pelé, Ronaldo Nazario, Zidane, ecc., ma non il portoghese.
È vero che tanti altri fenomeni non sono riusciti a vincere il Mondiale – pensiamo a Cruyff, Di Stefano, Platini e molti altri – ma parliamo di giocatori le cui carriere sono state più brevi, e che quindi hanno disputato meno edizioni per limiti fisici e in epoche in cui qualificarsi era molto più difficile: oggi ci sembra impensabile ma, ad esempio, la Francia prima e dopo le Roi non si qualificava al Mondiale.
Ronaldo, infatti, grazie ad una longevità fisica fuori dal comune, ha disputato sei edizioni della Coppa del Mondo, appunto un record. Di Stefano, ad esempio, non ne giocò neanche una tra infortuni, problemi burocratici e altro. Cruyff, la cui storia è legata indissolubilmente a quella dei Mondiali, ne disputò soltanto due.
Senza addentrarci poi troppo in queste classifiche, nonostante tutta la carriera di Ronaldo sia stata accompagnata dalla necessità di stilare classifiche e comparazioni, prima su chi fosse meglio fra lui e Messi e poi su come si collocasse il portoghese fra i più grandi di sempre, proviamo innanzitutto a ripercorrere la storia di Ronaldo, e del Portogallo, negli ultimi Mondiali.

Prima di Cristiano Ronaldo, il Portogallo aveva giocato solo tre edizioni dei Mondiali: nel 1966 (quando alla prima partecipazione arrivò una storica semifinale), nel 1986 e nel 2002. Nel primo Mondiale con CR7, nel 2006, arriva un’altra semifinale, col portoghese autore di un gol nella fase a gironi e di ottime prestazioni nel resto del torneo.
Quattro anni dopo, in Sudafrica, Ronaldo arriva per la prima volta al Mondiale da superstar globale ma lui ed il Portogallo deludono le aspettative: un solo gol ed eliminazione agli ottavi contro la Spagna. Va ancora peggio quattro anni dopo, in Brasile: Ronaldo trascina i suoi al Mondiale segnando quattro gol nel playoff contro la Svezia ma poi nella fase finale – nonostante arrivasse fresco di Champions League vinta con il Real – non si ripete e il Portogallo esce addirittura ai gironi.
Nel 2018 il Portogallo si presenta in Russia da campione d’Europa in carica – li sì, con l’enorme contributo di CR7 – ma delude ancora una volta le aspettative. Ronaldo segna una storica tripletta ai gironi contro la Spagna ma il Portogallo viene eliminato agli ottavi dal modesto Uruguay. CR7, fresco di due Palloni d’Oro e tre Champions League di fila, ha 33 anni e non ha ancora mai segnato nella fase ed eliminazione diretta di un Mondiale.
Quattro anni dopo, in Qatar, il Portogallo si presenta ai nastri di partenza tra le favorite. La squadra, all’epoca allenata da Fernando Santos, ha appena vinto la Nations League, ha a disposizione dei talenti di assoluto livello e CR7 è stato, a 36 anni, capocannoniere dell’Europeo disputato l’anno precedente. Eppure, anche in Qatar le cose vanno male: Ronaldo batte diversi record di longevità, segna all’esordio contro il Ghana ma floppa nella fase ad eliminazione diretta e i lusitani escono incredibilmente ai quarti contro il Marocco.
La scena di Cristiano Ronaldo che al fischio finale attraversa il campo in lacrime prima di rifugiarsi negli spogliatoi ha fatto il giro del Mondo, ed è forse una delle immagini più forti della storia recente di questo sport, soprattutto se vista in contrapposizione a quella di Messi che una decina di giorni dopo piangeva di gioia dopo aver vinto il suo primo Mondiale, in un momento di carriera in cui in pochi lo credevano ancora possibile.

Soprattutto, la potenza di quella foto stava nella convinzione un po’ di tutti che quella sarebbe stata l’ultima partita di CR7 ai Mondiali. In Qatar, Ronaldo aveva già 37 anni, proprio durante il Mondiale si era consumata la rottura col Manchester United e il portoghese si apprestava ad andare in Arabia, rinunciando di fatto a competere ad alti livelli.
Nel mentre, ci sono state tre stagioni e mezzo di Ronaldo all’Al-Nassr che hanno contribuito ad avvicinarlo agli agognati mille gol in carriera, che d'altro canto sembrano averne compromesso la competitività, come si è visto agli Europei del 2024, in cui si presenta da capocannoniere in carica chiudendo con zero gol all'attivo e, soprattutto, per la prima volta dà la sensazione di essere più un peso che una risorsa per la propria nazionale.
Dopo un anno e mezzo in un campionato non competitivo come quello saudita, e soprattutto a 39 anni di età, nell’Europeo in Germania CR7 ha dato la sensazione di essere non solo un atleta in difficoltà nel calcio iper-veloce di oggi (o meglio, di due anni fa, perché risulta esserlo ancor di più), ma anche di essere un corpo che il Portogallo faticava a digerire.
Questa sensazione si è acuita ancora di più nel corso dell’ultimo Mondiale americano, in cui il Portogallo è uscito agli ottavi contro la Spagna. Con la doppietta contro il modestissimo Uzbekistan, CR7 è diventato il primo ed unico calciatore a segnare in sei edizioni di fila della Coppa del Mondo, ma oltre a quello il suo torneo verrà ricordato quasi solo per i gesti di stizza nei confronti dei compagni, peraltro ampiamente ricambiati soprattutto nelle partite del girone.
E pensare che, rispetto all’esordio ai Mondiali di 20 anni fa, la squadra intorno a Ronaldo è migliorata enormemente. Il Portogallo del 2006, col canto del cigno della generazione di Rui Costa e Luis Figo, era molto più debole del Portogallo di questi Mondiali ed in generale dell’ultimo lustro. Basti ricordare il centrocampo, che è praticamente quello del PSG bicampione d’Europa più Bruno Fernandes, MVP dell’ultima edizione di Premier League.
Davanti, poi, i lusitani possono contare sul talento intercambiabile di Bernardo Silvia, Rafa Leão, João Félix, Pedro Neto e Gonçalo Ramos. Sia chiaro: tutti giocatori che non potrebbero stare nella stessa frase insieme a Cristiano Ronaldo prime – e per prime di CR7 si intende un lasso di tempo incredibilmente più lungo della media – ma che ad oggi sembrano tutti più in forma del fuoriclasse di Madeira.
Non solo. Già a metà della sua avventura madrilena, quindi quasi 15 anni fa, Cristiano Ronaldo aveva iniziato la trasformazione da sontuoso esterno di attacco ad implacabile finalizzatore. Trasformazione resa evidente dal triennio 2016-2018 in cui CR7, da centravanti, vinse tre Champions League di fila e due Palloni d’Oro. Questa evoluzione tattica – unita ad una cura maniacale del proprio fisico che ha settato nuovi standard per tutto il mondo del calcio – ha certamente contribuito ad allungare la carriera di CR7, ma è anche un’evoluzione tattica che a lungo andare si è mal sposata col l’evoluzione del calcio moderno in generale.
Oggi il centravanti non è più solo finalizzatore, ma è anche il regista offensivo e il primo difensore della squadra. Ma se per quest’ultimo aspetto sono tante le eccezioni nelle nazionali di altissimo livello (pensiamo a Messi e Mbappé, il cui contributo difensivo nelle rispettive nazionali è, dati alla mano, molto limitato), non si può prescindere dalla fase di dialogo e scambio con i compagni. Ed è in quest’ultimo aspetto che sono emerse le lacune di Ronaldo negli ultimi tornei internazionali.
In una nazionale che si è rapidamente evoluta negli ultimi anni da una squadra di solo ottimi palleggiatori ad una squadra forte anche in transizione, Ronaldo sembra un pesce fuor d’acqua sia per quanto riguarda il gioco che per la rapidità necessaria a ribaltare il fronte. E come ciliegina sulla torta, in fase di finalizzazione, non ha più lo spunto necessario, quel guizzo che lo rendeva implacabile sotto porta.
La cosa incredibile è che tutto questo è normale. È normale non avere a 41 anni la reattività che si aveva 33, o lo scatto che si aveva a 26. Anzi, forse, il fatto che Ronaldo sia ancora tutto sommato un calciatore a 41 anni è già di per sé un fatto incredibile. Ma questa normalità, per chi ha fatto della straordinarietà la sua quotidianità, come viene vissuta?
L’impressione è che Ronaldo non abbia una consapevolezza di sé a 41 anni, e che sia ancora ingabbiato in quell’idea di essere il migliore al mondo. Quell’idea probabilmente lo ha aiutato in carriera ad andare costantemente oltre i propri limiti, a raggiungere – anche grazie ad un talento smisurato e spesso sottovalutato – risultati che per chiunque altro sarebbero stati impensabili.
La carriera di Cristiano Ronaldo è una carriera straordinaria e irripetibile, così come straordinario è stato il prendersi dei rischi per mettersi di volta in volta in gioco con nuove squadre. Cosa che Messi, ad esempio, ha fatto solo una volta e con poca convinzione. Ma era giusto che questa straordinaria carriera venisse ripagata con la titolarità in questo Mondiale?
Sicuramente, era giusto che Ronaldo fosse tra i convocati di Roberto Martinez, ma siamo sicuri che il suo ostinato impiego per 90 minuti fosse la mossa giusta per il Portogallo? Ricordiamo che Ronaldo ha 41 anni, e che le partite di questo Mondiale si giocano su 4 tempi anziché 2; dunque, non sarebbe stato più utile tenerselo per l’ultimo quarto di gara, quando sarebbe entrato fresco contro difensori più stanchi?
Evidentemente no. Ronaldo, così come agli Europei del 2024, ha sempre giocato titolare e ha sempre giocato 90 minuti, eccezion fatta per i sedicesimi contro la Croazia quando Martinez l’ha tolto a 9’ dalla fine e – ironia della sorta ma alzi la mano chi non pensava che sarebbe andata così – il Portogallo l’ha vinta in quei minuti proprio col sostituto di Ronaldo, Gonçalo Ramos.
Gonçalo Ramos che, in questo Mondiale, ha giocato solo 34 minuti, segnando gli stessi gol nella fase ed eliminazione diretta di Ronaldo che ne ha giocati ben 171. Considerando i 16 anni in meno di Ramos, che comunque viene da un triennio al PSG e non in Arabia, si tratta di una scelta abbastanza inspiegabile. Una staffetta tra i due avrebbe, molto probabilmente, aiutato sia il Portogallo che lo stesso Ronaldo.
E a questo punto la domanda è: perché Ronaldo ha giocato sempre? Possibile che fra tutte le possibili configurazioni offensive, il modo migliore per esprimere l’enorme talento della rosa del Portogallo fosse con Cristiano Ronaldo titolare fisso? Nel 2022 Fernando Santos lo fece partire dalla panchina nella sfida decisiva contro il Marocco, e fu crocifisso dopo la sconfitta; è possibile che questo abbia influenzato le scelte dello stesso Martinez?
Contro la Croazia ai sedicesimi Ronaldo ha segnato il suo primo ed unico gol nella fase ad eliminazione diretta di un Mondiale, e lo ha fatto con il suo unico tocco in area di rigore in 81 minuti. Ha fatto 6 passaggi nella trequarti avversaria, un terzo di quelli messi a segno nella stessa zona di campo da difensori come Nuno Mendes o Ruben Dias.
Ridurre Cristiano Ronaldo a questo è, però, ovviamente ingiusto. CR7 è stato uno dei calciatori più forti di tutti i tempi. Ma proprio mentre scrivevo queste righe, mi è venuto spontaneo scrivere è stato. Forse è la mia repulsione verso il campionato saudita e verso quasi tutto ciò che arriva da quella parte di mondo, ma non penso di essere l’unico che, quando Ronaldo si è trasferito all'All-Nassr nel 2022, ha avuto la sensazione che la sua avventura nel grande calcio fosse finita.
Come abbiamo scritto sopra, già c’erano state polemiche circa il suo impiego nei Mondiali del 2022, ed è abbastanza singolare che quattro anni dopo, Ronaldo, abbia giocato persino di più. È vero, in questi quattro anni ha continuato ad essere regolarmente convocato in nazionale e a segnare con continuità, contribuendo alla Nations League vinta di nuovo dai lusitani la scorsa estate.
C’è un grosso però. Per le nazionali più importanti – quelle che si qualificano ai Mondiali senza avere bisogno dei playoff, per intenderci – le partite di Nations League sono poco più che amichevoli. Spesso e volentieri, tanti big si tirano indietro per infortuni veri o presunti, risparmiando (giustamente?) energie per giocare nei loro club. Per Ronaldo, invece, le partite con la nazionale in questo quadriennio sono state praticamente le uniche sfide competitive. È normale e comprensibile che abbia dato il 100%, ma è altrettanto normale e plausibile è che compagni e avversari in quelle partite non fossero proprio al 100%.
Arrivati al Mondiale 2026, anche il livello di attenzione degli altri si è alzato, mentre quello di Ronaldo è sembrato inadeguato per essere il centravanti di una nazionale che puntava ad alzare la Coppa del Mondo. E, beninteso, nessuno mette in dubbio l’impegno e la dedizione ossessiva di CR7. Ma la domanda, ancora una volta, è: tutto ciò, basta? Basta continuare a dare tutto sé stesso per guadagnarsi la titolarità in una grande nazionale?
Dopo l’eliminazione con la Spagna, Ronaldo ha dichiarato che se ne va “con la coscienza pulita sapendo di aver dato tutto”. Non ci sono dubbi su questo, ma se tutto ciò che uno ha da dare è poco, non sarebbe meglio farsi da parte e lasciare spazio a chi ne ha di più? Magari accettando anche un ruolo da seconda linea, che con queste partite così lunghe e frammentate sarebbe potuto tornare molto più utile.
Inoltre, anche scaricare tutta la responsabilità di mettere in panchina Ronaldo sulle spalle del CT Martinez non è del tutto corretto. È vero che gli allenatori sono chiamati a prendere decisioni – anche gravose – senza guardare in faccia nessuno, ma è altresì vero che non si può non tenere conto della particolarità del caso, di ciò che Ronaldo rappresenta per il Portogallo e di ciò che è successo le poche volte che lo si è messo in discussione.
Dopo la prima partita pareggiata contro la Repubblica “Democratica” del Congo – in cui Ronaldo ha giocato malissimo – sono uscite alcune dichiarazioni, non si quanto vere o meno, di alcuni compagni di squadra che sembrava si fossero lamentati dell’atteggiamento di CR7 in campo. Apriti cielo. Commenti social di moglie e sorella, orde di hater ad insultare i giocatori presunti autori di queste dichiarazioni e via dicendo.
Alla luce di questo, l’eventuale decisione di Martinez di dosare il minutaggio di Ronaldo (badate bene, di dosare il minutaggio, non di far fuori) avrebbe chiaramente richiesto basi più solide della sola scelta di un allenatore lasciato solo.
C’è, infatti, anche il tema dell’atteggiamento di CR7. Ci abbiamo girato un po’ intorno ma insomma, col dovuto rispetto per uno dei giocatori più forti della storia di questo sport, il suo modo di stare in campo non è stato all’altezza della sua figura e del ruolo che essere il capitano di una nazionale di impone.
Spesso insofferente nei confronti delle scelte dei compagni ed egoista fino allo stremo con la palla tra i piedi, Ronaldo è stato… la prima parola che mi viene in mente è antipatico. Non mi stupirei se qualche compagno, al netto della delusione per l’eliminazione dal Mondiale, non fosse molto dispiaciuto del fatto che lascerà la nazionale.
Ha avuto un atteggiamento col quale ha dato più l’impressione di essere alla ricerca dell’ennesimo record personale, piuttosto che del successo del gruppo. Anche nelle parole post eliminazione ha ammesso di “non essere più quello di prima”, ma anche sottolineato “non sto facendo così male”. Chiaro che, nel suo essere un fuoriclasse, CR7 è straordinariamente in forma per essere un atleta di 41 anni. Ma i Mondiali non sono una competizione fra ultra quarantenni, e probabilmente il Portogallo aveva bisogno di qualcosa in più e di qualcosa di diverso per andare avanti nella rassegna.
Ronaldo ha anche ribadito, poi, che “ci sono hater che da 23 anni cercano di uccidermi”, adottando quello che è un po’ il linguaggio delle tante fan base tossiche che inquinano i social. Sarebbe onestamente triste, in primis per sé stesso, se la sua motivazione al Mondiale fosse stata quella di dimostrare agli altri che si sbagliavano.
È vero che CR7 ha fatto della motivazione uno dei suoi punti di forza. Probabilmente parliamo del più forte giocatore di tutti i tempi dal punto di vista psicologico, della forza auto-indotta e di quella che comunemente e grossolanamente chiamiamo mentalità. Ma, proprio perché ridurre la carriera di un giocatore dal talento straordinario alla sola mentalità sarebbe sbagliato, altrettanto sbagliato è farsi sopraffare dalla stessa. Col rischio che, poi, quella forza mentale diventi puramente un’ossessione negativa.
E Ronaldo, nel corso di questo Mondiale, ha dato più volte l’impressione di essere ossessionato dai suoi numeri, o dal solo fatto di esserci. E ripeto, era giusto che ci fosse, ma non che ci fosse così. Per fare il paragone più scontato – ma che in questo momento più che altro sembra spietato – CR7 in questo Mondiale sembrava in missione contro tutto e tutti, anche a volte contro i suoi stessi compagni di squadra, mentre Messi sembra divertirsi un mondo per il solo fatto di giocare a pallone.
Certo, aver già vinto il Mondiale aiuta moltissimo da questo punto di vista, ma la differenza di cui sopra si è poi tradotta in un’Argentina in cui tutti sono contenti ed uniti nel portare l’acqua al proprio fuoriclasse, e in un Portogallo in cui i compagni sembrano mal sopportare CR7.

Hai voglia poi a dire – come poco elegantemente ha fatto lo stesso Ronaldo – che il Portogallo contava poco nel calcio Mondiale e che da quando c’è lui ha vinto gli unici tre trofei della sua storia. Premesso che fatico a considerare la Nations League un trofeo (non perché io la consideri inutile, ma per la scarsa considerazione che le danno i partecipanti stessi), in generale questa è un’arma a doppio taglio per Ronaldo.
Se volessimo continuare a proporre il paragone con l’Argentina, è verissimo che calcisticamente prima dell’inizio della carriera di CR7 non c’era paragone fra la storia ed il livello delle due nazionali. C’è un Argentina vincente e forte con Messi ma anche prima di Messi, mentre abbiamo già scritto come il Portogallo pre-Ronaldo fosse stato, con tutto il rispetto, poca roba.
E se nel corso dell’ultimo ventennio il Portogallo è diventato una squadra fortissima, a mio parere anche più dell’Argentina, il merito è anche di Ronaldo che, come Sinner nel tennis italiano, è stato catalizzatore di un movimento, ha spinto i giovani portoghesi ad andare a giocare all’estero nelle big del continente e ha contribuito all’enorme crescita calcistica di un paese che conta neanche 10 milioni di abitanti e che produce molti più talenti dell’Italia che di abitanti ne ha 60 milioni.
Ma se l’Argentina vince un Mondiale e quattro anni è di nuovo in finale, il merito è anche di chi ha saputo costruire intorno al fuoriclasse una squadra alla quale la presenza del fuoriclasse non pesasse. Mentre il Portogallo, nonostante l’enorme salto in avanti a livello qualitativo, sembra ostaggio del suo fuoriclasse, incapace di accettare il proprio inevitabile declino.
Mi fermo qui col paragone tra i due fenomeni perché – al netto del finale di carriera migliore di Messi – non è forse del tutto corretto ridurre la questione ancora una volta al loro dualismo. Sono grato di aver visto giocare entrambi per vent’anni, di averli visti spingersi a vicenda a suon di gol e giocate impensabili per tutti gli altri. Entrambi hanno ispirato più di una generazione, da Lamine Yamal che al fischio finale di quella che è stata l’ultima partita di CR7 in un Mondiale è corso da lui, a chiunque – e sfido chiunque a dire di non averlo mai fatto – abbia fatto un siuuuu, dopo un gol a calcetto.
Ma forse la cosa più umana – e dopo vent’anni, per la prima volta, possiamo effettivamente constatare che anche Ronaldo è umano – è avere difficoltà nel rendersi conto che è arrivata la fine. L’avventura di Ronaldo nel Mondiale nordamericano è finita com’era iniziata: facendo chiedere a tutto il Mondo se giocare un Mondiale da titolare non fosse troppo, per un 41enne.
Durante il suo sesto Mondiale è diventato il primo giocatore a segnare in sei Coppe del Mondo di fila, ma oltre a questo la sua presenza in Nord America non verrà ricordata per molto altro. Per tanti motivi, e spesso anche per colpe non sue, il suo rapporto coi Mondiali è stato un po’ come il suo rapporto con la zona calda del campo in queste ultime partite: periferico.
Il Portogallo merita probabilmente di meglio per provare a dare finalmente l’assalto a questa competizione in modo serio. CR7 forse avrebbe meritato una gestione diversa del finale della sua carriera, e non sono d’accordo con chi dice che si era guadagnato sul campo il diritto ad autogestirsi questo finale di carriera.
Pur parlando di uno dei più grandi di sempre, il calcio è sempre qui ed ora. Il diritto divino non vale neanche per Cristiano Ronaldo, non varrà neanche per Messi quando anche lui non sarà più in grado di sostenere certi ritmi. Noi abbiamo la fortuna di notarlo e di farlo notare, e non per questo smettere di ammirare e ringraziare un campione come pochissimi altri se ne sono visti nella storia.
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