
Lettere dal Mondiale #6: a Rodri e a Pau Cubarsí, e al coraggio di fidarsi di un'idea
Il Mondiale 2026 è stato dominato dagli individui, ma la Spagna lo ha vinto fidandosi della sua idea collettiva, rappresentata da Rodri e Cubarsí.
Cari Rodri e Pau,
scrivo a voi due, non allo scintillio che tutti si aspettavano. Perché la storia di questa Spagna campione del mondo è la storia di un'idea che ha battuto i divi e voi siete i due uomini che quell'idea l'hanno incarnata al meglio: siete il regista e il difensore, il cuore del centrocampo e il leader difensivo.
Partiamo dai fatti, perché stavolta i fatti, come dire, potrebbero bastare. In tutto il torneo la Spagna ha subìto un solo gol. Uno. Sette porte inviolate, il guanto d'oro a Unai Simón, forse la miglior difesa dai tempi dell’Italia del 2006.

E qui arriva la cosa che rende tutto più bello. Il giocatore più atteso del Mondiale, quello su cui il pianeta intero aveva puntato i riflettori, non ha brillato: Lamine Yamal è arrivato da un infortunio, ha segnato un gol soltanto, non ha mai avuto la sua serata da incoronazione. La Spagna però non è crollata, non ha cambiato pelle, non si è messa ad aspettare il miracolo del suo predestinato. Ha fatto una cosa più difficile e più adulta: ha continuato a fidarsi dell'idea invece che dell'individuo.
Yamal, in fondo, quell'idea l'ha servita anche a secco, trascinandosi dietro due marcatori a ogni azione e aprendo il campo ai compagni. Ma la lezione resta: si può vincere un Mondiale con il proprio fuoriclasse in ombra, se sai chi sei anche senza di lui.
E questa non è soltanto la storia della Spagna: è la morale di tutto il torneo. Perché questo doveva essere, ed in parte è stato, il Mondiale degli individui. Il Mondiale dei fenomeni, Mbappé, Haaland, Kane, Vinícius, l'ultimo Messi, l'ultimo Cristiano Ronaldo, ma anche il Mondiale della visione americana dello sport, del calcio come intrattenimento: lo show, le luci, i grandi nomi in copertina, la partita come spettacolo da vendere a pezzi.
In mezzo a tutto questo culto del singolo, sportivo ed economico, ha vinto la squadra più organizzata e collettiva di tutte. È la lezione più antipatica per chi vorrebbe il calcio ridotto a una vetrina di stelle, e la più bella per chi ritiene la rivoluzione permanente di Guardiola, uno spartiacque di questo sport. Perché è questo che avete e che gli altri non hanno: un'identità. In Spagna, da sempre, conta come giochi, perché il modo in cui giochi dice chi sei. Tenere la palla, per voi, è una dichiarazione. Un manifesto.
C'è una ragione se di calcio hanno scritto meglio i romanzieri che gli allenatori: perché una squadra, come un libro, racconta l'idea che un popolo ha di sé. E il vostro modo di giocare è, in fondo, una piccola forma di politica. Il possesso in fondo può essere un patto: la palla che gira e si condivide, la responsabilità che si spartisce fra undici, la decisione che non appartiene mai a uno solo. È l'esatto contrario del culto dell'uomo forte che domina questi anni, dell'idea che serva sempre un salvatore, un solista, un nome sopra gli altri. Voi avete vinto il mondo dimostrando la tesi opposta.
Ci vuole coraggio, però, per fidarsi così di un'idea quando il risultato non è ancora arrivato. Quel coraggio ha un nome poco appariscente: Luis de la Fuente. Non un genio da copertina, ma un uomo che ha passato la vita nelle nazionali giovanili spagnole prima di sedersi sulla panchina dei grandi, e che a molti di voi ha insegnato il mestiere da ragazzi.
Lo avevano preso in giro quando gli diedero la Spagna: troppo grigio, troppo federale, troppo poco divo. Si è rivelato la persona esatta, perché aveva bisogno di custodire e di riproporre, con visione e coraggio. Ha piazzato un diciannovenne al centro della difesa e un diciottenne all'ala senza tremare, perché in Spagna la fiducia nei ragazzi è un metodo. Al centro di tutto Rodri. Ed è la parola più bella di questa vittoria: programmazione. Che non è il contrario della poesia, ma la poesia fatta con pazienza.

Ora è tempo di parlare di voi due sul serio, perché siete la prova vivente di quella morale.
Tu, Rodri, sei l'uomo più improbabile che potesse ritrovarsi in cima al mondo. A diciassette anni l'Atlético Madrid ti scaricò perché eri troppo fragile. Troppo poco fisico, non abbastanza da calciatore. Sei ripartito da Villarreal, dal sottomarino giallo, e intanto ti sei iscritto a un corso di laurea di economia all'università, vivendo da studente qualunque: i compagni di corso ti incrociavano nei corridoi e la domenica marcavi le stelle della Liga.
Poi l'Atlético che ti riprende, il Manchester City che ti compra come acquisto record, quattro campionati inglesi di fila e soprattutto il gol che nel 2023 regala al City la prima Champions League della sua storia. Nel 2024 il Pallone d'Oro, primo spagnolo dai tempi di Luis Suárez, ritirato sulle stampelle: perché pochi giorni prima ti eri rotto il crociato, e ci hai messo quasi due anni a tornare quello di prima. Sei tornato proprio qui, in questo Mondiale, a riprenderti il premio di migliore del pianeta.
E lo hai fatto interpretando il ruolo più invisibile che esista. Tu sei il pivote, il regista davanti alla difesa: l’uomo che decide dove va la partita. Non perdi mai il pallone, giochi di prima intenzione sempre nella direzione giusta, ti sposti di un metro per intercettare ciò che gli altri non vedono nemmeno. L'ha detto meglio di tutti Ibrahimović: sei uno che appicca gli incendi e insieme li spegne. Non fai notizia perché non ne hai bisogno: sei il metronomo, il battito attorno a cui undici uomini respirano. Hai reso evidente che si può essere il migliore del mondo semplicemente tenendo in ordine il gioco degli altri.
E tu, Pau. Persino il tuo nome dice qualcosa. In catalano pau significa pace. Vieni da Estanyol, un paese di poche centinaia di anime in provincia di Girona, così piccolo che non aveva nemmeno un campo da calcio; tuo padre tiene ancora la falegnameria di famiglia, aperta lì dal 1905.
Il catalano è la tua prima lingua, e a undici anni hai fatto la valigia per entrare alla Masia, la fabbrica di Barcellona da cui esce, da mezzo secolo, la grammatica di questo calcio: il gioco corto, il coraggio di costruire da dietro, l'idea che il difensore sia il primo dei registi. Ti paragonano a Piqué, e non a caso: sei l'ultima gemma di quella scuola catalana che ha insegnato alla Spagna intera a giocare così.
In un torneo pieno di attaccanti stellari, il premio di miglior giovane è andato a te, un difensore, e non al più famoso dei tuoi compagni: perché anche qui conta quello che dài al gruppo, non quanto sei atteso. E come Rodri, pure tu studi Economia e lavi i piatti a casa con tua sorella. Due campioni del mondo che non hanno mai smesso di essere due ragazzi normali.
E poi è successa una cosa che sembrava scritta apposta per chiudere il discorso. Al momento della premiazione, l'uomo più potente del pianeta è sceso in campo per consegnarvi la coppa e ha deciso di restare lì, piantato al centro del palco, sotto i fischi dello stadio, mentre perfino il presidente della FIFA gli faceva cenno di togliersi. Tu, Rodri, non ti sei scomposto. Con la solita eleganza lo hai invitato a farsi di lato. Hai fatto scivolare l'uomo più potente del mondo fuori dall'inquadratura. Poi hai sollevato il trofeo e hai fatto esplodere la festa come se quell'ospite non ci fosse.

Antonio Machado, uno dei vostri poeti, scrisse che la strada non esiste, che "se hace camino al andar": la strada si fa camminando. È la definizione più precisa del calcio spagnolo: un passo dopo l'altro, insieme, sempre nella stessa direzione, anche quando la stella là davanti non segna e i saggi ripetono che così non si vince. Avete vinto esattamente così. Non perché avevate il più forte, ma perché sapevate chi eravate. Enhorabuena.
Lettere dal Mondiale — Il congedo
Sette lettere fa avevamo cominciato scrivendo a un pallone, perché ci sembrava l'unico destinatario capace di tenere insieme tutto il resto.
Abbiamo scritto a Bielsa e al nostro bisogno di eroi. A Messi, per ringraziarlo della grazia di averlo visto giocare. A Beiranvand, il pastore che imparò a dire no all'uomo che ha tutto. A Modrić, la mente più elegante di un'epoca, fermata soltanto da un millimetro. E poi abbiamo scritto a una partita, Argentina-Inghilterra, perché certe sfide sono più grandi del calcio.
Alla fine siamo arrivati qui, a Rodri e a Pau, e cioè a una squadra: al collettivo che ha battuto tutti i divi in un Mondiale nato apposta per celebrarli. Non è un caso che sia finita così. Perché in fondo queste lettere raccontano un solo movimento: dal singolo che ci fa sognare al gruppo che ci fa credere, dall'eroe alla comunità, dal talento all'idea.
Il calcio, diceva Valdano, è la cosa più importante tra quelle meno importanti. Per un mese ci ha permesso di parlare di identità e di memoria, di guerra e di pace, di potere e di gente, fingendo di parlare soltanto di pallone. Adesso le luci si spengono, il campo resta vuoto, fino alla prossima partita.
Grazie di aver camminato con noi.
Umberto Zimarri
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