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Spagna Argentina finale Mondiali
, 20 Luglio 2026

Spagna-Argentina 1-0 d.t.s., Considerazioni Sparse


La Spagna è Campione del Mondo.

Il Mondiale è finito, ed è la Spagna di De La Fuente la nuova nazionale campione del Mondo. Niente bis per l'Argentina e niente ennesimo trionfo finale per Messi, forse al suo ultimo giro di valzer con la Selección, forse alla sua ultima presenza in carriera. La Scaloneta finisce qua, anche per raggiunti limiti di età di un gruppo che il CT in questi anni carichi di successi (4 finali raggiunte tra Mondiali e Copa America, di cui tre vinte) ha coltivato come una famiglia, disposta a tutto per proteggere il suo patriarca con la maglia numero 10.

Finisce con l'onore delle armi, sfiorando il pari alla fine dei supplementari dopo due ore di strenua difesa sempre più disperata; ma finisce con ben poca cavalleria sportiva (Paredes dal suo ingresso si è fatto notare per tre cose: ammonizioni, palloni persi e mani sul collo a gara finita), di fronte a una Spagna - forse in questa finale nella versione meno brillante di tutto il torneo - che ha avuto su tutti un grande merito: giocare a calcio.

Una finale piena di contrappassi

Spagna e Argentina era la prima volta che si incrociavano in una finale mondiale. Ed era la prima volta che questa è disputata dalle squadre campioni in carica di Europa e Sudamerica. In qualche modo, tale incrocio è la rivincita delle più antiche tradizioni calcistiche del pianeta, proprio nel Mondiale che per la prima volta ha aperto fino alle 48 partecipanti ed è stato - di fatto - monopolizzato sul piano organizzativo dal paese meno affine alla cultura del calcio, ovvero gli Stati Uniti.

Spagna e Argentina si sono sfidate nel caldo torrido del primo pomeriggio del New Jersey, sotto lo sguardo invadente del presidente Donald Trump (alla sua prima "presenza" sugli spalti di questo Mondiale), tra cerimonie di apertura e half-time show decisamente poco affini al pubblico e al tifo delle due squadre finaliste. Una finale di Usa '94 vagamente più distopica.

spagna argentina finale halftime show

In un torneo dove così tanto si è parlato (a sproposito) di "identità" e "appartenenza" delle Nazionali di oggi, ad alzare la coppa è la selezione che, anche con i suoi ragazzi cresciuti a cavallo di culture diverse, più di tutte oggi incarna l'interpretazione moderna del gioco, andando oltre concetti vaghi (di cui questo Mondiale è stato severo bastonatore, si pensi al Brasile) e facendosi forte di un sistema di principi condivisi sui quali lavora da anni.

In un torneo che in tanti aspetti è stato uno sfoggio di eccezionalismo americano e - ancor peggio - di invadenza geopolitica statunitense, ad alzare la coppa dalle mani dello stesso Trump è la selezione di un paese, la Spagna, finito ai ferri corti con gli USA per le sue recenti azioni militari; e dove Borja Iglesias, giocatore che più di altri non si è fatto remore nel non accettare certe "invasioni di campo", si è concesso il lusso di ignorare proprio il presidente americano alla premiazione (in questo, superato dallo sconfitto Romero che ha tirato dritto sornione), in un momento rituale nel quale un tale protagonismo da parte di leader politici non si vedeva dai tempi della giunta Videla.

Infine, in un torneo dove alla finale ci si era avvicinati con il ritorno mediatico di una vecchia guerra degli anni '80 (quelle delle Falkland/Malvinas, che avevano dominato lo sfondo della semifinale Argentina-Inghilterra), ad alzare la coppa è il paese che aveva fondato come colonia l'Argentina, sotto il nome di Vicereame del Rio della Plata, la cui rivendicazione sulle isole contese parte dall'appartenenza delle stesse proprio a tale divisione dell'impero coloniale spagnolo. In fondo, quando si parla di magia del calcio, si parla anche di come il rettangolo verde sappia essere in tanti modi un giudice quantomai severo eppur alquanto sarcastico.

La partita: dalle scelte di Scaloni al controllo della Spagna

Nella preparazione della partita, contro un avversario che non aveva quasi mai sofferto e anzi apparso sempre più in controllo delle partite, Scaloni provava per una volta a ribilanciare l'assetto tattico della sua Argentina, forse l'aspetto meno convincente della Selección finora, tanto capace di esaltarsi nella sofferenza quanto poco in grado di prevenire situazioni che la portassero a soffrire. Consapevole della superiorità tecnico-atletica dei suoi rivali, ha deciso di sacrificare, rispetto alla gara contro l'Inghilterra, Molina, Giuliano Simeone e un pretoriano come Paredes, per mettere Montiel in veste di terzino bloccato e affidare rispettivamente il centro del campo a Enzo Fernandez e Mac Allister, nonché le ipotetiche fasce a Nico Gonzalez e De Paul, così ben entrati nella semifinale.

L'idea doveva essere bloccare maggiormente le fasce, limitando così l'esplosività sulle corsie della Roja - schierata da De La Fuente con lo stesso undici vincente contro la Francia, nonostante gli acciacchi di Yamal - e accettando di concedere il controllo della zona centrale alla Spagna. Si sperava di imbottigliare il possesso spagnolo nei pressi dell'area, e sorprendere gli avversari con soluzioni dirette a scavalcare il centrocampo (affidate alla ricerca proprio di Nico Gonzalez come vertice, vista la sua abilità sui duelli aerei). Con il senno di poi, lasciar vita facile a un enorme Rodri e scommettere sulle difficoltà di gestione degli spazi alle spalle della linea spagnola (dominata da un Cubarsì con il piglio del veterano) è stato un suicidio.

Scelte che il CT argentino ritratta rapidamente già nell'intervallo (fuori Nico, chiamato a un doppio lavoro improbo di profondità e raddoppi su Yamal, per Paredes), complice anche la perdita sul finire di primo tempo di Lisandro Martinez, ovvero dell'uomo che garantiva una soluzione privilegiata nel cercare palloni sul lungo dalla difesa. Le difficoltà costanti avute dell'albiceleste nell'uscire da dietro, a fronte dell'organizzata pressione spagnola, con soluzioni che non fossero palle lunghe facili preda altrui, oltre a sfiancare con un continuo logoramento la squadra di Scaloni, ci levano persino le possibilità di capire quali potessero essere le opzioni in avanti dell'Argentina, praticamente mai vistasi dalle parti di Unai Simon.

Infatti, la casella dei tiri tentati da Messi e compagni segna un 1, ovvero l'occasionissima sugli sviluppi di corner di Giuliano Simeone al 120' (anche se al 119' Cubarsì è stato chiamato a esibirsi in una chiusura che varrà più di un gol): gli unici due minuti dove i sudamericani hanno fatto qualcosa in avanti, nell'unico momento di sbandamento di una Spagna contro l'ultimo sussulto di rabbia agonistica dell'Argentina.

A colpire in negativo è stato il fatto che, di fronte a un avversario comunque prevedibile (che non vuol dire gestibile) per approccio al campo, Scaloni abbia dato l'impressione di sconfessarsi più volte senza saper bene che pesci prendere.

Se è noto come l'Argentina sia una squadra sì propensa al controllo ma bisognosa di ritmi bassi e poco portata al dominio dello spazio, e al contempo è noto come la Spagna abbia non sono nella gestione della palla ma anche nell'intensità dei suoi ritmi anche in non possesso il suo punto di forza (un solo gol subito, con buona pace dei sostenitori del "blocco basso" a tutti i costi), le scelte iniziali del CT sono parse basarsi su un paradigma che andava in senso opposto. Ovvero, sulla speranza che una squadra fisicamente già al limite avesse la forza di risalire il campo lungo con brevi picchi di intensità verticale, e al contempo di reggere una costante pressione avversaria.

Sempre sul tema delle scelte, in questo i 120 e passa minuti in panchina di Lautaro Martinez, pur in buona parte figli delle circostanze tra cambi obbligati, infortuni ed espulsioni, comunque fanno una certa impressione nella cornice di una formazione rivelatasi inesistente nella metà campo avversaria, priva di qualsiasi opzione e finita ad abbandonare proprio Messi a sé stesso là davanti.

Argentina si è lentamente logorata

Alla fine, il leitmotiv della partita è evoluto in qualcosa di molto prevedibile: un costante controllo del gioco della Spagna, una progressiva riduzione dell'Argentina nella protezione dei propri trenta metri. Nella sfida dentro la sfida, quella delle riserve energetiche - e nervose - da gestire, l'Argentina è quella che accusa prima il colpo. Non punge troppo la squadra di De La Fuente, che governa e crea ma non ha mai davvero la palla vincente. Almeno fino al gol.

Ma la bilancia della gara pende sempre leggermente in favore della Spagna; fosse stato un incontro di boxe si parlerebbe di iberici avanti ai punti (nonostante una certa predisposizione degli argentini a tutto ciò). Il calcio funziona diversamente, e allora l'Argentina si aggrappa sempre più alla sua stessa mitologia per tenere in piedi una partita, nella quale ha costantemente sofferto e subito e che nonostante tutto ancora non la vedeva piegarsi, e nella quale la Roja continuava imperterrita e paziente nella sua costante, progressiva azione di logoramento.

L'espulsione di Enzo Fernandez in pieno recupero ha reso quella di Messi e compagni una scalata fin troppo ardua. Mezz'ora di gioco oltre i 90' in inferiorità numerica solo a pensarla già suona come un incubo, tantopiù per una squadra già ben più stanca dell'avversaria. E se il controllo della Spagna sul match le ha permesso tra le altre una ben migliore gestione delle proprie risorse tecniche, allargando ulteriormente questa forbice a proprio favore (De La Fuente ha il lusso, a differenza di collega, di poter sfruttare le sostituzioni seguendo i propri piani: che il gol-partita arrivi dal subentrato Tiburòn Ferran Torres ne è solo l'emblema), l'uomo in meno per i supplementari fa tracimare gli argini.

L'Argentina ha più volte trovato nella sua dimensione emotiva il modo di fiaccare le convinzioni dell'avversaria di turno, ma in verità in questa finale una Spagna smaliziata al punto giusto è stata più che in grado di controllare anche questo fattore a suo vantaggio.

Resta il Dibu Martinez a far reggere la baracca finché può, riprendendosi anche da un secondo tempo dove aveva persino lui tentennato con alcuni interventi goffi, ma nel quale al 97' aveva negato il gol su punizione a un Yamal bravo ma non eccezionale. Il gol annullato a Nico Williams (fallo forse veniale di Merino su Otamendi) è il preludio dell'ineluttabile: la battuta libera di Torres su fornitura aerea sempre di Nico Williams, contro la quale come con l'Inghilterra Molina è a dir poco rivedibile, concretizza la fine di un equilibrio che non c'è mai davvero stato. Il resto, è un sussulto disperato di una squadra con i nervi a fior di pelle.

Lo diciamo, forse severamente: alla fine ha vinto il gioco del calcio, nonostante lato argentino giocasse quello che è stato la più luminosa sintesi di cosa sia il gioco del calcio. Lo stoicismo di Messi, ritrovatosi più di una volta a offrire raddoppi difensivi in un torneo dove, per forza di cose, la sua squadra era sempre stata impostata sul come render sostenibile la sua presenza così passiva senza palla, è al contempo il momento più genuino dell'abusata retorica familistica sulla Selección e la prova della sottomissione della stessa alla Spagna e alla sua impostazione di gioco.

In qualche modo contorto, una vittoria che onora, quantomeno dal punto di vista calcistico, il presunto ultimo ballo di Leo: il trionfo di quel contesto, sommariamente chiamato calcio spagnolo, nel quale è potuto germogliare un prodigio del gioco quale è stato, almeno fino a oggi, Lionel Messi.

Ribadiamo: in fondo, è quasi rassicurante che, in questo Mondiale così carico di controversie, a vincere sia stata la Spagna di Yamal e Cubarsì, la Spagna di Unai Simon e Nico Williams, la Spagna di Rodri e di De La Fuente. Una Spagna che, senza neanche volerlo davvero, torneo dopo torneo sembra ostinarsi a dire come certe cose non funzionino affatto come taluni raccontano.

  • Scribacchino di calcio maschile e femminile. Fiorentina o barbarie dal 1990. Evidenzio le complessità di un gioco molto semplice.

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