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Iran
, 16 Luglio 2026

I pendolari del pallone: l'Odissea dell'Iran ai Mondiali 2026


Per via del contesto geopolitico internazionale, il Mondiale 2026 dell'Iran è stato fortemente influenzato, come era lecito aspettarsi, da fattori esterni ed extracalcistici.

Esistono sempre, nel calcio, storie che vanno al di là del rettangolo di gioco, dei gesti tecnici, delle reti segnate o degli assist. Sono storie capaci di lasciare il segno a prescindere da ciò che dice il campo: storie di resistenza, di identità e di passione.

L’avventura, andata in archivio subito dopo la fase a gironi, della nazionale dell’Iran ai Mondiali del 2026 appartiene di diritto a questa categoria. La spedizione del Team Melli si è trasformata, fin dal giorno del raduno, in un delicatissimo equilibrismo geopolitico, dove ogni partita sul terreno di gioco ha rispecchiato le drammatiche tensioni sociali e la lotta per i diritti civili che attraversano il Paese.

Una terra, quella iraniana, che da decenni si trova a convivere e a sopravvivere in una morsa spietata tra l'oppressione della dittatura interna e le costanti minacce e presenze di conflitti esterni. Lungi da chi scrive imbastire un giudizio morale su quale sia il male minore tra l'autoritarismo e la guerra: la cruda realtà è che, in questo perenne scontro di potere, per i cittadini iraniani non sembra esserci mai alcuna sponda di vera salvezza.

Il primo ostacolo concreto, per gli uomini della nazionale, non è arrivato dai difensori avversari, ma dagli uffici della diplomazia internazionale. I calciatori iraniani hanno ottenuto i visti d'ingresso per il Nord America soltanto pochi giorni prima del fischio d'inizio del torneo. La squadra è arrivata in forte ritardo a causa di infinite lungaggini amministrative e ostruzionismi burocratici oltreoceano che hanno seriamente rischiato di compromettere la partecipazione stessa della selezione.

Tensioni che non erano destinate ad allentarsi, tutt'altro. Quando la delegazione iraniana è finalmente atterrata in Messico, ogni membro della squadra esibiva sul petto una spilla con il numero 168. Un messaggio silenzioso ma dirompente, volto a commemorare le vittime del bombardamento americano di qualche mese fa alla scuola elementare femminile di Minab. Un carico emotivo e politico enorme, portato sulle divise prima ancora di scendere in campo.

Inserito nel Gruppo G insieme a Belgio, Egitto e Nuova Zelanda – i cui match si sono disputati interamente sul suolo degli Stati Uniti – l'Iran ha dovuto fare i conti con restrizioni d'accesso rigidissime. Le autorità statunitensi hanno concesso ai giocatori il diritto di rimanere nel Paese esclusivamente a ridosso delle partite: la squadra è potuta atterrare sul suolo americano solo la sera precedente al match, per poi essere costretta, al triplice fischio, a lasciare gli States e ripiegare oltre il confine messicano, a Tijuana, sede blindata di un ritiro-rifugio. Unica parziale eccezione è stata l'ultima gara del girone, per la quale sono state concesse quarantotto ore di permanenza preventiva prima dell'incontro.

Questo continuo pendolarismo transfrontaliero, fatto di controlli doganali, voli improvvisati e ore sottratte al riposo, ha inevitabilmente logorato la tenuta fisica della squadra. Eppure, l'aspetto sportivo ha saputo, almeno in parte, ribaltare ogni logica. Sulle partite giocate in sé c'è paradossalmente poco da dire a livello tecnico, perché a parlare è il dato storico: nonostante le barriere politiche, l'assenza di riposo e la stanchezza cronica, l'Iran ha salutato il Mondiale firmando un mezzo miracolo sportivo, abbandonando la competizione da imbattuto e andando vicino a qualificarsi tra le migliori terze.

Questa la partita che, di fatto, ha condannato l'Iran all'eliminazione dai Mondiali 2026.

A rendere il cammino ancora più impervio, si erano aggiunte fin dal principio le mannaie delle epurazioni politiche interne. Il caso più clamoroso ha riguardato Sardar Azmoun. Il terzo miglior marcatore della storia della nazionale iraniana, transitato qualche stagione fa alla Roma, è stato clamorosamente escluso dai convocati per la rassegna iridata.

Azmoun era già da tempo un profilo sgradito al regime di Teheran: nel 2022, l'attaccante si era esposto pubblicamente a favore del movimento “Donna, Vita, Libertà”, nato in difesa delle donne iraniane dopo la tragica morte di Mahsa Amini, diventata simbolo della resistenza femminile a livello globale.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha offerto al regime il pretesto per l’esclusione è stato uno scatto fotografico risalente a pochi mesi prima del torneo, in cui Azmoun è stato ritratto insieme a un esponente della famiglia reale degli Emirati Arabi Uniti. Un Paese, questo, da sempre allineato diplomaticamente con gli Stati Uniti e asse strategico cruciale nello scacchiere mediorientale, specie alla luce dei recenti e delicatissimi risvolti nell'area. Quella fotografia è stata letta come un intollerabile affronto politico, costato al Team Melli il sacrificio tecnico del suo uomo più rappresentativo alla vigilia dell'appuntamento più importante.

Quando la gente continua a ripetere, come un mantra vuoto, che il calcio e lo sport in generale non debbano mischiarsi con la politica, dovrebbe fermarsi a guardare i fotogrammi di questa "Odissea". Dovrebbe guardare l'inno iraniano sistematicamente sommerso dai fischi del pubblico statunitense a ogni singola partita. O dovrebbe rileggere le grottesche dichiarazioni del Segretario alla Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, che ha ammesso pubblicamente di aver festeggiato con gioia l'eliminazione dell'Iran dal torneo.

Ma, per fortuna, lo sport sa essere anche l'esatto contrario delle bassezze istituzionali. Lo sa essere nei gesti dei tifosi messicani che, al momento della partenza della squadra da Tijuana, hanno salutato i calciatori con cori, bandiere e uno striscione che recitava: Iran, you'll never walk alone”. Un'istantanea potente che dimostra quanto la solidarietà dei molti, dal basso, possa ancora combattere e svergognare lo strapotere politico dei pochi.

L'Iran ha lasciato il Mondiale quasi in silenzio. Ha spento i riflettori su una storia che i media internazionali hanno preferito far passare sottotraccia, sopita dal baccano delle partite più blasonate. Prima di abbandonare lo spogliatoio dopo la partita col Belgio, la squadra ha voluto però affidare il proprio testamento morale a una frase lasciata scritta sulla lavagna: “Dall'antica Persia di migliaia d'anni fa all'Iran civile di oggi, lo spirito iraniano resta vivo e saldo... Che la pace, il rispetto e l'amicizia prevalgano tra tutte le Nazioni. Il segno più profondo, silenzioso e indelebile di questo Mondiale.

  • Danilo Cappella, classe 1988, tifoso del Napoli da prima di nascere.
    Calcio e scrittura le mie passioni più grandi, ma anche cinema e musica.

    Dopo Diego, ho creduto in una sola divinità, aveva la cresta e il 17 sulla schiena.

    Autore di un libro sulla passione di un tifoso partenopeo, a chi mi chiede quando mi passerà questa malattia, rispondo come farebbe Nick Hornby: "noi non supereremo mai questa fase".

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