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Argentina Inghilterra
, 15 Luglio 2026

Inghilterra contro Argentina, molto più che una partita


Inghilterra e Argentina si affronteranno per la sesta volta nella storia dei Mondiali, in una partita che trascende il rettangolo di gioco.

Mercoledì alle 21 ora italiana, ad Atlanta, andrà in scena la seconda semifinale dei Mondiali 2026, che vedrà contrapposte l’Argentina campione del Mondo in carica e l’Inghilterra di Tuchel alla ricerca della sua seconda finale Mondiale. Inghilterra-Argentina è un classico della storia della Coppa del Mondo: si sono già affrontate 5 volte con 3 vittorie inglesi e 2 della Selecciòn. Ma la loro rivalità va oltre il calcio e si intreccia con la storia e la politica dell’ultimo secolo.

Inghilterra (quando usciamo dal discorso calcio dovremmo parlare di Regno Unito) e Argentina non potrebbero essere due paesi più diversi. Agli antipodi in primis geograficamente, lo sono a livello culturale, economico e politico. Anglosassoni contro latini significa contrapposizione tra modi completamente opposti di vivere la vita: non sorprende, quindi, che fra queste due nazionali ci sia una grande rivalità, dentro e fuori dal campo.

Dalla crisi del primo Novecento alle sfide degli anni Sessanta

Agli inizi del Novecento, il Regno Unito era il partner commerciale per eccellenza della giovane Repubblica Argentina. Gli inglesi, che nella zona dell’Atlantico meridionale potevano contare su alcune colonie – fra tutte le Isole Falkland e la Georgia del Sud – erano i principali acquirenti del bene più prezioso esportato dall’Argentina: la carne, che insieme al grano costituiva la voce maxima dell’export argentino. Di contro, il Regno di Sua Maestà esportava in Sud America carbone e il necessario per costruire le ferrovie che servivano a collegare le zone più remote di un paese immenso.

Prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, l’Argentina era un paese ricchissimo proprio grazie alle sue esportazioni: attirava migranti da tutto il mondo, soprattutto italiani e spagnoli ma anche dalle zone più povere del Regno Unito come il Galles. Questo, ovviamente, contribuì all’enorme diffusione del football in Argentina, con la creazione di moltissime squadre locali, spesso legate alla tradizione inglese: Rosario Central, River Plate, Newell’s Old Boys...

Il padre del calcio argentino è considerato Alexander Watson Hutton, insegnante di Glasgow che si mise ad insegnare calcio a Buenos Aires fondando l’antenata dell’AFA, l’attuale federazione calcistica argentina.

E anche in Argentina, a inizio Novecento, si giocava a calcio come giocavano i gentleman d’Oltremanica: gran parte dei giocatori e dei dirigenti erano o funzionari inglesi che lavoravano in Argentina per questioni commerciali oppure discendenti di immigrati anglosassoni. Si giocava un calcio quasi cavalleresco, che mai assoceremmo alla garra e alle provocazioni dell’Argentina di oggi o alla Mano de Dios.

Nel 1914, però, quando il Regno Unito entrò nel primo conflitto globale, smise di commerciare con l’Argentina e di acquistare i suoi beni. Gli inglesi, con antipatico senso di superiorità, trattavano il paese latinoamericano come una colonia economica: quando tagliarono, i fondi l’Argentina si ritrovò gambe all’aria. Il paese dipendeva dalle esportazioni verso Londra, e quando queste vennero meno ci fu il primo di tanti fallimenti.

Ulteriori tensioni si verificarono dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando l’Argentina offrì rifugio, terre e soldi a molti gerarchi nazisti sfuggiti agli angloamericani. Ma la rottura si era già consumata prima, appunto quando gli Argentini si erano resi conto che il Regno Unito li aveva “usati” per acquistare beni a condizioni vantaggiose per poi abbandonarli.

Come per tante altre tensioni geopolitiche della seconda metà del Novecento, anche quella fra Inghilterra e Argentina trovò sfogo nel calcio. Il primo incontro ufficiale tra le due nazionali risale ai Mondiali 1962 in Cile: finì 3-1 per gli inglesi, che estromisero l’Albiceleste dalla competizione già nella fase a gironi.

Come gran parte delle sfide di quel Mondiale – l’Italia ne sa qualcosa – fu una battaglia, con 4 gol ma anche tantissimi falli, risse e qualche giocatore argentino che giurò vendetta nei confronti degli inglesi.

Dopo le delusioni dei Mondiali del 1950 e del 1954, l’Argentina abbandonò lo stile sudamericano condiviso fino a quel momento col Brasile fatto di fraseggio palla a terra, poca durezza nei contrasti e controllo della sfera, per virare su uno stile molto più rude e che oggi probabilmente definiremmo catenacciaro e sporco. Con l’irrigidirsi dei rapporti politici e commerciali col Regno Uniti, anche l’influenza di quest’ultimo sul calcio argentino venne scemando – e il football divenne fulbo, o el futbol che qualche telecronista ci tiene sempre a ricordare – a favore di quella di altri paesi, prima fra tutti l’Italia.

L’occasione per la rivincita sportiva arrivò nel successivo Mondiale 1966 disputatosi proprio in Inghilterra, con quest’ultima alla ricerca della prima Coppa del Mondo. Il tabellone mise le due squadre una contro l’altra ai quarti di finale e prevalse ancora una volta l’Inghilterra, grazie ad un gol di Geoff Hurst a un quarto d’ora dalla fine.

La partita, però, è passata alla storia per l’espulsione nel primo tempo dell'argentino Antonio Rattin, di origini italiane. Il capitano dell'Albiceleste fu espulso per una doppia ammonizione, ma questa fu comminata dall’arbitro tedesco Kreitlein in modo… verbale: all’epoca non esistevano i cartellini.

Rattin si rifiutò di lasciare il campo: a suo dire non era né consapevole di essere stato già ammonito, né comprendeva ciò che gli diceva l’arbitro, col quale non c’erano lingue in comune e verso il quale rivendicava il suo diritto di protestare in quanto capitano. In occasione della seconda ammonizione verbale, infatti, si vede Rattin indicare la propria fascia e chiedere di poter parlare con l’arbitro, con quest’ultimo che lo allontana dal campo, credendo erroneamente di essere stato insultato.

Lo stallo, che durò ben 9 minuti prima che Rattin lasciasse definitivamente il terreno di gioco, fu interpretato dal pubblico di Wembley come un’enorme mancanza di rispetto nei confronti della figura dell’arbitro e del tempio sacro in cui si stava disputando il quarto di finale.

A peggiorare le cose ci pensò poi lo stesso Rattin, che uscendo dal campo si pulì prima le mani sulla bandierina del corner su cui sventolava un’immagine della corona inglese (episodio ricordato poco elegantemente domenica dal profilo Instagram della Selecciòn argentina) e poi gli scarpini su un tappeto di velluto rosso riservato ai reali inglesi. I tifosi gli lanciarono addosso di tutto, mentre i tabloid del giorno dopo – anche loro, poco elegantemente – diedero dei selvaggi agli argentini, riacuendo dei pregiudizi classici del mondo anglosassone rispetto al Sud America.

Alla fine di quel torneo l’Inghilterra vinse la sua prima e sinora unica Coppa del Mondo, in Argentina quella partita fu ribattezzata el robo del siglo. Per superare la rapina del secolo ci vorrà – vent’anni dopo – il gol del secolo.

Rattin, invece, fu accolto da eroe al ritorno in patria. L’episodio della sua espulsione convinse la FIFA a sperimentare, e poi introdurre definitivamente, un sistema simile al semaforo per differenziare le sanzioni: nacquero così i cartellini. Rattin, incredibilmente, è deceduto lo scorso sabato 11 luglio a 89 anni, proprio nel giorno in cui sia l’Argentina che l’Inghilterra staccavano il pass per la semifinale.

La guerra delle Falkland e la Mano de Dios

Il clima in cui Argentina e Inghilterra approcciarono la sfida nei quarti di finale del Mondiale del 1986 in Messico fu ancora più teso. Quattro anni prima, fra i due paesi c’era stata una vera e propria guerra per il controllo delle Isole Falkland (o Islas Malvinas, per gli argentini), un gruppo di piccoli pezzi di ghiaccio nell’oceano (citazione di Ronald Reagan) colonizzate dagli inglesi nel 1833, scacciando una piccola guarnigione argentina presente sull’arcipelago.

Premesso che già chiamarle Falkland o Malvinas significa schierarsi, dal punto di vista del diritto internazionale quelle isole appartengono al Regno Unito (territorio d’oltremare), motivo per il quale da qui in avanti verrà utilizzata la denominazione in inglese, a meno che all’interno della frase la questione non sia letta solo esclusivamente dal punto di vista degli argentini.

Le isole sono abitate da alcuni coloni scozzesi ma soprattutto sono un’importante base della Royal Navy. Dopo la Seconda Guerra Mondiale – in cui gli inglesi fecero largo uso di questa base nella guerra sottomarina contro gli U-Boot tedeschi – l’Argentina riuscì a ottenere una risoluzione ONU con la quale la disputa sull’arcipelago fu classificata come questione coloniale.

Nei decenni della decolonizzazione, i vari governi argentini puntavano a ottenere un pacifico passaggio di sovranità delle isole, nell’ottica comunque del mantenimento dei buoni rapporti con l’Inghilterra. Gli inglesi, tra l’altro, dovevano necessariamente appoggiarsi sulla logistica argentina per rifornire l’arcipelago, situato a 500 km circa dal territorio continentale argentino e a migliaia di chilometri da tutto il resto del mondo abitato.

La situazione mutò radicalmente quando alla fine del 1981 ci fu un golpe all’interno della dittatura militare che – con l’appoggio degli USA – governava l’Argentina dalla fine degli anni Settanta. La giunta fascista, di Videla prima e Viola poi, si rese responsabile della soppressione della democrazia e della sparizione forzata di decine di migliaia di persone, nel periodo che coincise con la vittoria della prima Coppa del Mondo da parte dell’Argentina nel 1978.

I Mondiali del 1978 si disputarono in Argentina nonostante le proteste della comunità internazionale (mosse in gran parte dalla società civile, piuttosto che dai governi: la dittatura era appoggiata dagli Stati Uniti e da molti governi europei, Italia e Regno Unito compresi) e videro il trionfo della squadra di casa nel classico stile da regime: favori arbitrali, programmazione delle partite favorevole e finale giocata al Monumental di Buenos Aires a pochi metri dall’ESMA, famigerato centro di tortura per i presunti dissidenti politici.

La vittoria nel Mondiale casalingo – al quale l’Inghilterra non si qualificò – fu presentata come una grande vittoria dalla giunta militare, ma quasi quattro anni dopo, all’alba del 1982, le cose per i militari si stavano mettendo male. Le politiche economiche di asservimento nei confronti degli Stati Uniti e l’eliminazione fisica della meglio gioventù argentina avevano messo il paese in ginocchio, con l'inflazione alle stelle e scioperi continui nonostante la brutale repressione da parte delle forze dell’ordine.

La dittatura – guidata da un generale di origine italiana, Leopoldo Galtieri, dalla fine del 1981 – aveva bisogno di dare in pasto all’opinione pubblica un risultato di prestigio: non potendolo fare col calcio, decise di ottenerlo con la guerra. Nella notte fra l’1 e il 2 aprile 1982, l’esercito argentino diede il via all’Operazione Rosario, sbarcando forze di terra sulle Falkland.

La scommessa della giunta militare era duplice: si fece affidamento sul fatto che una rivendicazione nazionalista avrebbe compattato la popolazione mettendo in secondo piano repressione politica e povertà – in parte, questo avvenne – e soprattutto si pensò che il governo britannico non avesse né i modi né la volontà di difendere un arcipelago semi disabitato dall’altra parte del mondo.

La strategia argentina crollò, però, su quest’ultima premessa. Anche il governo britannico, guidato dalla conservatrice Margaret Thatcher, viveva un periodo di bassa popolarità: la Lady di Ferro non poteva permettersi di perdere una guerra senza sparare un colpo, soprattutto in vista delle imminenti elezioni.

Così, passato lo sbandamento iniziale, il Regno Unito respinse l’invasione argentina dell’arcipelago. Lo poté fare grazie soprattutto al supporto logistico degli Stati Uniti. Fra inimicarsi la dittatura argentina che loro stessi avevano instaurato e inimicarsi il rapporto col principale alleato – a inizio anni Ottanta avrebbe significato perdere il cavallo di troia per l’espansione del neoliberismo in Unione Europea – gli USA scelsero la prima e aiutarono il Regno Unito, che nel giro di due mesi riconquistò le isole.

La sconfitta ebbe conseguenze gravissime per la dittatura militare argentina, che collassò nel giro di un anno. La disfatta delle Falkland, quindi, contribuì al ripristino della democrazia in Argentina, ma resta una ferita aperta per il paese tant’è che, indipendentemente dalle proprie idee politiche, ogni cittadino argentino è convinto della bontà delle rivendicazioni territoriali sull’arcipelago.

In ogni cittadina argentina, anche in minuscoli pueblos di poche decine di abitanti, c’è un monumento dedicato agli Eroi delle Malvinas, i 649 soldati morti nei due mesi e mezzo di guerra. Canzoni popolari, comprese quelle che oggi accompagnano le partite della Selecciòn, fanno riferimento alle Malvinas e quella breve guerra col Regno Uniti è uno dei motivi per i quali se si visita l’Argentina è meglio imparare qualche parolina di spagnolo piuttosto che parlare in inglese.

Nel Regno Unito, invece, la vittoria della guerra contribuì alla solidità politica e alla rielezione di Thatcher, le cui riforme negli anni Ottanta hanno contribuito allo smantellamento dello stato sociale e dei diritti dei lavoratori, facendo da apripista per il peggioramento delle condizioni economiche della classe media di tutta l’Europa Occidentale negli ultimi 35 anni.

Senza voler entrare troppo nei dettagli del conflitto, salta però all’occhio come – al di là del giudizio sulla legittimità o meno delle rivendicazioni argentine – ad averci guadagnato sembrano essere stati di più i cittadini del paese che la guerra l’ha persa.

E il calcio, in tutto questo?

Poco prima dell’inizio delle ostilità, i due paesi si affrontarono in un’amichevole a Wembley, teatro del fattaccio del 1966. In quell’occasione, un 19enne Diego Armando Maradona stava per fare un gol incredibile: dopo aver dribblato praticamente mezza Inghilterra si trovò a tu per tu col portiere inglese Clemence, ma anziché scartarlo cercò di anticipare la conclusione che finì fuori di un soffio.

Sei anni dopo, Maradona è passato prima al Barcelona e poi al Napoli; Diego è il capitano e leader tecnico dell’Argentina che il 22 giugno 1986 sfida l’Inghilterra allo Stadio Azteca per i quarti di finale del Mondiale. Il clima è, ovviamente, molto teso per quello che è successo quattro anni prima. Stavolta non è solo calcio, lo sanno gli inglesi e soprattutto lo sanno gli argentini. Lo sa bene Maradona, personaggio talmente amato in patria che nemmeno sotto una dittatura fascista tentò mai di nascondere le sue simpatie di sinistra. E proprio perché la vicenda delle Malvinas coinvolge tutti gli argentini, indipendentemente dalle loro idee, anche Diego sente quella guerra come un’ingiustizia.

José Luis Brown, che insieme a Maradona vinse quel Mondiale, ha ricordato come prima dell’inizio della partita Diego gridò ai compagni: “Andiamo eh, che questi figli di puttana hanno ammazzato i nostri ragazzi, i nostri vicini di casa”.

L’Inghilterra è il padrone ricco, il rapace che ha colonizzato terre altrui. E Maradona quel giorno è colui che può parzialmente fare giustizia con la cosa che sa fare meglio: giocare a calcio. Nella doppietta con cui Maradona stende gli inglesi quel giorno c’è tutto il calcio e c’è tutto Maradona. C’è un gol che per importanza e difficoltà è il più bello della storia di questo sport, con Maradona che parte dalla sua metà campo, salta sei giocatori, si ricorda di quanto successo nel 1980 e allora decide di smarcare anche il portiere e depositare in rete il raddoppio.

Già, il raddoppio. Perché quattro minuti prima Maradona aveva già punito l’Inghilterra… di mano. La partita che consacrerà Maradona nella storia del calcio e nel cuore di tutti gli argentini è la partita in cui la Selecciòn è andata in vantaggio con un gol di mano. Su un pallone sporco che arrivava da dietro, Maradona è saltato e ha anticipato i guantoni di Shilton col suo pugno, senza che l’arbitro se ne accorgesse.

Se n’è accorto Shilton, che protesta, ma anche gli altri nazionali inglesi non sembrano aver ben capito cos’è successo. È chiaramente una scorrettezza, una macchia su una partita che altrimenti chissà come sarebbe finita, ma quel giorno Maradona non è solamente un calciatore. Maradona era il simbolo del riscatto dell’Argentina – ma non solo, di tutto il Sud del Mondo – contro quell’Inghilterra che l’aveva affamata ad inizio secolo, colonizzata, e poi sconfitta in guerra.

E poco importava che la guerra avesse accelerato la caduta della dittatura, del fatto che quest’ultima fosse lontanissima dalle idee di Maradona e da cosa esso simboleggiava. Lui quel giorno rappresentava tutta l’Argentina, ne rappresentava l’anima che in quel gol scorretto metteva la voglia di riscattarsi ad ogni costo da ciò che ritenevano essere un’ingiustizia. E nel gol di quattro minuti dopo rappresentava la genialità di un popolo che col pallone tra i piedi fa quello che vuole.

Quattro minuti, fra la rivincita sul robo del siglo di vent’anni prima e il gol del siglo. Quattro minuti, fra una scorrettezza geniale e un gol talmente efferato da suonare quasi scorretto nei confronti di avversari che – semplicemente – non hanno idea di cosa fare per fermarti.

Gary Lineker, fino a Harry Kane tra i due migliori centravanti inglesi di tutti i tempi, accorciò le distanze a dieci minuti dalla fine ma qual gol non lo ricorda nessuno. Quasi un incidente della Storia, quella Storia con la S maiuscola che Maradona scrisse in modo indelebile in quel torrido pomeriggio di quarant’anni fa.

E che fu solo il preludio ad un’altra doppietta, stavolta in semifinale contro il Belgio, e al secondo titolo Mondiale dell’Argentina. Il Mondiale del 1986 è probabilmente il Mondiale che più di tutti porta la firma di un uomo solo al comando, e poteva solo essere la firma di un uomo che quel giorno si tolse i panni dell’umano e divenne D10S, pur mantenendo anche la fallibilità e gli errori dell’uomo.

Ten heroic Lions, one stupid boy: la rivalità ai giorni nostri

Le due squadre dovettero poi aspettare 12 anni per ritrovarsi l’una contro l’altra in una partita ufficiale: Saint-Etienne, ottavi di finale dei Mondiali del 1998, prima Coppa del Mondo dell’Argentina senza Maradona dopo vent’anni.

Una partita bellissima, ricca di colpi di scena e ribaltoni. L’Argentina andò subito avanti con un rigore di Batistuta, venendo prontamente raggiunta dagli inglesi con un altro rigore, stavolta segnato da Shearer. Il 18enne Micheal Owen portò i Tre Leoni in vantaggio con un gol meraviglioso prima del pareggio di Zanetti nel recupero del primo tempo.

A inizio secondo tempo, poi, l’episodio in cui saltò fuori tutta la tensione che come al solito si era accumulata fra queste due squadre. Simeone entra durissimo su Beckham a centrocampo, e il centrocampista del Manchester United reagisce scalciando il mediano argentino. Cartellino rosso e Inghilterra in dieci dal sessantesimo.

Gli inglesi resistettero fino ai rigori ma i tiri dal dischetto – che mai hanno sorriso all’Inghilterra e quasi sempre hanno sorriso all’Argentina – li punirono ancora una volta con gli errori di Ince e Batty. La vendetta per la Mano de Dios venne rimandata.

Il giorno dopo la sconfitta, i giornali britannici attaccarono ferocemente il modo di giocare provocatorio e antisportivo degli argentini, demolendo al tempo stesso Beckham, lo stupido ragazzino che con la sua reazione aveva messo in difficoltà gli altri, i dieci leoni.

Inghilterra e Argentina, poi, si incrociarono anche nel Mondiale successivo del 2002. La partita, stavolta disputata nella fase a gironi, finì 1-0 per gli inglesi con un gol su rigore proprio di Beckham, che in parte si fece perdonare l’errore di quattro anni prima. Grazie a quella vittoria gli inglesi passarono il turno proprio a scapito dell’Argentina che fu clamorosamente eliminata ai gironi.

Tre anni dopo, a Ginevra andò in scena quella che fino a mercoledì sarà l’ultima partita fra queste due squadre. Si trattò di un’amichevole, che menzioniamo solo per una curiosità. Pochi mesi prima Leo Messi, appena diciottenne, era entrato nel giro della nazionale maggiore debuttando contro l’Ungheria, ma in quella occasione era squalificato: dopo appena 47 secondi dal suo esordio fu espulso.

Inghilterra-Argentina ai Mondiali, atto VI

Incredibilmente, Messi non ha ancora mai giocato contro l’Inghilterra. Il suo debutto contro gli inglesi avverrà in occasione di questa semifinale a 39 anni. Il Mondiale di Leo fin qui è stato sontuoso: 8 gol e 3 assist in 6 partite e la testa della classifica dei marcatori condivisa, per il secondo Mondiale di fila, con Mbappé.

Dopo l’inaspettato – mai come quella volta Messi era arrivato ai Mondiali a fari spenti – trionfo del 2022, non ero fra quelli che immaginava un Messi ancora così decisivo, figuriamoci con quattro anni in più sul groppone. Eppure, come in una magia inesauribile, Leo continua a trascinare l’Albiceleste contro ostacoli sulla carta agevoli ma in campo tostissimi, come hanno dimostrato le tre partite ad eliminazione diretta fin qui disputate dall’Argentina, vinte tutte con grande fatica.

La Selecciòn, infatti, ha battuto solo ai supplementari la cenerentola Capo Verde, l'Egitto rimontando da 0-2, la Svizzera in dieci, mostrando una certa dipendenza dalle giocate del suo capitano. Dall’altro lato, però, l’Argentina sembra una squadra davvero molto coesa e compatta, in cui agli altri dieci in campo non sembra davvero dispiacere di dover portare l’acqua al giocatore che quattro anni fa li ha trascinati sul tetto del Mondo.

Lato Inghilterra, invece, anche i Tre Leoni hanno avuto bisogno dei supplementari per battere la Norvegia ai quarti. Kane e compagni, nonostante anche loro abbiano evidenziato più di una difficoltà a livello di gioco nelle tre sfide ad eliminazione diretta, hanno raggiunto la quarta semifinale ai Mondiali della loro storia, la seconda nelle ultime tre edizioni.

Dopo anni di magra nonostante campionissimi come Gerrard, Ferdinand, Lampard o Rooney, l’Inghilterra dell’era Kane ha sensibilmente migliorato i propri risultati. A questo Mondiale, poi, con l’avvicendamento in panchina tra Southgate e Tuchel, i Tre Leoni sono arrivati con delle scelte forti dell’allenatore, che ha lasciato a casa alcuni campionissimi nel tentativo di aver un gruppo più compatto.

Per ora le scelte di Tuchel sembrano pagare, al netto delle difficoltà evidenziate anche contro la R.D. del Congo e il Messico. D'altro canto, può essere però interpretato positivamente il fatto che l’Inghilterra sia comunque uscita indenne da molte situazioni pericolose che fino a una decina di anni fa le sarebbero costate l’eliminazione.

Se per l’Argentina la chiave sarà quella di riuscire a servire Messi nelle migliori condizioni possibili, per la squadra di Tuchel l’obiettivo sarà quello di sfruttare i buchi e le disattenzioni della difesa argentina, magari infilandosi in mezzo con quel Jude Bellingham che contro la Norvegia è diventato il primo giocatore dopo quarant’anni a segnare due doppiette di fila nella fase ad eliminazione diretta dei Mondiali. L’ultimo a riuscirci era stato proprio Maradona a Messico 1986.

Nonostante le sagge parole di Scaloni subito dopo la vittoria ai supplementari contro la Svizzera, il dibattito sulla sovranità delle Isole Falkland è entrato anche nella vigilia di questa sfida, e non potrebbe essere altrimenti. Ogni Mondiale della Selecciòn è accompagnato da un coro virale, e sia “Muchachos”, la canzone dei Mondiali 2022, che “La Cuarta Estrella”, il coro che accompagna l’Albiceleste in questo Mondiale americano, fanno riferimento alle Islas Malvinas e ai loro eroi, i soldati caduti nel 1982 nel tentativo di riconquistarle.

Che in campo sia, come ha detto Scaloni, solo una partita di calcio, senza risse, polemiche arbitrali e tutto il corredo che ha accompagnato le sfide precedenti fra queste due nazionali, è l’auspicio di tutti. Ma resta il fatto che questa partita è molto di più di una sfida di calcio. Le proteste di Rattin nel 1966, infatti, sono l’esempio perfetto dell’incomunicabilità fra inglesi e argentini, fra il mondo latino e quel paese che è l’emblema della cultura anglosassone.

Quest’altra semifinale (con un’altra curiosità: per la prima volta sono arrivate in fondo le 4 nazionali ai primi 4 posti del ranking FIFA) ci ricorda la magia e il senso dei Mondiali, una competizione che va ben oltre il calcio.

  • Valerio Fontana è nato nel 1998 a Roma, divoratore di partite di Calcio e di Tennis, fa lo stesso con i relativi articoli.

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