
Il Mondiale visto da Valencia: Spagna-Portogallo
La Spagna fa piangere Cristiano Ronaldo, eppure a Valencia non è la cosa più emozionante di questa partita.
Mi trovo in un pub di Valencia e l'odore dei tempi supplementari dopo questi novanta minuti fra Spagna e Portogallo è sentito da tutte le persone al suo interno. Qualcuno sembra perfino rassegnato a questo scenario, quasi non ci si poteva aspettare che fosse Mikel Merino, il centravanti atipico individuato da Mikel Arteta nel suo Arsenal, a voler decidere di cambiare la storia dell'ottavo di finale più combattuto e prestigioso di questi Mondiali 2026.
In un attimo, la Spagna e gli spagnoli volano ai quarti di finale: dire queste parole riempiono il cuore di chi vive in Spagna da anni, come è il caso di chi vi racconta di questo Spagna-Portogallo. Tutti i presenti si uniscono in solo grido, dai cittadini iberici fino ai cosiddetti guiris, il modo quasi dispregiativo per riferirsi a chi, come, in Spagna è uno straniero.
Come da pronostico, Spagna-Portogallo è stata una partita tesissima, Un’ora prima della partita, l’atmosfera era già bella pesante e densa di emozioni. Per messaggio, il mio amico Gonzalo confessa che gli fa male lo stomaco: non ne può più di questa attesa. Il mio amico João, di Porto, sembra disilluso: non si aspetta niente da questo Portogallo e la colpa è del suo CT Roberto Martinez, ma realisticamente anche a causa del livello più alto della Spagna. Sono le due facce di questa sfida mondiale che, senza molti dubbi, passa già a essere tra le partite più emozionanti della competizione.
Per oltre 90 minuti Spagna e Portogallo si sono rincorse, tentando di farsi male soprattutto di proteggersi. Nessuna delle due selezioni si è presa particolari rischi, ci sono state poche azioni da gol veramente memorabili. La traversa di Nuno Mendes è un esempio chiaro: il boato di sorpresa misto alla paura del pub si cristallizza nella mia memoria all’istante. C’è mancato veramente poco, eppure sarebbe stato incredibile.
La partita degli uomini di Roberto Martinez per molti aspetti è stata sottotono, indirizzata da una volontà di subire il meno possibile e, se il caso offrisse l'opportunità, colpire a tradimento la Spagna. Già l’undici iniziale lasciava delle perplessità, anche il mio amico João è d’accordo: perché lasciare fuori Leão dopo l’ottima prestazione ai sedicesimi contro la Croazia, specialmente per dare spazio a João Felix?
La Spagna, dal canto suo, non ha lasciato grossi margini alle novità. È un po' il ritratto del suo allenatore, Luis De La Fuente, un uomo che appartiene molto più vecchia scuola di quanto il suo calcio dica sul campo. Fedelissimo ai suoi – chissà che tra 4 anni, eventualmente, non sia qualcosa che possa ritorcersi contro. Cucurella non manca mai, stabile sulla fascia sinistra, così come Oyarzabal.
E poi c'è ovviamente Lamine Yamal, al debutto assoluto al Mondiale ma allo stesso tempo così carico di responsabilità e aspettative. A volte sembra che la Spagna sia solo sua e poi di tutti gli altri. A vederli giocare, a vedere chi poi fa gol, tuttavia, si vede benissimo che è sia un pensiero molto più lontano dalla realtà di quanto sembri.
Anche perché la sua prestazione contro il Portogallo non è stata memorabile. Il numero diciannove della Roja è stato ben limitato da Nuno Mendes, in questo momento il miglior terzino sinistro del mondo. Un altro battesimo per uno che, in ogni caso, riesce sempre a risultare fra i più pericolosi dei suoi.
Il debutto di Yamal con la Spagna ricorda per certi versi il debutto di vent'anni fa di qualcuno del Portogallo: Cristiano Ronaldo, oggi, non è più quella cosa lì che eravamo abituati (così bene) a vedere per questi decenni. Non è banale dire una cosa del genere considerando la caratura del personaggio. Pare si ritirerà dal calcio per Nazionali dopo questa partita – mi permetto di essere scettico –, e non credo ci sia molto da aggiungere.
Possiamo parlare di record e di trofei, possiamo parlare di lui come del miglior calciatore della storia del Portogallo e di questo sport. Ciò non toglie che i suoi ultimi anni con la maglia dei lusitani – ma anche di club – siano stati deprimenti a dir poco, un ultimo giro d'onore a riflettori spenti. Sempre solo, sempre alla ricerca di qualcosa che porti il mondo a parlare di lui. Resistere all'inesorabilità del tempo è più facile quando al posto della Spagna c’è San Marino, o magari l'Uzbekistan: ieri sera dovrebbe averlo capito definitivamente anche lui.

Ma c'è qualcosa di più di questo intreccio intergenerazionale che ci ha trasmesso la sfida fra Spagna e Portogallo: gli occhi della gente durante questa partita mi hanno trasmesso al contempo senso di appartenenza quanto un grande vuoto interiore. Come posso io perdonare alla mia Nazionale quello che è stato fatto negli ultimi dodici anni? Persino la vittoria dell'Europeo del 2021 quasi impallidisce di fronte al disastro degli azzurri e del calcio italiano. Tre edizioni dei Mondiali viste dal divano, e questo è già il secondo in cui il divano è nel salotto della mia casa a Valencia.
Fortunatamente, qui mi sento come a casa. E allora l’ansia, la gioia, le preoccupazioni, le speranze, tutto viene condiviso coi nostri cugini iberici. La Roja aveva iniziato questo Mondiale destando diversi dubbi, apparendo spossata e perfino incapace di bucare l’irreprensibile Capo Verde – abbiamo capito in seguito, però, che in realtà non era affare per tutti.
Oggi, vedendoli giocare, sembra tornata la squadra sicura e in fiducia dell’ultimo Europeo, riportando quindi credito a chi li vedeva favoriti all’alba del torneo. È chiaro a questo punto che, a parte una o due outsider, questo Mondiale è roba di Francia, Spagna e Argentina.
Adesso, chi nel pub era preoccupato, mani nei capelli, sbuffi continui, può tranquillizzarsi. L’odore dei supplementari e lo spauracchio dei rigori sono svaniti definitivamente, specialmente dopo l'ultimo errore di Bernardo Silva a pochi metri dalla porta spagnola. Ai quarti ci sarà una sfida teoricamente più morbida, contro il Belgio di De Ketelaere, capace di volgere a suo favore il Dio del calcio contro la patria benedetta da Dio e dal suo presidente Donald J. Trump.
È un lunedì sera e domani è un giorno lavorativo, eppure la gente sembra essersi ricordata che il senso della vita è proprio vivere queste emozioni. C’è addirittura qualche temerario che è uscito a strombazzare in macchina. È una gioia vera, che va al di là degli olé olé olé al pub, della felicità strillata, perché il sentore è che di notti così ce ne possano essere ancora da qui a metà luglio.
Viene da guardarli con genuina meraviglia, non mi ricordo quasi più come ci si sente di fronte a queste gioie sportive vissute con la propria Nazionale, e non da un guiri adottivo. Sono felice per i miei amici e i miei colleghi spagnoli a lavoro, per tutti i miei concittadini valenciani. La Spagna sta facendo un grande Mondiale, e il sogno della seconda stella continua ancora un po’.
Da ormai due mesi non c’è giornata che in strada io non veda almeno una persona con addosso la divisa rossa de la Roja o con la bellissima maglia da trasferta bianca della nazionale spagnola. Il senso di appartenenza di questo paese è disarmante, il sentimento è fortissimo. Posso garantire che la Spagna sia, per gran parte, un Paese che ancora resiste alle interferenze della globalizzazione, rimanendo attaccatissimo alle sue radici.
Non usano quasi nessun anglicismo, sono molto protettivi verso molte delle loro tradizioni, ripudiano chi non fa lo stesso. Queste partite non fanno altro che rafforzare questo grande senso di unità. Per questo ho la sensazione che molto presto rivivrò le stesse emozioni di stasera, ancora più forti: la Roja non è solo talento, conta anche il cuore, la determinazione e l’audacia. E oggi, una volta ancora, la fortuna ha aiutato gli audaci.
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