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Mondiale Trump
, 7 Luglio 2026

Il Mondiale più spudorato di sempre


Breve sintesi di come Trump abbia politicamente invaso il Mondiale. Rivendicandoselo, nella piena normalità.

L'ultimo caso del Mondiale 2026, la discussa (e discutibilissima) revoca della squalifica dello statunitense Balogun, espulso durante la sfida dei sedicesimi di finale tra Bosnia e USA e tornato, per decisione pressoché senza precedenti del comitato disciplinare FIFA, a disposizione per la gara degli ottavi contro il Belgio (poi vincitore per 4-1, ndr), più che di "misura colma" dovrebbe far parlare di "ormai vale tutto".

Il caso Balogun – ampiamente ricostruito dalla stessa stampa statunitense, e il cui iter è stato ben riassunto da Valerio Moggia su Ultimo Uomo – è infatti l'ultimo, almeno in ordine di tempo, spostamento dell'asticella di ciò che è ammissibile nell'ambito della massima competizione calcistica.

Quasi inutile andare a ripercorrere tutta la sequenza di situazioni dove uno dei paesi organizzatori ha, in varie forme, "invaso" il campo: dall'epopea a cui è stata costretta la nazionale iraniana, selezione di un paese de facto sotto attacco militare statunitense alla vigilia del torneo, alle psicosi degli uffici immigrazione americani che hanno impedito a tesserati FIFA di entrare nel paese (in questo imitati almeno in parte dai colleghi canadesi), a una strategia politico-comunicativa talmente smaccata e protagonista da far impallidire persino le grandi manovre nel calcio delle monarchie arabe, e far ripensare con un sorriso agli impacci di approccio del pubblico e dell'organizzazione americana per USA 94'.

In fondo, c'era un che di candore in quel Mondiale, rivedendolo con gli occhi di oggi. Prezzi dei biglietti compresi.

A ben vedere, è ingenuo stupirsi. Sia per quelli che sono gli "standard" della politica trumpiana, sia perché è ovvio e universalmente noto come i Mondiali siano diventati sempre più un colossale affare non solo economico, ma di politica di potenza. Basterebbe pensare a chi siano stati i due precedenti paesi organizzatori (nota a margine: fa sorridere, messa in confronto con l'attuale, pensare a quale fosse il racconto e l'immagine che la Russia nel 2018 volesse dare di sé stessa).

Basterebbe usare un po' di memoria storica e andare a rivedere quel Mondiale di Cile '62 citato in questi giorni come "precedente" per la revoca della squalifica di Balogun (lì accadde a Garrincha, espulso in semifinale proprio contro il Cile e ammesso alla finale): un torneo passato agli annali e universalmente ricordato come scandaloso, contraddistinto da pesantissime influenze politiche e dalla pressoché totale impunità in campo della squadra padrona di casa. Ci vuole una discreta sospensione dell'incredulità per definire "precedente" un fatto controverso risalente a sessant'anni fa, preso da un contesto altrettanto controverso e nel quale quelle dinamiche – oggi financo rivendicate – fecero uno scalpore enorme.

Ma, alla fine, lo stile considerato "fuori dagli schemi" del presidente Trump sguazza in questo continuo contesto da cinema, e trova la sua naturale esplicazione in tale modus operandi. Il messaggio sottinteso che deve passare è in qualche distorta maniera di rottura: delle prassi, delle procedure, delle tradizioni consolidate, del racconto stesso del torneo mondiale, declinato in maniera quasi smaccata non come grande kermesse di incontro e pacifica competizione tra i popoli (tema che in superficie la stessa FIFA ha sempre accolto e sfruttato), ma come orgoglio e potenza americana. Come non pensare al tema delle celebrazioni del 4 luglio che hanno dominato la scena delle gare di quella giornata.

Il Philadelphia Stadium durante il prologo della gara dei sedicesimi Paraguay-Francia

È l'impressione che conta; e dall'impressione si costruisce la narrazione, e dalla narrazione si costruisce l'immagine con cui manifestarsi, indipendentemente da quanto sia fattuale. Nulla di nuovo, nulla che in questi tempi non sia già stato ampiamente giocato e sfruttato. Forse, a lasciare sgomenti, è solo la dimensione del tutto. Vedere la costante auto-umiliazione di Infantino, volutamente ridottosi a recitare la parte del cortigiano, fa quasi tristezza vista la potenza (economica e politica) della FIFA, in genere mostratasi gelosa fino al parossismo dei propri spazi di competenza e, come tutti i grandi organismi di governo dello sport, soprattutto della propria totale sovranità rispetto a ogni influenza politico-nazionale.

Il caso Balogun ci ha mostrato il capo del calcio mondiale costretto a smentire le pressioni dell'amministrazione USA – senza mai nominarla – mentre il presidente americano se le rivendicava via social: il dubbio iter procedurale, il discredito mediatico nel frattempo orchestrato sull'arbitro di USA-Bosnia, la ratio stessa dell'applicazione così disinibita dell'art. 27 del codice disciplinare FIFA (già sdoganata con la sospensione della squalifica di Cristiano Ronaldo, ma non fino al punto di applicarla durante lo svolgimento del torneo), tutto sembra perfino insignificante di fronte al modo sfacciato con cui Trump dice di aver telefonato a Infantino per chiarimenti.

Il paradosso di questa situazione è che un paese, gli USA, d'improvviso si ritrova a discutere del concetto di cartellino rosso, e di come sia un grande concetto sportivo sfidare l'avversario al suo meglio, e di come in fondo si sia corretta un'ingiustizia. E qui forse uno capisce che la partita è persa, che la questione è chiusa.

Il tema non sono più le pressioni politiche – il cui limite di tolleranza al pubblico è stato intanto, di nuovo, "spostato un po' più in là" – ma bensì l'ennesima manifestazione di eccezionalismo americano, dove con salto logico inconcepibile eppure perfettamente coerente Trump passa per patriota. Bipensiero puro, che alla fine in questi tempi, dentro e fuori dagli USA, vediamo e subiamo continuamente e per questioni ber più tragiche di Stati Uniti-Belgio.

Oggi, statene certi, dopo la sentenza del campo, giudice in genere spietato nella sua aleatorietà e nonostante questo (quasi) unica voce insindacabile e incontestabile, si parlerà del Belgio come squadra di calcio più forte di sempre.

  • Scribacchino di calcio maschile e femminile. Fiorentina o barbarie dal 1990. Evidenzio le complessità di un gioco molto semplice.

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