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italia '90
, 7 Luglio 2026

Attacco nero a Italia '90


Ai tempi delle Notti Magiche, c'è stato chi ha provato a gettare ombre sugli azzurri rievocando l'Italia del Ventennio.

Oltre a vederci per la terza volta consecutiva lontani dal campo dalla Coppa del Mondo appena iniziata, quest’estate 2026 vede il ritorno, potenziato dalle magnifiche e progressive capacità dell’AI, di contenuti che sui social mitizzano e idolatrano, col sempre efficace strumento della nostalgia, le Notti Magiche d’Italia '90, che ci videro non solo protagonisti sul campo ma pure paese organizzatore.

La tendenza è tuttavia più antica di qualche anno del recente ritorno in voga degli anni Novanta come età dell’oro: è già da un po’ che quel Mondiale, che per tutti noi italiani si rispecchia negli occhioni sgranati di Totò Schillaci e nel codino svolazzante qua e là di un giovane Roberto Baggio che aggira come birilli i poveri cecoslovacchi, è stato sempre più celebrato da una serie di volumi, dei più vari. Storie, resoconti, ricordi, memoriali, persino una gradevole graphic novel di Enrico Brizzi e Denis Medri che, scegliendo il torneo come sfondo delle vicende del protagonista, riesce a ridare un po’ l’atmosfera di quelle notti magiche.

Possiamo però sfruttare la distanza storica ormai significativa di questi sette lustri per compiere un’operazione inversa, quella cioè di andare a rileggere, con la coscienza d’oggi, i libri usciti quell’estate: scommettiamo che, guardati con la nostra prospettiva, diverrebbero anche più interessanti di quando uscirono? È questo il caso di I Mondiali in camicia nera, libro pubblicato nel giugno 1990, quindi alla vigilia e in occasione della Coppa del Mondo, dalla casa editrice romana Ardini: in apparenza, un volume storico, dedicato ai Mondiali d’Italia 1934, quelli vinti dagli azzurri in casa, col sostegno - non solo organizzativo... - del regime.

Un autore

Prima di sfogliare la pagine, però, è necessario dire qualcosa sull’autore, il giornalista Loris Lolli, nato nel 1922 a Forlì - e nel frattempo deceduto, nel 2016. Nel 1990 un 68enne, quindi, il quale però in gioventù era stato campione sportivo universitario con la maglia del Gruppo Universitario Fascista (GUF) di Roma.

Dopo aver partecipato da volontario alla Seconda Guerra Mondiale, Lolli si dedicò al giornalismo sportivo, introdotto in questo ambiente dal grande Bruno Roghi, che gli permise, a partire dal 1948, di lavorare nella redazione romana del Corriere dello Sport: divenne, nel corso degli anni, esperto soprattutto di pallavolo, atletica leggera e golf. Dopo la pensione, si mise a disposizione del Centro Nazionale Sportivo Fiamma (l’ente di propaganda sportiva legato al Movimento Sociale Italiano) come addetto stampa, incarico che negli anni precedenti aveva svolto per molte federazioni sportive nazionali, come la FIPAV.

Mentre il necrologio dedicatogli nel 2016 da quest’ultima federazione non cita la sua appartenenza politica, nel libro del 1990 Lolli la rivendica esplicitamente e con orgoglio, spiegando di averla ereditata dal padre. Parlando della propria giovinezza, ad esempio, l’autore ricorda i compagni del GUF romano coi quali vinse il campionato italiano universitario a squadre di corsa campestre: Raffaele Misiti (dopo il 1945 socialista e dirigente delle Ferrovie di Stato), Michele Baldi (poi democristiano) e soprattutto, Giorgio Marincola:

«Era olivastro di pelle, come si conveniva ad un figlio di italiano e di madre somala. Medaglia d’oro al Valore Militare con l’esercito del sud, riposa nel cimitero del Verano a  Roma, a due passi dalla tomba di un combattente della Repubblica Sociale Italiana: mio padre, il quale con i “Soldati dell’Onore” ha visto cadere un altro giovane eroe, proposto per la medaglia d’oro al Valore Militare alla memoria: mio fratello!» (p. 180).

Capiamo allora, il milieu nel quale deve essere nata, nel 2001, l’idea di far ristampare I Mondiali in camicia nera, per i tipi de L’Ultima Crociata, casa editrice dell’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI.

Nel tentativo di appaiar i morti delle due parti avversarie, Lolli “dimentica” però di ricordare da chi venne ucciso Marincola, partigiano azionista che nel 1944 aveva deciso di arruolarsi non nell’esercito regio, bensì nello Special Operations Executive britannico. Imprigionato nel gennaio 1945 dalle SS nel carcere di Biella, venne trasferito prima a Torino, poi a Bolzano. Liberato il 30 aprile dai tedeschi, Marincola raggiunse la Val di Fiemme, per dare una mano ai partigiani locali che temevano rappresaglie da parte dei reparti nazisti in fuga: questi lo uccisero ad un posto di blocco, il 4 maggio 1945.

La sua storia è diventata di pubblico dominio una dozzina di anni fa, grazie alla pubblicazione del romanzo di Wu Ming 2 e Anta Mohamed Timira. Romanzo meticcio, incentrato sulla storia di Isabella Marincola, cioè la sorella di Giorgio.

Lolli, al contrario, ricorda molto bene, nelle pagine finali del proprio volume, alcuni «sportivi del Ventennio uccisi dai partigiani», come Bruno Grisoni e il pugile modenese Tassi (p. 180), non mancando d’altra parte di citare, in occasione della dedica ad una non meglio specificata Giuliana, i «Campioni della sua Istria - solo temporaneamente perduta», concludendo infine con un accenno a «tutti gli Atleti Caduti nel nome e per l’onore d’Italia» (p. 5).

Loris Lolli a Capri nel 1959, assieme alla coniuge Giuliana.

Contro l'amnesia storica interessata

Data questa carta d’identità politica dell’autore, non ci stupiamo troppo se incontriamo, disseminati per I Mondiali in camicia nera, vari elogi di quanto il governo di Mussolini seppe fare per lo sport italiano, nonostante il deliberato tentativo, dopo il 1945, di dimenticare la genesi di tali opere, a partire dagli impianti sportivi: «uno degli stadi di “Italia 90” è il “Renato Dall’Ara” di Bologna. Va da sé che questo impianto è stato realizzato ... “allora”. Nel periodo che non si può nominare; pena immediata, l’accusa di [essere] “nostalgici”» (p. 39).

Quando lo stadio venne costruito, nel 1927, «Bologna (Decima Legio Fidelis) lo battezzò, come si è detto, “Littoriale”. Gli epuratori, che il nome hanno mutato» (nel dopoguerra in Stadio Comunale, nel 1984 in Stadio Dall’Ara), «non hanno potuto, non possono e non potranno mai a questo impianto negare un particolare distintivo. Quello di essere stato il primo, in ordine cronologico, degli stadi voluti ed attuati dal fascismo» (p. 41).

Lolli ovviamente ce l’ha a morte con gli «epuratori», dei quali soprattutto non sopporta l’ipocrisia, come si capisce dal modo in cui racconta la liquidazione del CONI, ordinata nel 1944 dal Governo Bonomi:

«Il CONI va liquidato e basta! Lo decide il Governo, targato “Comitato di Liberazione Nazionale”, in data 21 novembre 1944. Il 28 giugno dello stesso anno viene nominato Commissario liquidatore prima un ... ex fascista compromesso con il Regime» (cioè Puccio Pucci), «poi un oscuro socialista. Si chiama Giulio Onesti, ma, evidentemente perché furbo di tre cotte, Onesti si rende conto di quale ente lo abbiano reso padrone, e non liquida un bel  nulla. Addirittura, il 27 luglio 1946, le Federazioni Sportive Nazionali lo eleggono Presidente del CONI» (pp. 39-40).

Lolli, in realtà, non ha un giudizio totalmente negativo dell’operato di Giulio Onesti, per più di un trentennio padre-padrone del Comitato Olimpico: egli, al contrario, loda l’allora avvocato socialista, perché in quel 1944 non seguì l’ordine di liquidazione dato da Pietro Nenni. Il motivo è presto detto: Onesti, «a dispetto di Nenni e degli altri similari progettisti del dissesto sportivo italiano, comprese che anche in democrazia la gioventù e lo sport vanno difesi ed esaltati» (p. 23). Un dirigente democratico, insomma, che andò avanti a forgiare la gioventù attraverso lo sport, come si era ampiamente fatto durante il Ventennio.

Giulio Onesti è stato presidente del CONI dal 1944 al 1978.

Contro l'affarismo contemporaneo

Fino a qua, niente di particolarmente nuovo, vista la ricca tradizione di memorialistica di ascendenza “nera” che nel corso degli ultimi decenni ha conosciuto una crescente fortuna editoriale. Ciò che tuttavia rende I Mondiali in camicia nera interessanti a livello storiografico è il fatto che Lolli lodi l’esperienza sportiva del Ventennio fascista contrapponendola a quella contemporanea, e più nello specifico proprio agli imminenti Mondiali d’Italia 1990, per lui - ma anche per l’editore - espressione di un affarismo tipico dell’Italia democratica di fine Novecento.

Cesare Ardini, infatti, scrive così, nella propria Avvertenza al lettore: «senza retorica, ma con orgoglio, rievochiamo l’epoca d’oro dello sport italiano, non contaminato dall’affarismo, né dalla violenza, ma animato dal sacro fuoco dell’entusiasmo sportivo. Si giocava perché a vincere fosse soltanto l’Italia. E basta!» (p. 4).

Nel testo vero e proprio, poi, Lolli se la prende con l’aspetto più mastodontico dell’affarismo d’Italia 1990, cioè l’impiantistica: i famosi stadi la cui costruzione già all’epoca faceva sorgere più di un sospetto - e non solo nella mente dell’autore de I Mondiali in camicia nera. Nel libro, in ogni caso, questi faraonici impianti sono contrapposti ai ben più economici Campi del Littorio, che per volere dell’allora presidente del CONI Augusto Turati (1928-1930) vennero costruiti in tutta Italia, su progetto dell’ingegner D’Albora.

Tali campi erano caratterizzati dal «costo contenuto in lire 150.000 (in partenza ed in arrivo, senza lievitazioni di prezzi come è avvenuto per le opere di “Italia 90”)» (p. 40). Più avanti, a p. 96, Lolli torna a parlare di questo aspetto, ma prendendolo molto alla larga, quando spiega cioè il bilancio in attivo del Mondiale 1934, il quale quindi non arrivò a pesare sui conti dello Stato.

In particolare, l’Italia fascista, che sosteneva finanziariamente l’evento sportivo, investì 140.000 lire per la pubblicità (la quale all’epoca si pagava): al contrario, anche se «oggi la pubblicità è tra le voci più cospicue in entrata (da sponsor, pubblicità tabellare, contributi televisivi, ecc.)», «abbiamo netta l’impressione che Italia 90 si chiuderà al passivo. Basti pensare al costo degli impianti, moltiplicatosi a dismisura rispetto ai preventivi!» (p. 96). Nemmeno nei suoi peggiori incubi, però, Lolli poteva pensare ai 1248 miliardi di lire che alla fine si arrivò effettivamente a spendere, per quei benedetti stadi...

Contro Pertini al Bernabeu

Un altro aspetto economico del Mondiale del 1934 che Lolli contrappone al calcio a lui contemporaneo gli permette di prendere a picconate una delle immagini che tuttora, nell’immaginario collettivo, rappresenta il felice connubbio civico fra tifo per la Nazionale e la classe politica, cioè la celeberrima esultanza del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, ex partigiano, durante la finale del Mondiale del 1982. Lo fa prendendo per vera una delle notizie più propagandate nel 1934 da una stampa allora asservita al regime, quella ciò che diceva che Mussolini avesse pagato di tasca propria i biglietti delle quattro partite che andò di persona a vedere allo Stadio del Partito Nazionale Fascista di Roma, finale compresa.

Un gesto costruito a tavolino e messo su un piatto d’argento affinché poi la propaganda mostrasse per l’ennesima volta a tutti gli italiani e a tutte le italiane l’egualitarismo fascista del Duce e dei gerarchi fascisti, i quali, pur potendolo fare, non avrebbero approfittato dei propri privilegi, mettendosi al contrario in coda come tutti gli altri. Un gesto che a sua volta doveva servire a far accettare una misura draconiana richiesta dalla FIFA e poi imposta dal Segretario del PNF (nonché del CONI) Achille Starace, ossia l’abolizione dei biglietti omaggio, che non sarebbero stati concessi a nessuno, per nessun motivo.

È pensando a tutto ciò che Lolli, 12enne nel 1934, scrive così, nel 1990: «non ho notizia che il “socialista” Sandro Pertini sia passato al botteghino del “Bernabeu” di Madrid quando nel 1982 l’Italia di Bearzot, dopo tanti anni di vani tentativi, riesce a imitare gli “uomini della leggenda di Vittorio Pozzo”!» (p. 22). Ovviamente Lolli, fidandosi ciecamente della stampa non proprio libera del 1934, non si è peritato, nel 1990, di controllare se veramente Mussolini fosse passato di persona, al botteghino dello Stadio del Partito Nazionale Fascista di Roma...

Contro gli azzurri contemporanei

Quella contro la spedizione mundial del 1982 non è affatto l’unica frecciata presente ne I Mondiali in camicia nera contro gli azzurri del Secondo Novecento, anzi.
Quando parla della Nazionale italiana inviata nel 1928 alle Olimpiadi di Amsterdam, Lolli ricorda che il CONI fascistizzato decise di seguire alla lettera lo spirito decoubertiano, contrario ai professionisti, lasciando così a casa sia il fortissimo Julio Libonatti, sia il nerazzurro Leopoldo Conti: due gravi mancanze che impedirono poi agli azzurri di conquistare la medaglia d’oro.

Tutta un’altra filosofia, scrive Lolli, rispetto ai tempi presenti, in cui «il “mens sana in corpore sano” è ritenuto uno slogan retorico e bolso», e in cui «nelle università si fa sport per dire». Per l’ex campione del GUF è infatti scandaloso che l’Italia ai Giochi Olimpici di Seoul 1988 avesse mandato in propria rappresentanza «professionisti che rispondono ai nomi di Filippo Galli, Brio, Ancelotti, Virdis, Tacconi, De Agostini, Tassotti, Romano, Cravero, Colombo, Galia, Carnevale e via dicendo» (pp. 33-34).

Una decisione - questo non viene spiegato - che era stata presa dopo il cambio di regolamento olimpico, che da Los Angeles 1984 permetteva finamente di convocare giocatori professionisti, a patto però che non avessero mai giocato in una fase finale della Coppa del Mondo. Galli e compagnia, per la cronaca, dopo un’incredibile sconfitta contro lo Zambia (0-4) nel girone eliminatorio, riuscirono ad arrivare fino in semifinale, dove vennero battuti dai sovietici per 2-3, perdendo poi pure la finale per il terzo posto contro i tedeschi dell’Ovest (0-3).

Kalusha Bwalya, mattatore nel poker dello Zambia agli azzurri con una tripletta, tallonato dal centrocampista Colombo (foto: Getty Images).

Nel corso del Novecento, poi, il CONI aveva sbagliato, secondo Lolli, la propria policy nei confronti degli azzurri di ritorno dalle spedizioni mondiali, mostrandosi sin troppo sentimentale. Perché, ad esempio, nel 1934 si era deciso di non premiare con la prestigiosa Medaglia d’Oro al Valore Atletico gli azzurri Serantoni, Ceresoli, Montesanto, Fantoni II e Nereo Rocco? Costoro, poi esclusi da Pozzo al momento delle convocazioni definitive, erano però scesi in campo nell’unica partita di qualificazione, quell’Italia - Grecia 4-0 disputata a Milano nella primavera nel 1934. Perché invece, si chiede Lolli, quella medaglia il CONI l’aveva voluta assegnare, decenni dopo, «ai vari Rivera & C., secondi al Mondiale ’70» (p. 189)?

Non contento, il giornalista forlivese riesce persino a rivolgersi direttamente a Baggio e compagni, chiamati in quell’estate del 1990 a difendere i colori nazionali. Lo fa nel passaggio in cui ricorda la finale mondiale del 1934, quell’Italia - Cecoslovacchia che venne disputata a Roma: «Lo ricordino, gli “azzurri” di Azeglio Vicini, ai quali auguriamo di giocar la finale allo Stadio Olimpico, altro grande impianto voluto da fascismo come l’intero complesso sportivo del Foro Mussolini. Che oggi si chiama Italico, un nome non sufficientemente valutato dagli antifascisti, che in fin dei conti sempre rendono omaggio a Mussolini. Si chiamava Sandro Italico Mussolini un figlio di Arnaldo, fratello del Duce» (p. 41).

Tirare per la giacchetta pure il povero nipote del dittatore, stroncato a soli 20 anni nel 1930 da una leucemia, per dimostrare il carattere fascista del Foro Italico, ribattezzato così dal CONI già nel 1943, e quindi dello Stadio in cui Brehme poi andrà a siglare il rigore che regalerà alla Germania il suo terzo titolo, è l’ultimo degli strampalati voli pindarici de I Mondiali in camicia nera, una stramberia editoriale la quale è tuttavia capace di dimostrarci per l’ennesima volta come la Storia è viva solo e solo se dice ancora qualcosa a noi che siamo ancora vivi, anche al di là del rispetto che noi decidiamo di avere per essa, e per la sua oggettività.

  • Storico e docente universitario, è membro della Società Italiana di Storia dello Sport. È autore di “Capitane coraggiose” (2023), di diversi articoli accademici sul calcio femminile in Italia nonché del saggio in calce a “Giovinette” (2020) e "Grazia" (2026), di Federica Seneghini.

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