
Messico-Inghilterra 2-3, Considerazioni Sparse
L'Inghilterra si aggrappa ai suoi due totem ed esce indenne dall'Azteca, eliminando il Messico.
Dopo l'eliminazione del Canada per mano del Marocco, neanche il Messico è riuscito a far valere fino in fondo il fattore campo, frenando la propria corsa al cospetto di un'Inghilterra bruttina ma coriacea. Il Mondiale 2026 perde dunque due delle tre Nazionali ospitanti, in attesa di un USA - Belgio reso ancor più piccante dallo scabroso caso-Balogun.
Soffermandoci piuttosto su vicende di campo, è abbastanza chiaro fin da subito quale sia il canovaccio iniziale della gara: quando ha il pallone, attraverso la sua circolazione lenta, l'Inghilterra prova ad abbassare i rimi imposti da un Messico indemoniato, ma senza riuscirci più di tanto. I padroni di casa, trascinati dall'entusiasmo degli 80'000 dell'Azteca, attaccano in maniera forse un po' disordinata, ma indubbiamente molto frenetica, chiarendo piuttosto in fretta di voler proteggere con la vita il proprio territorio.
In questa versione della "Tricolor", il generosissimo Alvarado si riconferma uno degli elementi di maggior importanza, non soltanto per le sue doti di equilibratore tattico in fase di non possesso, ma anche e soprattutto per la continuità con cui riesce a scodellare un cross preciso dietro l'altro: su uno dei suoi tanti traversoni, Jiménez vola ad anticipare Konsa, obbligando Pickford a ispirarsi alle parate messicane di Gordon Banks ai Mondiali del '70.
Il Messico sfodera dunque un'attitudine molto più aggressiva, specie a centrocampo, dove il solito Erik Lira, coi suoi soli 172 centimetri, non ha paura di alzare la voce con colleghi ben più imponenti di lui, sia per stazza che per curriculum. Proprio come nelle sue altre uscite, l'Inghilterra fatica a penetrare centralmente, e si affida quasi unicamente alle iniziative in isolamento dei propri esterni, a partire dai primi guizzi di Gordon lì a sinistra.
Il gol del vantaggio, tuttavia, nasce dal lato opposto, ed è la dimostrazione del perché i "Tre Leoni", in questo Mondiale, siano più a proprio agio senza il pallone piuttosto che con esso: quando gli inglesi possono attaccare in campo lungo, infatti, si esaltano come non mai, dopo aver invece sofferto le pene dell'inferno contro i vari blocchi bassi di Ghana e Repubblica Democratica del Congo.
Pickford innesca una ripartenza lunghissima servendo quel maratoneta di Rice, che trasporta la sfera da una trequarti all'altra prima di recapitarla a Saka; l'ala dell'Arsenal, dopo aver sprintato su Gallardo, serve alla perfezione l'arrivo di Bellingham con un ottimo cross di destro, trasformato in assist vero e proprio dal tuffo di testa dell'ex Borussia Dortmund.
Per quanto visto in campo nei primi 36', è un vantaggio che, proprio in quanto inaspettato, esalta ulteriormente l'Inghilterra. Gli sgherri di Tuchel, con l'adrenalina ancora a mille, vanno immediatamente ad aggredire il Messico a centrocampo, riconquistando subito il possesso con Anderson (tacciabile di bullismo per com'è andato a ringhiare addosso al diciassettenne Gilberto Mora), ed entrando in porta col pallone grazie alla vertiginosa azione Gordon-Bellingham-Kane-Bellingham.
Nel giro di neanche due minuti, il centrocampista del Real Madrid sembra aver già prenotato i biglietti per i quarti di finale, un evento che gli "Aztecas", tuttavia, non intendono perdersi a nessun costo. Di lì a poco, infatti, la partita si riapre grazie a Quiñones (ma che Mondiale ha giocato!), che sfrutta l'assist involontario di Konsa sugli sviluppi di una punizione, e folgora Pickford con un gran destro al volo.
In area di rigore l'Inghilterra difende piuttosto male, soffrendo in particolar modo le situazioni aeree: lo stesso Quiñones, su un cross proveniente da destra, fa la sponda ideale per il mancino di Jiménez, rotolato di poco sul fondo. Il già citato Konsa, su tutti, è in perenne affanno, e viene anticipato da un'altra incornata del centravanti del Wolverhampton, che chiama Pickford a un volo dei suoi; sul corner successivo, serve un mezzo miracolo in tackle di Bellingham per impedire a Montes di colpire a due centimetri dalla porta.
L'ultima occasione su azione per gli inglesi arriva praticamente subito dopo il rientro dall'intervallo: O'Reilly scaraventa sul palo (complice deviazione) un pallone arrivatogli al limite dell'area grazie alla goffa respinta di Álvarez. Il perché l'Inghilterra non riesca a creare più alcuna chance per segnare è presto spiegato: dopo i disastri di Spence contro i congolesi, lo slot del terzino destro si riconferma la vera casella debole della squadra britannica, vedendo l'entrata assassina su Gallardo che costa a Quansah una sacrosanta espulsione.
Mentre l'Azteca ruggisce in coro "sì, se puede", Tuchel corre ai ripari inserendo Stones per Saka. Proprio quando l'Inghilterra sembra star per annegare, eccola invece riemergere quasi miracolosamente: su un rinvio lungo di Pickford, un rimpallo tra Kane e Álvarez libera inavvertitamente Gordon, abbattuto in area da Rangel in uscita. Sul dischetto Kane non trema, e insacca il 3-1: stavolta sì, sembra davvero finita.
Questo ingenuo pensiero, tuttavia, non aveva fatto i conti con una delle leggi antropologiche del calcio: nessuno commette tanti danni quanto un attaccante che deve difendere nella propria area di rigore. Lo stesso Kane, su un mischione da palla inattiva, abbatte per l'appunto Brian Gutiérrez, rimettendo di fatto in corsa un Messico a tanto così dal restare tramortito da così tante emozioni. Neanche Jiménez, che non sbaglia un rigore da 6 anni, fa cilecca, e apre scenari quantomai interessanti per il finale di gara.
L'inferiorità numerica, del resto, ha ulteriormente contribuito ad abbassare il baricentro dell'Inghilterra, costretta a proteggersi dalle migliaia di cross che il Messico fa piovere nell'area di Pickford. Ripartire in transizione, oltretutto, non è ormai neanche più contemplato per la squadra di Tuchel, mentre Aguirre tenta il tutto per tutto con ben 3 centravanti puri (al fianco Jiménez subentrano anche "El Bebote" Giménez e Guillermo Martinez).
Le circostanze dell'assedio impongono ai centrali dell'Inghilterra una prova di resistenza ben al di fuori delle loro corde abituali; nessuno di loro, nei rispettivi club, è infatti abituato a svolgere un esercizio così incessante di difesa da trincea. Al Messico, tuttavia, manca qualità individuale necessaria per sfondare una terza volta: Alvarado su tutti (enorme catalizzatore di palloni nell'assalto finale) ci prova in ogni modo, ma di occasioni ne crea poche, mentre i corpi di Stones, Guéhi e via dicendo si trasformano in una serie di barriere umane sempre più invalicabili.
Al triplice fischio di Faghani, la legge dell'Azteca è ufficialmente infranta: il Messico cade nello stadio che, tra 1970 e 1986, lo aveva sempre visto imbattuto in un Mondiale, e rimane bloccato agli ottavi per l'ottava volta nelle ultime 9 edizioni. L'Inghilterra più convincente, invece, rimane tuttora quella vista all'esordio contro la Croazia, ma a Tuchel probabilmente non importa nulla: ha scortato la sua squadra tra le prime 8 del mondo, e dopo una tale prova di tigna, anche la troneggiante figura di Haaland, che inizia a stagliarsi all'orizzonte, probabilmente fa un po' meno paura rispetto a prima.
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