
Lettere dal Mondiale #4 - a Luka Modric e all'intelligenza come forma di eleganza
Il Portogallo, eliminando la Croazia, ha eliminato anche Luka Modric, icona assoluta della storia del calcio. Che, forse, non tornerà più a solcare un campo da gioco...
Caro Luka,
non ti ha battuto una mente più lucida della tua, perché non esisteva. Ti ha battuto un millimetro. La riga tracciata dalla macchina, il calcolo cieco di un fuorigioco, un tocco così impercettibile che nemmeno il tuo occhio sensibile sei riuscito a vedere.
Toronto, ieri sera, recupero inoltrato. La Croazia aveva appena pareggiato con Gvardiol, lo stadio era esploso, e per un istante è sembrato che la favola potesse durare ancora un po'. Poi la bandierina, il VAR, il fuorigioco spaccato in frazioni di centimetro. Gol annullato. Era il secondo della vostra notte cancellato per un soffio. Portogallo 2, Croazia 1, e i titoli di coda su cinque Mondiali. A quarant'anni sei stato ancora tu a toccare più palloni di tutta la squadra. A dettare il gioco, avrebbero detto i telecronisti di una volta.
Poi l'abbraccio con Cristiano Ronaldo, due uomini che hanno diviso e condiviso un'epoca e uno spogliatoio.
Perché tu, Luka, sei stato la mente. Il giocatore più cerebrale del terzo millennio, quello che ha vinto prima di tutto con gli occhi e con la testa. Vedevi il passaggio prima che esistesse. Hai reso l’intelligenza una forma di eleganza, così mentre gli altri guardavano il pallone, tu guardavi lo spazio. Il vuoto in cui il pallone sarebbe dovuto andare. Nel calcio si parla sempre di tattica, di fisico, di tecnica, e quasi mai della parte che riguarda il pensiero. Tu di quella parte sei stato l'esempio più bello.
Certo la tua visione era legata ad un bagaglio tecnico da far impallidire i mostri sacri del gioco. C'è un gesto che ti riassume tutto: il pallone accarezzato con l'esterno del piede, la traiettoria che curva dove nessuno l'aspetta. Era il modo in cui rompevi quello che Schopenhauer chiamava il velo di Maya, il velo delle apparenze. La partita che tutti vedono, la mischia, i corpi, la confusione, è soltanto la superficie; e tu, con un tocco d'esterno, la squarciavi per mostrare ciò che stava sotto: l'ordine nascosto, il passaggio che era già lì e che nessun altro riusciva a vedere. Per un istante il velo si sollevava, e dietro c'era la geometria.
È una bellezza cartesiana, la tua. Cartesio cercava le idee chiare e distinte, la linea netta che la ragione traccia dentro la confusione del mondo, e la chiamava lume naturale. Il tuo esterno destro era esattamente questo: il lume naturale applicato a un rettangolo d'erba. Riducevi il disordine a poche rette pulite, trasformavi il campo in un piano di coordinate e ci trovavi il punto esatto, quello e nessun altro. Il tuo calcio è stato un teorema di efficacia e bellezza.
Ecco perché il tuo gioco, alla fine, era semplicemente luce. E forse non è un caso che tu venga da Zara. È la città su cui un regista come Hitchcock disse che si ammira il tramonto più bello del mondo. La città che a quel tramonto ha dedicato un monumento, un grande cerchio di vetro sul lungomare che assorbe la luce del sole per tutto il giorno e, a sera, la restituisce trasformata in colori. Tu, Luka, hai fatto la stessa identica cosa con il calcio: lo hai bevuto in silenzio e lo hai ridato al mondo diventato luce.
Perché di quella luce tu avevi conosciuto anche il rovescio. Sei nato lì vicino nel 1985, in un villaggio ai piedi del Velebit, e la tua infanzia l'ha spezzata una guerra. Nel dicembre del 1991 una milizia ha ucciso tuo nonno, l'uomo di cui porti il nome. Avevi sei anni. La casa di famiglia è stata abbandonata, e ancora oggi intorno a quelle rovine ci sono i cartelli che avvertono delle mine. Sei diventato un profugo.
Hai passato l'infanzia proprio negli alberghi riempiti di sfollati, a volte senza acqua e senza luce, mentre le sirene interrompevano scuola e allenamenti e si correva al riparo perché cadevano le granate. Il calcio che il mondo ti avrebbe poi invidiato lo hai imparato nel parcheggio di un hotel per rifugiati, con un pallone che ti portavi perfino a letto, perché era l'unica cosa che la guerra non poteva toglierti.
Anche lì, in mezzo a tutto quel dolore, hai fatto una scelta di testa prima ancora che di cuore: avresti potuto crescere con l'odio, e invece hai deciso di crescere più forte. Chi ha visto portare via il nonno da una milizia e ha giocato tra i cartelli delle mine non considera una partita un peso. La considera un privilegio. È da quel bambino lucido, che ha guardato l'orrore e ha scelto cosa farne, che nasce la calma con cui trent'anni dopo comandavi le finali.
E qui c'è la cosa che rende tutto più grande. Uno che vede quello che vedevi tu, che solleva il velo con un tocco, potrebbe passare la vita a farsi applaudire. Tu no. Non sei mai stato un divo, nemmeno per un minuto. La prima cosa che hai comprato con il primo stipendio da professionista è stata una casa per i tuoi genitori, per ridare loro quello che la guerra aveva bruciato. In campo sparivi dentro il gioco invece di metterti al centro. Il pensatore più raffinato del suo tempo si è sempre comportato come l'ultimo arrivato, quello che deve ancora dimostrare tutto.
D'altronde, per tutta la vita ti hanno misurato la cosa sbagliata. Troppo gracile, troppo piccolo, troppo esile, poi troppo vecchio: numeri, centimetri, chili, anni. Tutte cose che si potevano contare, e che si sbagliavano ogni volta, perché ciò che ti rendeva grande non stava da nessuna parte sul metro.
Ti hanno spedito in prestito nel campionato bosniaco, il più cattivo, per vedere se il fisico reggeva: ha retto la testa, ed è bastato. Sei arrivato al Real Madrid come un acquisto da trenta milioni che un giornale spagnolo bollò tra i peggiori della stagione, e te ne sei andato da giocatore più titolato nella storia di quel club, il centro di quiete attorno a cui giravano i galácticos.
E poi ci sono i Mondiali, cinque, giocati con la Croazia, la tua Croazia, che sono stati il diario della tua vita adulta. Il primo nel 2006, in Germania: vent'anni, il ragazzo nuovo di una squadra uscita subito. Il 2010 è l'unico appuntamento che hai mancato, la Croazia non si qualificò, e in Brasile, nel 2014, sei tornato da padrone del centrocampo, anche se la squadra salutò presto, dopo aver aperto proprio contro i padroni di casa.
Poi è arrivato il 2018, e il 2018 sei stato tu. Nel girone c'era l'Argentina di Messi, e a te toccò la scena che nessuno ha più dimenticato: palla ricevuta da Brozović a venti metri, due tocchi per addomesticarla, e un destro a giro che si infila all'incrocio.
Tre a zero, l'Argentina spedita sull'orlo dell'eliminazione, e la Croazia lanciata in una cavalcata da romanzo. Danimarca e Russia piegate ai rigori, l'Inghilterra in semifinale, fino alla prima finale ai Mondiali della vostra storia, persa contro la Francia ma vinta nel cuore del mezzo milione di persone che vi aspettava a Zagabria.
Quell'anno il Pallone d'Oro lasciò, per la prima volta in un decennio, i due soli uomini che se l'erano diviso, Messi e Ronaldo, e finì sulla testa di un centrocampista venuto da un villaggio che una guerra aveva provato a cancellare. Non capita a molti che una finale persa valga una corona.
E c'è una simmetria che sembra scritta apposta da un narratore. Nel 2022, in Qatar, sei salito di nuovo sul podio: terzo posto, con il Brasile eliminato ai rigori nei quarti, in una delle notti più belle. Ma in semifinale, stavolta, l'Argentina si è presa la rivincita. Tre a zero, e in campo c'era ancora lui, Messi, quello a cui questa rubrica ha già scritto.
Tu avevi spinto la sua Argentina sull'orlo del baratro nel 2018, quattro anni dopo è stato lui a fermare la corsa della tua Croazia. E ieri sera si è chiuso l'ultimo cerchio, contro Ronaldo. Hai attraversato la tua epoca incrociando uno per uno i suoi giganti, e ogni volta ci sei stato da pari.
Hai fatto sembrare facile la cosa più difficile che ci sia: pensare in fretta, e con grazia, mentre tutti ti corrono addosso. Il bambino che si portava il pallone a letto perché la guerra non glielo rubasse ha passato vent'anni a regalarci l'unica cosa che nessuno gli aveva insegnato e che nessuno poteva togliergli: il suo modo di vedere il campo e di accarezzare il pallone. La sua luce.
I Mondiali ti ringraziano, Luka.
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