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, 3 Luglio 2026

Perché il Napoli ha scelto Massimiliano Allegri?


Nonostante sia reduce da una delle peggiori stagioni della carriera, Allegri siederà sulla panchina di un'altra big.

25 maggio 2026: Massimiliano Allegri non è più l'allenatore del Milan. A comunicare l'esonero è la società stessa, con un freddo comunicato che mette sullo stesso piano l'allenatore, il ds Igli Tare, l'ad Giorgio Furlani e il dt Geoffrey Moncada. Ringraziamenti vaghi e generici, nessun riferimento al lavoro svolto: una tabula rasa che ai più è apparsa tutto sommato giustificata.

3 luglio 2026: Massimiliano Allegri è il nuovo allenatore del Napoli. Tutt'altro che un fulmine a ciel sereno - la notizia rimbalzava da più di un mese - ma certamente un epilogo inaspettato, soprattutto se ci si attiene a quanto mostrato dal livornese nelle ultime stagioni della carriera. Escludendo che la scelta di Allegri possa esser frutto di un raptus di follia incontrollata di Aurelio De Laurentiis, quali potrebbero essere i motivi che hanno portato il presidente del Napoli a scegliere proprio Max come erede di Antonio Conte?

Vale la pena ragionare al contrario, provando a sfoltire la margherita petalo dopo petalo, analizzando tutti i motivi che sicuramente NON stanno alla base della scelta di De Laurentiis. Partiamo da ciò che dovrebbe regnare sovrano in uno sport agonistico attorno al quale ruotano, ogni anno, centinaia di milioni di euro: il campo. Non pecchiamo di superbia se affermiamo che Allegri non si è guadagnato la panchina del Napoli grazie a quanto messo in mostra col Milan 2025/26.

Richiamato in rossonero dopo un decennio per centrare la qualificazione alla Champions League, l'ex Juve ha fallito l'obiettivo in maniera fragorosa, seguendo una parabola inquietantemente simile a quella del suo ultimo anno in bianconero, terminato con l'esonero dopo la sfuriata nella finale di Coppa Italia vinta contro l'Atalanta.

Dopo un girone d'andata sulle ali dell'entusiasmo, in cui il Milan è stato sorretto dalle parate di Maignan e dalla capacità intangibile di infilarsi nelle pieghe delle partite e volgerle a proprio favore, la squadra si è sciolta come neve al sole. La condizione fisica è crollata alla distanza (triste leit motiv di ogni stagione di Allegri, anche di quelle dei bei tempi in bianconero), Maignan ha smesso il mantello da Superman, le squadre rivali hanno sempre più lasciato il pallino del gioco a una squadra che, del pallone, non sapeva davvero che farsene.

La conferenza stampa della "difesa dei fortini" appare - se possibile - ancor più anacronistica.

Il pirotecnico finale assomiglia a un contrappasso dantesco: in Champions League non va il Milan dell'allenatore esperto che applica i precetti della vecchia scuola italiana ma la Roma di Gasperini - il più rivoluzionario dei nostri tecnici dell'ultimo decennio - e il Como di Cesc Fàbregas, un tecnico schernito dalla nostra stampa ogniqualvolta la sua squadra (10° lo scorso anno, in Serie B quello precedente) non riesce a ottenere la vittoria a dispetto dell'enorme mole di gioco prodotta.

Anche nelle competizioni collaterali, il Milan ha recitato un ruolo da comprimario. In Supercoppa i rossoneri sono stati surclassati in semifinale dal Napoli, in Coppa Italia sono stati eliminati agli ottavi di finale da una Lazio volenterosa. L'idea di abbandonare anzitempo gli obiettivi secondari per concentrarsi sul piazzamento Champions (o magari sul sogno Scudetto) non ha sortito effetti positivi.

Nello spezzare la dicotomia tra prestazione e risultato, Allegri si è consegnato di sua sponte agli squali nel momento in cui l'obiettivo non è stato raggiunto, dato che del suo Milan rimane ben poco da salvare. La solidità difensiva? Un ricordo, nonostante l'approccio ultraremissivo; Como e Roma, migliori difese del campionato, sono anche le squadre che pressano di più, e non certo quelle coi migliori singoli. Resta il miglioramento in classifica rispetto alla stagione precedente, ma da solo non può bastare per considerare positiva la stagione del Milan, né tantomeno per giustificare la chiamata da parte della squadra seconda classificata.

Anche dal punto di vista della valorizzazione del materiale umano, Allegri - per usare un forte eufemismo - non ha incantato. Fondare il progetto sul quarantenne Modrić ha tarpato le ali a Ricci e Jashari, chiamati in causa solo quando non se ne poteva fare proprio a meno. Nessuno degli attaccanti è stato valorizzato, Estupiñán è passato da terzino di medio-alta Premier League a inabile al gioco del calcio, Fofana ha perso il treno della nazionale, gli altri calciatori si sono barcamenati ma nessuno di essi può davvero dirsi migliorato.

Ci sono forse dei motivi di natura tattica dietro alla scelta di Allegri? L'attuale rosa del Napoli si sposa meglio di quella del Milan e della sua ultima Juventus con la sua idea di calcio? A prima vista, verrebbe da dire il contrario. Nelle ultime stagioni, Allegri si è arenato sui principi quasi esclusivamente reattivi di un 3-5-2 che scivola molto di frequente in un 5-3-2 che chiede agli attaccanti di coprire grandi porzioni di campo e - in sostanza - di cavarsela da soli.

Al momento, il Napoli vanta in rosa 5 esterni offensivi: Vergara, Neres, Alisson Santos, Lang e Politano, in realtà adattabile a quinto di centrocampo. La riconversione di uno o più di essi a seconde punte potrebbe portare con sé risultati sanguinosi, com'è successo a Leão, Pulisic e Nkunku o, nel passato meno recente, a Chiesa, Di Maria e Kulusevski. Nessuno di questi ha tratto benefici dal cambio di ruolo, tutti hanno attraversato periodi prolungati di crisi.

I giornali paventano già un cambio di modulo, ma il 4-3-3 dei campetti estivi (lo stesso appiccicato al Milan allegriano di luglio) difficilmente troverà riscontro nella realtà. L'ultima volta che Allegri ha adottato in pianta stabile il tridente risale a quasi vent'anni fa: stagione 2007/08, campionato di Serie C1 vinto dal Sassuolo, con Masucci, Andy Selva e l'adattato Erpen in avanti. Curioso, per un allenatore che proprio sul 4-3-3 ha scritto la sua tesi al termine di corso per allenatori di Coverciano. Era il 2005.

Da quando è in Serie A, Allegri ha sempre alternato il 4-4-2, in linea o a rombo, e il 3-5-2, senza particolari variazioni se non a partita in corso, quando c'è da blindare un risultato oppure acciuffare una rimonta. Il 4-2-3-1 "a cinque stelle" della Juventus che arriva a Cardiff, con gli uomini offensivi tutti insieme, altri non è che un 4-4-2 con Mario Mandžukić a sbattersi in fascia, e che vedrà la propria morte proprio nelle ultime battute della Champions League, con Barzagli terzino bloccato e Dani Alves esterno alto. Nei fatti, raramente Allegri ha schierato insieme due esterni marcatamente offensivi; come si sposerà questa tendenza coi calciatori del Napoli?

Come poteva la Gazzetta dello Sport esimersi dalla corsa a "indovina il 4-4-3 di Allegri"?

Se, di fronte a queste oggettive difficoltà nel far combaciare le necessità di campo del Napoli all'identikit di Allegri, De Laurentiis ha scelto comunque di affidare la panchina al pluriscudettato manager toscano, le motivazioni devono per forza essere celate altrove. Nell'approccio al lavoro quotidiano, nel modo di vedere il calcio, nel rapportarsi con i singoli calciatori, Allegri è diversissimo sia da Conte che da Spalletti, i due che hanno portato il Napoli ai recenti scudetti.

Il quadro inizia a farsi più chiaro proprio analizzando lo switch Allegri-Conte, che tanti successi ha portato alla Juventus dal 2014 in avanti. La componente consuetudinaria - quasi cabalistica - nel mondo del calcio riveste un'importanza spesso troppo elevata: tanti presidenti tendono ad abbracciare una soluzione perché in passato ha funzionato, quindi funzionerà, senza tener conto delle infinite sfumature di differenza e del tempo che passa. Allegri è un tecnico vincente e perché ha vinto, quindi è probabile che rivincerà: questo ragionamento ipersemplicistico ha riportato il tecnico prima al Milan e poi alla Juve, e ora l'ha condotto a Napoli.

De Laurentiis, inoltre, tende spesso a stringere un rapporto viscerale coi suoi allenatori: due anni a stretto contatto con un soggetto mai domo e sempre sul piede di guerra come Conte devono essergli sembrati infiniti. Quello di Allegri è un carattere del tutto agli antipodi: placido e guascone nel rapporto con la stampa, abituato a lavare i panni sporchi in famiglia e non ai microfoni, aziendalista nel senso più positivo del termine, mai aggressivo verso i suoi datori di lavoro.

Anche la rosa potrebbe in qualche modo giovare dell'addio di Conte, ed è qui che il paragone con il 2014 risulta calzante. Conte è un allenatore che mette sotto torchio i calciatori per ottenerne il massimo, un eccellente valorizzatore di uomini ma anche una bomba a orologeria, per le pressioni che fa gravare sui giocatori e su sé stesso. Allegri ai tempi della Juve era stato invece bravo a togliere pressione alla squadra, a renderla consapevole del suo valore e a promuovere un approccio meno ossessivo al calcio, che aveva permesso al gruppo di tirare il fiato dopo tre anni in trincea.

Progressivamente, però, il tecnico ha perso serenità negli approcci, come dimostrato dalle continue sfuriate in panchina, e non è detto che riesca a spostare indietro le lancette dell'orologio per ripetere la magia del 2014. Per tranquillizzare il Napoli, Allegri deve innanzitutto far pace con sé stesso, evitando di irrigidirsi su posizioni ferree e ritrovando quell'elasticità. tattica e di pensiero, che lo aveva reso grande.

Anche nel rapporto con la stampa, Conte e Allegri non potrebbero essere più antitetici. Il leccese è un continuo mare in burrasca, pronto a scagliarsi contro chi non rispetta il suo lavoro e contro nemici - veri o presunti - della squadra che allena. Il livornese, al contrario, appare nel suo habitat naturale, aiutato da quella fittissima rete di giornalisti e addetti ai lavori che ha saputo costruirsi negli anni e che è pronta a difenderlo a spada tratta anche nei momenti in cui sarebbe più intellettualmente onesto muovere critiche.

Nel periodo in bianconero è stato Tuttosport, quotidiano di riferimento dei tifosi bianconeri, a prendere le sue parti ogniqualvolta la squadra attraversava periodi di difficoltà, scaricando di volta in volta le colpe su giocatori, dirigenti o fattori esterni non controllabili, in primis gli arbitraggi. Un trattamento che, ad esempio, non è stato riservato a Maurizio Sarri, "condannato" a vincere subito e spesso attaccato senza attenuanti, o a Thiago Motta.

Una prima pagina che non avreste mai visto, se in panchina ci fosse stato Allegri e non Sarri.

Dal 2018 in avanti, poi, alla propaganda pro-Allegri si è aggiunto il Corriere Dello Sport, passato tra le mani di Ivan Zazzaroni, insieme a Sandro Sabatini di certo il più grande estimatore del nuovo allenatore del Napoli. L'opera che viene giornalmente messa in atto per far risplendere la figura di Allegri è certosina: si va dalla demolizione dei tecnici che propongono un calcio offensivo alla negazione dell'influenza degli stessi sulle sorti della squadra, sminuendo dunque il mestiere dell'allenatore e svestendolo della sua complessità.

"Non ho niente contro Dio, è il suo fan club che mi spaventa", affermava Woody Allen, frase che descrive alla perfezione ciò che si è creato attorno alla figura di Allegri . La nutrita mandria di groupies pronta ad azzannare chiunque ne metta in dubbio l'infallibilità, ha reso il tecnico ancora più divisivo, inquinato il dibattito calcistico, trasformato in macchiette opinionisti che un tempo risultavano ben più credibili; a farne le spese è in realtà Allegri stesso, sempre meno allenatore e sempre più meme da Instagram o TikTok. Non sembra, peraltro, che al tecnico interessi in qualche modo smentire i luoghi comuni che gravitano attorno a lui.

Una figura polarizzante come l'Allegri 2026 è sicuramente un plus per una squadra, e per tutto l'ambiente circostante, quando le cose vanno bene, ma rischia di diventare un'arma a doppio taglio alle prime difficoltà. De Laurentiis ha puntato sull'esperienza e l'intelligenza di un allenatore che viene ritenuto bravo ad adattarsi ai contesti; in realtà, negli ultimi 15 anni Allegri ha allenato solo Juventus o Milan, non ha mai provato a mettersi alla prova all'estero e al tempo stesso, fuori dai confini italici, il suo nome non accende gli animi, con buona pace di chi ogni anno lo vede sulla panchina del Real Madrid.

Nelle sue seconde esperienze a Torino e Milano, Allegri ha raccolto squadre che nella stagione precedente il suo arrivo avevano deluso, raccogliendo risultati non soddisfacenti e mostrandosi fin troppo fragili. A Napoli, Max troverà invece una squadra reduce da un secondo e da un primo posto, con una rosa di valore e capace di difendersi anche senza tirare i remi in barca e presidiare perimetralmente la propria area di rigore.

Nel 2014 Allegri è entrato alla Juve in punta di piedi, dando continuità al lavoro di Conte e poi aggiungendo pian piano variazioni di spartito, ma in lui non c'era traccia di quell'integralismo tattico emerso dal 2017 - anno della finale di Champions League contro il Real Madrid - in avanti. Riuscirà nuovamente il tecnico a calarsi con umiltà in un impianto già esistente senza ribaltare tutto? Riconoscerà la bontà del lavoro di Conte, o stavolta imporrà insindacabilmente i suoi dettami?

12 anni fa, Allegri si presentava così alla Juventus, con il garbo e la pacatezza di chi sapeva di arrivare a sostituire un allenatore che tanto era stato amato. Farà lo stesso a Napoli?

Massimiliano Allegri ha superato Vincenzo Italiano nella corsa alla panchina del Napoli non perché più bravo ad allenare, nel senso stretto del termine, ma perché più abituato a navigare nella tempesta uscendone quasi indenne, e la chiamata di De Laurentiis è l'esempio perfetto di tale abilità. Il numero 1 del Napoli aveva bisogno di un allenatore mediaticamente potente, abituato a gestire uno spogliatoio di alto livello, con le spalle talmente larghe (e coperte) da poter sopportare eventuali attacchi.

Da uomo di cinema, DeLa ha scelto un uomo da cinema, lui che pure si era distinto per chiamate ben più meritocratiche, come quella di Sarri o di Spalletti. I tifosi del Napoli, che ben si erano abituati tra la squadra spumeggiante di Spalletti e quella feroce di Conte, hanno di che essere spiazzati; anche Allegri ha saputo - a suo modo - essere capopopolo e condottiero come i due predecessori, ma mai come in questo momento storico il suo nome è divisivo, e rischia di spaccare in due una piazza.

Certo esiste sempre la possibilità che Allegri, come nel 2014, riesca a costruire un ottimo Napoli a partire dalle basi lasciate da Conte. Magari, dopo esser stato tacciato di difensivismo per troppi anni, il tecnico sentirà il bisogno di smentire i suoi detrattori e darà vita a un Napoli offensivo, abbandonando la difesa a 5 e abbracciando finalmente l'arte del pressing. Forse i limiti palesati nelle ultime stagioni sono davvero figli delle rose che ha avuto a disposizione, e con tanti giocatori offensivi in rosa deciderà di proporre qualcosa di diverso.

Capite però che si tratta di un atto di fede, più che di un ragionamento che parta da presupposti concreti e si basi su elementi tangibili. Probabilmente non è nemmeno ciò che vuole De Laurentiis, e non era ciò che volevano Tare, Cardinale e Furlani, e nemmeno Andrea Agnelli ai tempi del suo secondo ciclo in bianconero: se avessero ricercato determinate caratteristiche, avrebbero semplicemente scelto un altro allenatore.

Un ruolo importante, nella scelta, è stato rivestito anche da Giovanni Manna, dirigente che durante l'Allegri-bis aveva acquisito sempre più potere in seno alla Juventus. Responsabile prima della Primavera e poi della Next Gen, non è un mistero il fatto che Manna aspirasse, dopo le dimissioni in blocco della dirigenza bianconera, al ruolo di direttore sportivo, cosa che anche Allegri stesso pareva auspicare. L'arrivo a Torino di Cristiano Giuntoli ha stroncato i sogni di gloria del dirigente classe 1988, che in seguito sarebbe poi diventato il direttore sportivo del Napoli.

Avendo già lavorato con Allegri, e sposandone almeno in parte la linea sul mercato, Manna sarà sicuramente capace di accontentare le richieste del tecnico: chiamate poco esotiche, sguardo attento alla Serie A, iniezioni d'esperienza possibilmente con profili di spessore internazionale, scommesse solo se a costo contenuto. I primi nomi accostati al Napoli nell'ultimo periodo, da Rabiot a Vlahović passando per Gatti e Mario Gila, sono assolutamente coerenti con le idee del duo Manna-Allegri.

Bisogna anche interrogarci sulla questione opposta al titolo di questo articolo: perché Massimiliano Allegri ha scelto il Napoli? Una domanda apparentemente banale, visti i recenti risultati e la rosa a disposizione dei partenopei, ma che presenta un corollario tutt'altro che scontato, suggerito dal tira e molla con il Milan delle ultime settimane. Dopo i due esoneri da parte della Juve, Allegri ha sempre aspettato la fine naturale del suo contratto con la società per ritrovare panchina, percependo fino all'ultimo mese ciò che gli spettava.

Ora che è stato chiamato con un contratto ancora in essere - al di là dell'esonero - Allegri ha preso tempo, nel tentativo di ottenere dal Milan almeno i soldi che avrebbe "perso" rescindendo coi rossoneri per passare al Napoli (che offre un contratto più lungo, ma meno remunerativo sulla singola annualità). Sembra dunque lecito chiedersi quanta voglia di Napoli abbia Allegri, quale sia la sua reale ambizione, se dietro alla sua scelta ci sia una volontà di rimettersi in gioco e lavare l'onta del fallimento rossonero, oppure un mero tentativo di allungare la propria carriera da tecnico, garantendosi l'ennesimo, ricco contratto fino al 2029.

Se poi volessimo fare un passo indietro, per osservare il panorama offerto non solo dal Napoli, ma dal calcio italiano nella sua interezza, il connubio Allegri-Napoli inizierebbe a sembrarci non solo coerente, ma addirittura quasi scontato se non prevedibile. In un calcio che relega la fantasia ai margini, che respinge le influenze dall'estero e demonizza gli allenatori più rivoluzionari, che non si vanta più di essere il campionato più bello o più difficile ma solo "il più tattico", in uno scenario del genere, la squadra seconda in classifica sceglie il tecnico più conservatore e col curriculum migliore.

Davvero c'è da stupirsi per Allegri al Napoli?

  • Made in Senigallia, insegnante di inglese e di sostegno, scrive e parla di Juventus e di calcio (che spesso son cose diverse) in giro per il web dal 2012. Autore dei libri "Football Globetrotters - calciatori nati con la valigia in mano" e "Espiazione Juve - il quinquennio buio della Signora"

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