
Stati Uniti-Bosnia 2-0, Considerazioni Sparse
Contro una Bosnia organizzata ma senza grosse ambizioni, gli Stati Uniti passano il turno ma perdono Balogun.
La cosa più facile da fare con questa partita sarebbe utilizzarla come mezzo per parlare di altro. La tentazione è notevole, e d’altra parte sicuramente qualcuno ci sarà già cascato: una squadra che parte coi favori del pronostico si porta in vantaggio 1-0 contro la Bosnia, poi subisce un cartellino rosso e deve resistere ai tentativi di una squadra coriacea, tosta e prettamente difensiva di aprirsi e controllare il ritmo della gara. Laddove l’Italia di Gattuso non è riuscita a resistere, abbandonando ogni aspirazione di gioco e concedendosi alle scorribande avversarie, gli Stati Uniti di Pochettino si sono incurvati senza però mai veramente spezzarsi, per poi addirittura raddoppiare.
Da una decina di anni a questa parte, alcuni curiosi parallelismi hanno affiancato le due nazionali: assenti entrambe dal Mondiale 2018, si sono sfidate con nazionali sperimentali in amichevole nel novembre dello stesso anno, ed entrambe sono state campioni continentali al primo tentativo dopo la delusione mondiale. Continuare su questa strada sarebbe, però, probabilmente infruttuoso, e certamente un modo paraculo di raccontare questa storia. Mettiamo al centro della questione la partita, quella vera, che ha avuto modo di raccontare qualcosa di nuovo sulle due squadre in campo, e soprattutto su quella che ha passato il turno.
Il tecnico bosniaco Sergej Barbarez ha impostato la partita ideale per la sua squadra, schierando una squadra compatta, con tre centrali di difesa e un Radeljić a cui era data libertà di avanzare per intervenire sul movimento continuo dei centrocampisti USA nell’ultimo terzo di campo, impedendo le ricezioni centrali spesso ricercate dalla nazionale di Pochettino.
Così, gli Stati Uniti hanno passato gran parte del primo tempo a far circolare il pallone da lato a lato, con la capacità di rendersi pericolosi consegnata alle sgroppate palla al piede di Pulisic o ai palloni in profondità quando la Bosnia lasciava spazio, spesso sui palloni lunghi sparati da Vasilj sulle rimesse dal fondo - da cui è nato anche il tiro, l’unico del primo tempo bosniaco, di Demirović, dopo una sponda maestosa di Džeko. I padroni di casa creavano molto di più, ma lo facevano comunque all’interno dei binari su cui la Bosnia aveva impostato la partita, concedendo rischi che era disposta a prendersi.

La differenza l’ha fatta il pressing della nazionale statunitense, che prima ha creato il gol giustamente annullato a Balogun per fuorigioco, e poi ha costretto ad un altro lancio lungo Vasilj, lancio controllato bene da Ream, riciclato velocemente da Adams in avanti con uno splendido colpo di tacco nello spazio per Tillman, subito pronto a tentare una traccia ambiziosa per Balogun che diventa ancora più utile una volta incontrata la doppia deviazione della nazionale bosniaca, capace di piazzare il pallone perfettamente dove necessario per segnare.
Da qui, nel lungo recupero gli Stati Uniti giocano con l’intensità dei primi tempi contro Paraguay e Australia, dominando, progredendo il pallone velocemente, di prima e con trame esaltanti, soprattutto con un Tillman in stato di grazia, sempre più anima generatrice di questa squadra, autore di almeno tre colpi di tacco nel primo tempo tutti utili, tutti belli e tutti capaci di liberare un tempo di gioco di vantaggio ai suoi.
Come già anticipato, il secondo tempo viene segnato da un’espulsione nei confronti degli Stati Uniti quando Balogun, per la verità involontariamente, porta i tacchetti sul polpaccio di Muharemović e viene mandato sotto la doccia. Dopo un inizio di primo tempo in cui gli Stati Uniti avevano avuto il pallino del gioco, venendo però respinti senza grossi pericoli da una Bosnia capace di rimanere sempre corta e compatta, senza lasciare che la manipolazione statunitense allargasse le maglie del blocco medio come già fatto con grande successo precedentemente, la partita ha dunque vissuto una fase di necessario riassetto, in cui la Bosnia si è fatta vedere maggiormente in avanti.
Il blocco basso degli Stati Uniti, però, lungi dall’essere esclusivamente uno strumento di difesa a oltranza, ha mostrato un livello atletico e una coesione di squadra capaci di non lasciare mai spazi veramente pericolosi e produttivi per la Bosnia. Gli uomini di Barbarez nella ripresa raccolgono solo quattro tiri dall’area di rigore, nessuno, tranne forse la girata che Demirović spedisce troppo centrale per creare problemi a Freese, capaci di far tremare gli statunitensi.
Quando la squadra di Pochettino riprende il pallone, poi, è sempre proattiva e pronta ad attaccare con le solite combinazioni veloci. Intorno all’ottantesimo Tillman prima combina con McKennie e libera Pulisic davanti alla porta, per un gol annullato a causa di un fuorigioco del milanista, e poi segna su un calcio di punizione su cui Vasilj avrebbe potuto fare meglio.
Di fatto, la partita finisce qui. La Bosnia trova solo tiri velleitari ad eccezione di quando Memić viene liberato in area da un angolo difficile, gli USA anche in questa situazione non rinunciano ad essere aggressivi e a cercare altri gol quando recuperano il pallone. Alla Bosnia non riesce, neanche ci va vicina, l’impresa negli ultimi cinque minuti che ha permesso al Belgio di essere la prossima avversaria degli Stati Uniti, in una riedizione di quello scontro agli ottavi del mondiale 2014 a cui però i nordamericani arrivano con tutta un’altra consapevolezza del loro potenziale, delle proprie capacità di gioco e delle aspettative sul proprio conto.
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