
Lettere dal Mondiale #3: ad Alireza Beiranvand e all'arte di parare il destino
Beiranvand, grazie alle sue parate, ha tenuto a galla l'Iran contro il Belgio, dando la possibilità alla propria nazionale di restare ancora in corsa per qualificarsi ai sedicesimi di finale.
Caro Alireza,
sei finito a terra, dopo l'ennesima parata, il destino sembrava segnato… ma incredibilmente la porta è rimasta inviolata. È un po' la storia della tua vita: realizzare l'impossibile, anche se pochi lo sanno e ancor meno lo conoscono.
Riepiloghiamo. Los Angeles, 21 giugno, secondo tempo. Il Belgio gioca da una mezz'oretta dentro l'area dell'Iran, De Cuyper si presenta a due passi dalla porta con tutto il tempo del mondo. Tu sei già battuto da ogni legge della fisica e del buonsenso. Poi, una mano riparte da dove non doveva esserci più niente, e respinge. Sette parate in una sera sola. Settanta per cento di possesso avversario, ventitré conclusioni. De Bruyne, Lukaku, l'intero Belgio che bussa e ribussa, e dall'altra parte un muro con la tua faccia sopra.
Zero a zero. Il Belgio torna negli spogliatoi con un punto. L'Iran resta in piedi. Fa un certo effetto, se ci pensi. Perché in Belgio, qualche anno fa, ci avevi giocato anche tu, all'Anversa, in quel breve assaggio d'Europa che il calcio ti aveva prima concesso e poi ripreso. Stanotte hai chiuso la porta in faccia proprio a loro. Certe volte le cose tornano.

Di te i più attenti ricordano prima di tutto la forza nel braccio, grazie a quel rilancio lunghissimo che è la cosa più simile a una catapulta sul rettangolo di gioco. Questo gesto tecnico, però, racconta molto di una vita che definire incredibile è certamente riduttivo.
Chissà cosa si prova a giocare un Mondiale, ad avere le luci del mondo addosso, se sei nato pastore, in una famiglia nomade, sperduta sulle montagne dell'ovest dell'Iran. Per tuo padre il calcio era (ed è) un capriccio. Il portiere non era (ma è) un mestiere. Cosa si prova a ricordare quel giorno in cui tuo padre ha scoperto che avevi mollato le pecore per startene tra i pali e ti ha strappato i guantoni?
Eppure quel braccio-catapulta lo avevi già costruito proprio lì, da bambino, in un gioco di paese che si fa scagliando pietre contro un bersaglio lontano: sassi lanciati sempre più in là, finché la mira e la potenza non erano diventate le tue.
Eri poco più che un ragazzino quando sei salito su un autobus per Teheran, seicento chilometri con due soldi prestati da tuo fratello, per inseguire l'unica cosa che a casa nessuno voleva per te. Lì hai dormito per strada, fuori dai cancelli dei club che ti facevano provare, dentro i negozi dove lavoravi. Hai lavato piatti, le macchine, hai consegnato pizze, hai spazzato marciapiedi. Tutto quello che serviva per restare vivo mentre rincorrevi il sogno di una porta da difendere.
In tutte le cose che facciamo, però, da dove parti non decide dove arrivi.
Il portiere è il ruolo della responsabilità. Quando la squadra vince, il merito è quasi sempre degli altri; quando sbaglia, la colpa è sempre sua. Condannato a pagare gli errori di tutti, vestito di un colore diverso, solo in fondo al campo. In alcuni incontri sembra un imputato in attesa di sentenza.
Tu quel mestiere ingrato, però, a volte lo hai ribaltato. Per esempio, nel Mondiale in Russia nel 2018, contro il Portogallo. È un duello western: undici metri di terra di nessuno, due uomini soli uno di fronte all'altro, il resto del mondo sparito. Da una parte l'uomo più fotografato del pianeta. Dall'altra il ragazzo che pochi anni prima dormiva su un marciapiede di Teheran e si era costruito le mani tirando sassi nelle montagne. Sul dischetto, si avvicina Cristiano Ronaldo.
Estraete quasi insieme: indovini l'angolo, ti distendi, respingi. Il pastore aveva appena detto no all'uomo che ha tutto. Lo sport è così potente perché può mettere di fronte due persone agli antipodi e dare ragione al figlio di nessuno.
La parata da copertina dell'altra sera rappresenta anche una ricompensa rispetto allo sfortunato Qatar 2022. Nella prima partita, contro l'Inghilterra, dopo uno scontro alla testa sei uscito in lacrime, sanguinante, e il tuo Mondiale è finito lì, dopo una manciata di minuti.
E adesso eccoci qui, al terzo Mondiale della tua vita, a trentatré anni, in un torneo, come dire, particolare e storico per la tua nazionale. Dormite a Tijuana, di là dal confine, e potete entrare nelle città americane soltanto il giorno prima di scendere in campo. Una volta il pallone era un'altra cosa. Il vostro allenatore vi ha definiti la squadra più maltrattata del Mondiale, e non aveva torto. Eppure siete lì, aggrappati a un girone ancora tutto aperto, vivi come tutti gli altri. E in porta, ancora una volta, ci sei tu.
Adesso arriva l'Egitto, e dietro quella partita c'è una soglia che l'Iran non ha mai varcato: sette Mondiali, ma il turno non l'avete mai passato. Sette volte davanti alla stessa porta, sempre chiusa.
Tocca a te, come sempre, tenerne chiusa una mentre cerchi di aprirne un'altra. Perché è questo che sai fare meglio di chiunque, Alireza: dire di no. No all'attaccante, no al rigore, no alla fisica, no a una biografia che ti aveva già scritto pastore fino alla fine. Tutta la tua vita è una lunga, ostinata, meravigliosa parata. Il bambino che sorvegliava le greggi adesso sorveglia una porta, e non lascia passare niente. Né i palloni, né il destino.
Tieni duro, Alireza.
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