
Deniz Undav, eroe senza patria
Discriminazione, stipendi miseri, un'ascesa silenziosa ma inesorabile: la storia di Undav, che a 30 anni ha conquistato la Germania.
Sabato 20 giugno 2026, le cinque e mezza di pomeriggio a Toronto, le undici e mezza di sera in Germania. La Nationalmannschaft è sotto contro un’ottima Costa D’Avorio e nella testa di quasi tutti i tifosi tedeschi il pensiero corre immediatamente agli ultimi due Mondiali, quando la loro nazionale è stata incredibilmente eliminata al primo turno – fatto mai successo prima del 2018.
Poco prima dell’interruzione pubblicitaria, pardon, dell’hydration break, Nagelsmann si gioca la carta del triplo cambio: fuori Pavlović, Sané e Musiala, dentro rispettivamente Amiri, Leweling e Deniz Undav. Escono tre big – due titolari del Bayern Monaco e un ex-campione, la cui titolarità sta creando non poche polemiche in Germania – ed entrano tre giocatori che nella Bundesliga giocano in squadre di fascia medio alta: Amiri dopo tanto girovagare si è affermato all’Hoffenheim, mentre Leweling e Undav hanno portato lo Stoccarda in Champions League per la seconda volta negli ultimi tre anni.
Pochi minuti ed è Amiri a confezionare l’assist per il pareggio di Undav, che si è avventato con in modo famelico sul cross del centrocampista di origini afghane. Al 94'esimo', poi, il centravanti dello Stoccarda si è ripetuto su una bella imbucata di Felix Nmecha, regalando ai suoi vittoria e passaggio del turno per la prima volta dopo 12 anni.
Così come Amiri, che forse qualcuno ricorderà in Italia con la maglia del Genoa, anche il percorso di Undav è stato un percorso tortuoso, per nulla lineare e con mille difficoltà.
Undav, infatti, compirà 30 anni a breve, precisamente il giorno della finale dei Mondiali, ma è solo all’11° presenza con la nazionale tedesca e questa è la sua prima Coppa del Mondo. Per l’esordio in Bundesliga ed in nazionale ha dovuto aspettare di compiere 27 anni, quando lo Stoccarda l’ha riportato in patria prelevandolo in prestito dal Brighton e facendone il riferimento offensivo della squadra che nel 2023/24 è arrivata seconda in campionato – davanti al Bayern Monaco – ed è tornata in Champions League dopo più di un decennio.
Già, abbiamo citato anche la patria. E proprio patria e nazionalità sono due concetti che ricorrono spesso nella storia di Undav, nato in Germania nel 1996 da una famiglia di origine curda e yazida.
I curdi sono uno dei popoli più grandi al mondo a non avere un proprio stato. Il Kurdistan, originariamente previsto dal trattato di Sèvres del 1920 in seguito alla sconfitta dell’Impero Ottomano nella Prima Guerra Mondiale, rappresenta infatti un insieme di regioni a maggioranza curda, distribuite fra la Turchia sud-orientale e la parte nord di Iran, Iraq e Siria, ma non è uno stato, né gode di alcun tipo di autonomia.
Dopo la creazione della moderna Turchia col trattato di Losanna del 1923, il progetto del Kurdistan è stato tradito e ai curdi è stato solamente riconosciuto lo status di minoranza nei paesi citati, ma senza che questo abbia mai portato ad avviare un processo per la creazione del loro stato. Anzi, nel corso dell’ultimo secolo i curdi sono stati sistematicamente perseguitati da tutti gli stati in cui essi abitano: in Iraq sotto il regime di Saddam Hussein vi è stato un vero e proprio genocidio perpetrato ai danni dell’etnia yazida, mentre in Iran la repubblica islamica ha continuamente demolito l’identità nazionale curda nell’ottica di un’islamizzazione forzata.
Il citato trattato di Losanna ha assegnato la parte più consistente di quello che avrebbe dovuto essere il Kurdistan alla Turchia. In questo modo, più della metà dei curdi divenne cittadino della neonata repubblica turca. Ma anche all’interno di quest’ultima nazione, i curdi hanno sempre subito feroci discriminazioni, dai divieti di manifestare la propria cultura e la propria religione fino a vere e proprie persecuzioni sfociate in ripetuti massacri.
Anche e soprattutto per questi motivi – che richiederebbero ben più del proverbiale articolo a parte – una parte considerevole della comunità curda in Turchia, che a seconda delle stime oscilla fra i 15 e 25 milioni di persone, dagli anni Ottanta in poi è emigrata, principalmente verso la Germania.
Analogo fu il destino di gran parte della comunità yazida. La comunità yazida è prevalentemente di lingua ed etnia curda, ma professa una religione diversa – appunto lo yazidismo – nata nel Medioevo mettendo insieme elementi del cristianesimo, dell’Islam e dell’ebraismo, ma anche dello zoroastrismo.
Alcuni aspetti dello yazidismo, in particolare la venerazione di Tawusi Melek, l’angelo pavone, sono considerati come satanisti ed eretici sia dal cristianesimo che dall’Islam, motivo per cui per secoli gli yazidi sono stati perseguitati in quanto considerati “adoratori del diavolo”.
Anche loro, come i curdi - rispetto ai quali essenzialmente sono una minoranza nella minoranza -, hanno subito politiche di assimilazione forzata ed un vero e proprio genocidio alla fine degli anni Ottanta. Nel 2014, poi, l’area corrispondente a ciò che avrebbe dovuto essere il Kurdistan è stata invasa dall’ISIS, che ha ucciso o ridotto in schiavitù migliaia di yazidi e di curdi, costringendone altre migliaia a migrare verso l’Europa e a chiedere di essere accolti come rifugiati.
Come già accaduto negli anni Ottanta, ad accogliere la maggior parte di loro fu la Germania, paese che attualmente dà rifugio a quasi 3 milioni di persone, principalmente provenienti da quell’area geografica o da altri paesi in guerra come l’Afghanistan, tra cui circa 250.000 yazidi.
Tornando al protagonista della nostra storia, Undav è figlio della prima grande migrazione di curdi e yazidi verso la Germania. La famiglia di Undav è originaria di Işıklı, un piccolo villaggio del sud-est della Turchia. Si tratta, appunto, di un’area a forte maggioranza curda che per decennio è stata l’epicentro del conflitto fra il governo centrale di Ankara e i movimenti indipendentisti curdi.
Nel 1980, in seguito al golpe militare del generale Kenan Evren, le persecuzioni nei confronti dei curdi e degli yazidi aumentarono, e al tempo stesso si aggravarono le condizioni economiche della classe medio-bassa, come ogni volta che al governo sale un regime fiancheggiato dalla borghesia industriale e militare.
In questo contesto, in cui appunto moltissimi curdi e yazidi furono deportati dai loro villaggi di origine e costretti ad abbandonare la loro cultura in favore di quelle turca, il nonno di Undav decise di emigrare nell’allora Germania Ovest, dove un decennio dopo, in Bassa Sassonia, nacque Deniz.
Paradossalmente, la storia personale di Deniz Undav non è tanto la storia di chi ha subito discriminazioni nel paese che lo ha accolto, quanto piuttosto la storia di chi ha subito insulti razzisti nel paese da cui proviene, ovvero la Turchia, dove è considerato una sorta di traditore.
Durante lo scorso 23 ottobre, infatti, nel match di Europa League fra Fenerbache e Stoccarda, dopo un normale contrasto di gioco con annesso battibecco con un giocatore turco, l’intero stadio Şükrü Saraçoğlu ha iniziato ad inveire contro Undav, etichettandolo non solo come “traditore” ma anche come “terrorista”. Sui social – luogo dove i tifosi turchi sono sempre molto attivi – l’attaccante dello Stoccarda è stato definito “animale senza nazione”.
Proprio perché, nell’ottica di chi lo ha insultato, non sarebbe davvero tedesco in quanto di origine turca, ma nemmeno davvero turco in quanto di etnia curda. E soprattutto non sarebbe né curdo né yazida perché, ovviamente, la Turchia non riconosce nessuna delle due etnie.
Nonostante le proteste e la delusione di Undav per quanto accaduto, la UEFA non ha aperto nessuna inchiesta, ufficialmente perché nel referto dell’arbitro danese Kehlet non c’è traccia di questo episodio avvenuto nel recupero, o più probabilmente perché la Turchia è un partner troppo prezioso per la UEFA, che organizza lì finali ed Europei, e perché Undav non è Vinicius e lo Stoccarda non è il Real Madrid.
In ogni modo, né quell’episodio né la sconfitta per 1-0 a Istanbul hanno influito negativamente sulla stagione di Undav, che è andato in doppia cifra per la terza stagione su tre nel Baden-Wurtenberg e si è guadagnato la chiamata di Nagelsmann per il Mondiale.
E forse questo perché Undav nel corso della sua vita ha sempre dovuto affrontare sfide molto molto gravose. Non solo, appunto, quella di crescere e vivere lontano dalla sua martoriata terra d’origine, ma anche le sfide che il mondo del calcio, mai tenero con lui, gli ha sempre messo davanti.
A 16 anni, infatti, Undav è stato scartato dalle giovanili del Werder Brema, dove si riteneva improbabile che uno con quel fisico – grassoccio e non troppo alto per quell’età – potesse diventare un calciatore professionista. È ripartito dall’Havelse, squadra di quarta serie, in cui ha giocato fino ai 21 anni mentre lavorava anche in fabbrica.
Lo stipendio da calciatore, infatti, all’inizio era davvero misero: neanche 200 euro al mese per giocare nei dilettanti. Serviva arrotondare e così il giovane Deniz inizia a lavorare in fabbrica: sveglia alle quattro e mezza del mattino, pendolarismo, poi mezz’ora a piedi per arrivare sul posto di lavoro, il turno in fabbrica e nel pomeriggio gli allenamenti.
Ha dichiarato che a volte non aveva neanche i soldi per mettere insieme il pranzo con la cena e che per mesi è andato avanti facendo un solo pasto al giorno, anche perché i motivi per cui era stato scartato dal Werder Brema continuavano a tormentarlo.
Poi con l’Havelse arrivano i primi gol – per due stagioni viaggia sulla media di un gol a partita – e insieme arriva anche la chiamata dell’Eintracht Braunschweig, dove però gioca solo nella squadra riserve. Una stagione che però, alla soglia dei 22 anni, gli vale l’ingresso tra i professionisti al Meppen, terza divisione tedesca. Non c’è più bisogno di andare in fabbrica oltre al campo di allenamento.

In due anni 23 gol e 12 assist (insieme a ben 16 cartellini, tantissimi per un centravanti) che gli valgono la chiamata dell’Union Saint-Gilloise. La squadra belga all’epoca, parliamo della stagione 2020/21, era ancora in seconda divisione ma si stava attrezzando per salire di categoria e l’arrivo di Undav – che al primo anno segna 17 gol – sarà fondamentale per il raggiungimento dell’obiettivo.
Così come l’anno dopo i suoi 38 fra gol e assist saranno fondamentali per centrare immediatamente la qualificazione all’Europa League e per consentire all’attaccante tedesco di salire ancora di livello: per 7 milioni di euro, infatti, si trasferisce in Premier League, al Brighton di Potter e, poi, di Roberto De Zerbi.
Nel giro di due anni, tra i 24 e i 26 anni, Undav passa dalla terza divisione tedesca al campionato più ricco e competitivo del Mondo. Al Brighton, però, le cose non vanno benissimo, con soli 8 gol in una trentina di presenze, molte neanche da titolare.

A quel punto per Undav arriva la chiamata più importante, quella che davvero ha fatto svoltare la sua carriera, quella senza la quale probabilmente adesso sarebbe in vacanza e non ai Mondiali. Lo Stoccarda lo prende in prestito alla fine della sessione di mercato estiva del 2023 e per lui si aprono finalmente le porte del campionato del suo paese, quelle porte che la bocciatura del Werder Brema sembrava aver irrimediabilmente chiuso.
Il primo anno allo Stoccarda, sotto la guida di Sebastian Hoeness, è eccezionale: 20 gol, 9 assist, secondo posto in classifica che riporta i biancorossi in Champions League e soprattutto arriva la convocazione in nazionale. Nagelsmann lo fa esordire in amichevole nel marzo del 2024 e poi lo porta agli Europei in casa, dove però gioca solamente 7 minuti nella seconda partita del girone contro l’Ungheria.
L’anno successivo Undav, come tutto lo Stoccarda, fatica e mette a referto solo 12 gol e 5 assist in tutte le competizioni, esordendo però in Champions e rimanendo nel giro della Nationalmannschaft pur giocando poco.
Nell'annata appena conclusasi, poi, arriva la conferma ad alti livelli con 25 gol e 14 assist in tutte le competizioni. La sua miglior stagione in carriera, condita dal secondo posto nella classifica marcatori della Bundesliga dietro all’inarrivabile Harry Kane, e dall’inevitabile convocazione ai Mondiali americani attualmente in corso.
La Germania, d’altronde, è una nazionale che da almeno una quindicina d’anni, fatica a trovare un centravanti che sia il degno erede di Miro Klose. Questo per vari motivi, primo fra tutti il fatto che da Klose in poi è radicalmente cambiato il modo di interpretare il ruolo, e alle prime punte non sono più richiesti solo i gol ma anche un lavoro di collegamento con la squadra e di apertura di spazi per i compagni che non tutti i giocatori hanno nelle proprie corde.
La grande speranza tedesca nel ruolo, Mario Gómez, fu scartato dal Bayern Monaco di Guardiola proprio per questo motivo, e dopo gli infortuni patiti alla Fiorentina non è più tornato come prima. I tedeschi riuscirono ad affidarsi ancora a Klose per la vittoria nel Mondiale del 2014, supportato da un trio di giocatori sontuosi come Özil, Müller e Toni Kroos, ma già nel successivo Mondiale in Russia emersero molti problemi.
Nel 2018 il titolare fu Timo Werner, non un centravanti di ruolo ed in generale un giocatore che non ha rispettato le altissime aspettative su di lui, soffrendone soprattutto a livello psicologico. Quattro anni dopo si alternarono in quel ruolo un acciaccato Havertz e un adattato Thomas Müller. Risultato: due eliminazioni di fila al primo turno, peggior risultato nella storia della Germania.
Agli Europei in casa del 2024, infine, ha sempre giocato Kai Havertz come centravanti. Il giocatore dell’Arsenal è forse la miglior rappresentazione di ciò che viene chiesto alle punte nel calcio moderno, oltre ad essere un giocatore molto forte. Non sorprende, quindi, che anche in questi Mondiali Nagelsmann si sia affidato a lui, che ha subito ripagato la fiducia con una doppietta all’esordio contro Curaçao.
Ma – come ha dimostrato la partita contro la Costa D’Avorio, forse la più bella del Mondiale fin qui – non basta. Havertz per rendere al meglio ha bisogno di legare il gioco con compagni di squadra che siano più vicini alla porta e più inclini allo scambio palla a terra. Ha legato molto bene con Musiala e Nmecha, e dalle loro combinazioni sono venute le occasioni migliori per i tedeschi, meno con Sanè che sembra in ritardo sia di condizione che di alchimia con i compagni.
Ecco che allora è tornato di fondamentale importanza Undav. Il suo ingresso ha liberato l’attaccante dell’Arsenal e ha aperto spazi preziosissimi nella difesa ivoriana, che quando ha dovuto marcare giocatori meno statici ha mostrato molti limiti. E l’attaccante dello Stoccarda sembra il collante perfetto per un attacco che fino a quel momento era sembrato molto sterile: sa dialogare con i compagni, sa attaccare la profondità e sa usare il corpo per fare gol. Ha messo a referto tre gol e due assist in neanche 60' di gioco ai Mondiali, e i gol sono stati molto diversi tra loro, segno di un giocatore maturo e completo.
E il fatto che sia un giocatore in grado di aprire spazi per i compagni e di dialogare bene con loro è testimoniato anche dai numeri: in 8 stagioni da professionista è andato in doppia cifra di assist ben 4 volte, non male per una prima punta. Anche in Nazionale, ai citati 9 gol in 11 presenze si aggiungono 4 assist.
Proprio il gol segnato nella partita di esordio contro Curaçao, è stato il primo gol segnato in un Mondiale da un giocatore di origini curde, e Undav lo ha festeggiato con il “govend”, una danza circolare tipica delle feste del popolo curdo. Anche Antonio Rüdiger ha partecipato alla danza rendendo omaggio ad un ballo radicato in una cultura diversa dalla sua, e sia i media curdi che buona parte di quelli tedeschi hanno apprezzato il gesto, dando ampio risalto alla storia della minoranza curda.
Undav lo aveva già fatto nel 2024, dopo un gol contro l’Eintracht di Francoforte, dopo gli incoraggiamenti dei compagni che si erano uniti a lui nei festeggiamenti. Proprio questa solidarietà tra i compagni potrebbe essere l’arma in un più di una Germania che non è al livello di quella che vinse il Mondiale in Brasile ma che sembra molto più coesa rispetto a quella vista quattro anni fa in Qatar.
L’altro lato della medaglia, però, sono i soliti insulti social che Undav ha ricevuto dopo queste partite e la relativa visibilità che ne è scaturita. Accanto alla maggioranza dei commenti di utenti e tifosi tedeschi che festeggiavano vittoria e doppietta – e che sulle ali dell’entusiasmo chiedevano un impiego maggiore di Undav – infatti, troviamo anche chi riferisce esplicitamente di non aver esultato perché “io sono tedesco e non ha segnato un tedesco”, o chi dice che questa nazionale “è diventata uno schifo per colpa di gente come lui, come Rüdiger o come Amiri”.
L’insulto più comune, poi, è “turco di merda”, abbastanza ignorante se consideriamo appunto che Undav è nato in Germania quasi dieci anni dopo l’arrivo lì della sua famiglia, e che la sua famiglia fu costretta ad emigrare in Germania proprio perché in Turchia veniva perseguitata in quanto “non abbastanza turca”.
Parole che probabilmente scivolano addosso a chi a quasi 30 anni ha già vissuto così tante vite diverse e ha superato mille sfide, ma pur sempre parole idiote. Vediamo se nelle restanti partite di questo Mondiale Undav continuerà a trascinare le persone dalla sua parte con il modo più efficace che conosce: segnando gol.
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