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Mirco acquerelli
, 22 Giugno 2026

Traiettorie Ep. 4 - Mirco Acquarelli


Lo sport come ancora di salvezza, prima e dopo un incidente che cambia l'esistenza: con Mirco Acquarelli, capitano e team manager del Riviera Basket Rimini, la prima squadra riminese di basket in carrozzina.

"Traiettorie" è un progetto editoriale prodotto da Sportellate e il Festival della Cultura Sportiva. Troverete sui nostri canali una serie di contenuti e di interviste che vogliono mostrare lo sport come scelta di vita, percorso personale, opportunità di crescita e in alcuni casi vera e propria ancora di salvezza. In questo quarto episodio, abbiamo avuto il piacere di intervistare Mirco Acquarelli, oggi capitano e team manager del Riviera Basket Rimini, oltreché speaker motivazionale. Buona lettura.

Capitano del Riviera Basket Rimini e nostro amico, Mirco Acquarelli è una figura di riferimento per il basket in carrozzina del nostro territorio ed è il protagonista di una storia che parla della capacità di reinventarsi quando la vita cambia improvvisamente direzione.

Con lui abbiamo provato a ripercorrere alcune tappe della sua traiettoria di vita e del suo viaggio umano e sportivo, per capire come, a volte, le vittorie più importanti non siano quelle che si conquistano sul campo, ma quelle che si costruiscono giorno dopo giorno nella propria vita.

Mirco, come sta procedendo questa estate riminese? 

Abbiamo finito da poco RiminiWellness con il nostro tanto amato evento dell'OFF. Abbiamo vinto il torneo, abbiamo vinto il prosciutto... ti direi che meglio di così non si può!

Guarda, siccome da quando ti ho conosciuto mi sembra di intuire che il tuo legame con Rimini sia un legamento molto forte, ti va di parlarcene un po'?

Rimini mi è sempre piaciuta. Io ho vissuto per 40 anni a Coriano, quindi sono diventato vero e proprio riminese solo da 5 anni, quando è nata la mia bellissima figlia Emma. Rimini la sento dentro e l'avevo dentro, anche se un po' meno, anche quando stavo nelle colline di Coriano. Chiaro che ora, abitando qua al mare, è una meraviglia e mi godo tutte le bellezze di questa città.

Ti rendi conto anche solo della magia di questa giornata e di questo sole? Dato per assodato che quelli come noi il sole c'è l'hanno dentro...

Puoi dirlo forte... direi che è già arrivato il momento di ripercorrere un attimo le tappe più importanti della tua vita: quali erano le passioni del Mirco Acquarelli ragazzo, già il basket riempiva la tua vita?

Sportivamente parlando sono nato come calciatore. Giocavo a calcio, poi a causa di vari incidenti, prima il ginocchio e poi l'incidente in macchina, di cui festeggerò il ventennale quest'anno perché resto dell'idea che le disgrazie vadano festeggiate, mi sono lanciato nel basket e nel ping pong. In pochi sanno, a proposito del ping pong, che ho avuto la fortuna di vincere una medaglia di bronzo ai campionati nazionali paralimpici nel 2011! Mi allenavo in una squadra locale che aveva sede a San Martino di Riparotta e ho vinto questa medaglia a Lignano Sabbiadoro.

Ho avuto pure diverse richieste per andare a giocare per squadre in giro per l'Italia, ma non ne valeva la pena, anche perché parallelamente la passione per il basket in carrozzina cresceva a dismisura...

Quali erano gli idoli sportivi del Mirco ragazzo?

Giocando a calcio ed essendo attratto da sempre dal numero sette, il mio idolo da ragazzo era David Beckham. Beckham è stata la figura a cui cercavo di ispirarmi. Mi piaceva come persona, ma soprattutto per come calciava con il suo piede destro inclinando in maniera pazzesca la caviglia del piede sinistro...

Già da queste prime domande, si nota che sei sempre stato molto appassionato di sport. Cioè anche solo apprezzare l'inclinazione della caviglia di Beckham fa capire che ti è sempre piaciuto approfondire i gesti tecnici sportivi e che quindi non è un caso che oggi tu abbia fatto di questa passione la tua vita...

Sì, ti assicuro che il calcio mi piaceva da impazzire. Oggi ho un po' perso la voglia di vederlo, principalmente perché ultimamente faccio fatica ad andare a vedere le partite allo stadio e dalla televisione non è la stessa cosa. Poi il calcio l'ho un po' perso di vista anche perché l'odore dell'erba un pò devo ammettere che mi mette malinconia. Ecco, una cosa che mi piace ancora tanto fare è andare a vedere giocare quel "patacca" (ride, nda) di mio fratello che gioca in una squadra di seconda categoria qua in zona.

Visto che l’incidente che ha cambiato radicalmente la tua vita è già stato nominato, raccontaci cosa successe.

Era luglio 2006, poco dopo che l'Italia vinse il mondiale di calcio. Quando alzammo la coppa ero a festeggiare con tutti i miei amici dentro la Fontana dei Quattro Cavalli. Qualche settimana dopo, precisamente il 26 Luglio 2006, purtroppo ho avuto una distrazione alla guida della mia macchina.

Non ricordo precisamente, volevo raccogliere dei fazzoletti per terra o alzare il volume della radio. Ai tempi non c'era wapp e la tendenza orribile di guardare il cellulare alla guida, quindi per certo stavo facendo altro. E niente, mi sono distratto. Purtroppo ero senza la cintura. Mi sono incassato in un fosso e ho avuto una lussazione alla colonna vertebrale. Da lì non mi sono più mosso e mi è cambiata la vita. Lavoravo nel bar di famiglia, giocavo a calcio... mi son dovuto totalmente reinventare. Ho passato tanti mesi nel centro riabilitativo più importante d'Italia l'Istituto Montecatone di Imola e niente, mi è cambiato tutto...

Qual’è stato il momento più difficile da affrontare in quel periodo?

Ce ne sono stati tanti. Intanto persi un qualcosa come 20 chili in ventidue giorni. Nel mentre vedi un sacco di ragazzi e ragazze in carrozzina, un sacco di ragazzi e ragazze con malattie degenerative, viene normale spaventarti.

Però il momento più brutto e difficile di tutti è stato quando il dottore, dopo esser entrato nella camera dove mi trovavo insieme a mio padre e mia madre, ci ha comunicato che molto probabilmente non sarei mai tornato a camminare. Un po' sapevo già, passami il termine, di che morte dovevo morire, però, sai, un conto è fartelo immaginare, un conto è quando ti spiattellano la verità in faccia. Sì, potevo lottare per migliorare la mia situazione, ma in quel momento lì ho capito che non sarei mai tornato a camminare. Un bel calcio dove ci fa più male, mettiamola così.

In una situazione così pesante, quanto è stato importante avere un team di persone che ti volevano bene al tuo supporto?

Ah fondamentale! Avevo una vera e propria squadra che mi stava dietro. C'erano gli zii che mi portavano la carne, gli zii che mi facevano i massaggi, l'amico che veniva apposta da Rimini per salutarmi, il fratello che è un po' un pataccone e passava i pomeriggi ad impennare nei corridoi con la carrozzina strappandomi comunque un sorriso.

È stato un momento difficile, ma ho lavorato tanto per poter migliorare la mia posizione e oggi comunque qualcosa sul mio quadricipite destro son riuscito a far partire. Qualche muscolino oggi lo riesco a muovere. Diciamo che mettendo insieme l'apporto dello staff medico, quello della famiglia e degli amici, e la mia buona volontà, siamo riusciti a fare dei passi da gigante. Mi hanno voluto bene in tanti.

Quando è entrato il basket in carrozzina nella tua vita e cosa ti ha colpito di questo sport?

Qua devo fare un passo indietro perché prima del basket in carrozzina sono passato dal tennis tavolo, dove ho vinto una medaglia al campionato nazionale paralimpico. Poi a Coriano ho organizzato la Karatella Race, uno degli eventi più importanti in zona dove negli anni hanno partecipato tutti i piloti della MotoGp, da Simoncelli a Bezzecchi fino ad arrivare a Bulega a cui voglio un gran bene perché è un ragazzo che ha sofferto tanto ed a cui auguro il meglio. Dalla Karatella Race sono passato a questo gruppi di matti che si era fissato di volere fare una squadra di basket in carrozzina a Rimini.

Siamo partiti con un po' di ansia con riguardo agli sponsor ed al numero di giocatori che avremmo dovuto trovare per creare un vero roster, ma questo non ci ha fermato. Giocavamo le nostre prime partite a Riccione da Savioli, grazie all'aiuto dell'assessore allo sport di Riccione di quegli anni che dovresti conoscere bene (Carlo Conti, nda) e da lì è nato il gruppo che poi si è spostato a Rimini e ci ha portato a fare il campionato incredibile che abbiamo fatto quest'anno.

Un anno super, in cui abbiamo avuto la forza di vincere tutte le partite tranne una. Peccato fosse la più importante, quella che ci avrebbe permesso di fare il salto in Serie A, ma è stata una stagione fantastica in cui addirittura abbiamo avuto l'onore di fare il passaggio della fiaccola olimpica da Rimini con il sottoscritto nelle vesti di tedoforo. Un'emozione unica: grazie al Comune di Rimini che ci ha permesso di farlo.

Proprio perché credo che lo sport a livello sociale e di formazione sia capace di far crescere tanto le persone, volevo chiederti: in un momento complicato com'è stato quello post incidente, aver trovato prima nel ping pong e poi nel basket in carrozzina una passione che ti tenesse la fiamma accesa, quanto ti ha aiutato a ritrovare identità e fiducia in te stesso?

Diciamo che la mia vita è sempre girata intorno allo sport, quindi anche dopo l'incidente l'obiettivo era tornare su quella strada lì. Poi sì, la prima cosa che ho fatto è stato il tennis tavolo, ma prima di arrivare al basket ne abbiamo fatte di cose. Mi sono lanciato col paracadute, ho fatto sci nautico, ne ho fatte parecchie. Poi mi sono innamorato del basket perché a livello di rapporti di squadra assomiglia molto al calcio, ma non è uguale.

Non che il calcio sia da meno, ma il fatto che su Rimini grazie alla Dole Basket Rimini si respiri questo entusiasmo verso questo sport e si vedano tanti ragazzini girare con le maglie dei propri idoli, in questo periodo me lo fa amare ancora di più.

Qual è la lezione più importante che lo sport ti ha insegnato e che porti con te anche fuori dal campo?

Le lezioni arrivano sempre dalle sconfitte. Sono quelle che ti aiutano a crescere. Maurizia Cacciatori diceva «le coppe si conquistano in settimana e si ritirano la domenica», ed è proprio così. La squadra, il gruppo con cui lavori tutto l'anno, se è unito fa tutta la differenza del mondo. C'è sempre bisogno di tutti, ma alla fine è sempre il gruppo a fare la differenza e c'è sempre bisogno di tutti.

Mi attacco al discorso del gruppo, perché tu sei il capitano di Riviera Basket Rimini. Che responsabilità senti nei confronti della squadra e dei compagni?

Io cerco di essere me stesso ed il più sincero possibile con tutti i ragazzi. Autenticità e sincerità credo siano le due cose che pagano di più al mondo. Fare il capitano vuol dire essere un esempio, dentro e fuori dal campo. Fuori dal campo devo principalmente trasmettere sempre positività, anche se magari non ho avuto una gran giornata, devo cercare sempre di trasmettere motivazione e quel fuoco che ti carica e permette di far fare la differenza a tutti: a chi è in panchina, a chi è in campo ed anche a chi è sugli spalti.

Quando sei in campo tutto cambia. Sei il capitano in campo e devi dare il buon esempio, ovverosia allenarti sempre e non mollare mai.

Pensa che l'altro giorno guardavamo con il presidente gli allenamenti della stagione e ci siamo accorti che ne ho saltato solo uno nell'arco di tutto l'anno. Questo credo sia l'esempio più importante: esserci sempre. Anche se hai problemi a casa, con la famiglia, problemi personali: devi trovare il modo di passarci sopra ed essere presente. Dopo ai miei "leoni" ogni tanto anche qualche parolina un po' fuori dai denti va detta, ma per essere presi sul serio ed ascoltati, ci deve essere una credibilità che si guadagna solo sul campo con l'impegno.

Molte persone vedono la disabilità prima della persona. Per quanto mi sento di dire che Rimini sia una città abbastanza evoluta da questo punto di vista, hai mai dovuto combattere contro questo tipo di pregiudizio?

Guarda, combattere bisogna sempre combattere. Quando incontro ragazzi che hanno avuto incidenti simili al mio, mi rendo conto che vivono in una situazione più agiata e su misura rispetto a quando ero ragazzo io. Oggi abbiamo la spiaggia per disabili, un lungomare attrezzato e bellissimo, e tanti altri accorgimenti sono stati fatti col tempo.

Più che sull'accessibilità dobbiamo ancora lavorare molto sulla mentalità delle persone: siamo ancora un po' indietro. A noi a Rimini non ci è mai mancato nulla: abbiamo il mare, la spiaggia, il turismo... Quindi sai certe volte poi ti succede che non sei in grado di metterti nei panni degli altri che vivono situazioni un po' meno agiate. Girando un po' tutta l'Italia vedo che la nostra nazione è un po' divisa: quando inizi a salire caratterialmente sono più chiusi ma hanno una mentalità molto più aperta sulla disabilità. Viene tutto più naturale. Qui certe volte devi un po' pregare perché vengano fatte le cose. Bisogna lavorare sulla testa delle persone.

L’altro giorno ho visto uno spezzone della vostra finale durante RiminiWellnessOFF - il fuori salone della fiera del Wellness - e ho notato la grande fisicità che richiede un match di basket in carrozzina. Cosa vorresti che il pubblico comprendesse davvero assistendo a una vostra partita di basket? Che dinamiche ti piacerebbe fossero più chiare ad uno spettatore?

Sì, ci diamo continuamente delle grandi sportellate (ride nda). Comunque intanto partiamo dal fatto che lo scopo principale rimane fare canestro.

Una cosa che cambia però è che quando tiri non sei mai stabile: un po' per te, un po' perché comunque hai qualcuno che dal fianco ti muove la carrozzina. Non è come quando tiri quando giochi a basket dove solitamente non c'è contatto o se c'è è sempre considerato fallo. Ci sono anche i falli nel basket in carrozzina, però diciamo che una parte di contatto c'è sempre. Aggiungici il fatto che poi siamo seduti ed il canestro è sempre 3.05m: la distanza tra il rilascio della palla ed il ferro è quindi più ampia e di conseguenza è più difficile realizzare canestri.

Curiosità: in questo momento il basket in carrozzina si sta evolvendo sulla falsariga del basket? Ovverosia tanto tiro da tre e azioni più veloci o nada?

Quest'anno ci siamo evoluti anche noi in questa direzione, quindi ti direi di sì: anche nel basket in carrozzina c'è questa tendenza.

Che messaggio daresti a chi sta vivendo un momento di difficoltà e pensa di non riuscire a ripartire?

Il messaggio più bello che posso dare, come ti dicevo prima, è essere sempre autentici perché paga sempre. Poi bisogna non mollare mai e pensare sempre positivo, anche nelle giornate no. Questi sono i miei tre capisaldi. Il mio quarto caposaldo è la pesca (ride nda). Adoro andare a pescare: la pesca è l'hobby che riesce più di tutti a rilassarmi.

C’è una domanda che non ti ho fatto a cui ti avrebbe fatto piacere rispondere?

Guarda, io se sono qua è grazie alla mia famiglia e alla mia bimba che oggi mi ha lasciato un bigliettino (tira fuori il bigliettino nda) e mi fa "Babbo so che stasera vai a fare l'intervista!" e mi ha disegnato questo cuore blu. Ogni volta che faccio qualcosa lei vuole essere aggiornata, e quando ho interviste mi vuole sempre fare un regalo in modo da ricordarmi di salutarla. Quindi volevo salutare lei e la mia compagna Elisa, che mi supporta e soprattutto mi sopporta.

Sai, si dice che dietro un grande uomo c'è sempre una grande donna, ma non mi piace definirmi un grande uomo. Sono un uomo che sta cercando di migliorarsi. Mi sento ancora in rampa di lancio, con tanta voglia di migliorarmi non solo come giocatore e capitano della mia squadra, ma anche come padre che è di gran lunga il lavoro più bello che esista.

Mirco, grazie mille.

  • Nato a Rimini l’11/06/1990. Laureato in Giurisprudenza, adora disquisire di sport ed America. Ogni tanto scrive, solitamente legge. Sogna un giorno di poter assistere ad una partita allo Staples al fianco di Jack Nicholson.

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