
Il Mondiale visto da Cali: Colombia-Uzbekistan
Un reportage direttamente dalla Colombia, che racconta le emozioni del popolo Cafetero.
Cali.
Lo dico subito: se la Colombia è il Paese in cui vivo da cinque anni e la nazionale colombiana è una cumbia che mi scalda il cuore, l’Uzbekistan è solo il mio migliore amico appassionato di Asia. Quello che, invece di venire a trovarmi in Colombia, ha viaggiato in Uzbekistan. Lui dice che là il contrasto tra l’architettura sovietica e quella musulmana avvolge e confonde. Io immagino Stalin abbracciato a Maometto. Ma soprattutto mi racconta che gli uzbeki mettono il coriandolo anche sul gelato. Un dettaglio che mi fa pensare che, forse, Colombia e Uzbekistan non sono poi così distanti.
Dell’Uzbekistan, ora che sono iniziati i Mondiali, conosco anche la scelta esotica dell’allenatore, l’italiano campione del mondo Fabio Cannavaro; il capocannoniere del campionato turco Eldor Shomurodov; il difensore del Manchester City Abdukodir Khusanov. Anche se ho dovuto copiare e incollare i loro nomi da Wikipedia. L’Uzbekistan è la prima nazionale dell’Asia Centrale e la terza proveniente dal dissolvimento dell’Unione Sovietica a qualificarsi a un Mondiale. Un risultato che non è figlio del caso ma coincide con la crescita del calcio uzbeko a livello giovanile: nel 2023 la nazionale Under 20 ha vinto la Coppa d’Asia, nel 2024 l’Under 23 è arrivata in finale e nel 2025 l’Under 17 l’ha vinta.
La Colombia si presenta al Mondiale dopo aver perso – solo ai tempi supplementari – la Copa América 2024 contro l’Argentina e aver disputato un buon girone di qualificazione. La formazione schierata all’esordio contro l’Uzbekistan ha coinciso per otto undicesimi con la titolare della Cópa América, le novità sono state soltanto una per reparto: Jhon Lucumí ha guadagnato un posto in difesa, Luis Suárez in attacco, mentre Gustavo Puerta sembra per il momento aver messo in panchina Richard Rios. Il centrocampista ha ventidue anni e gioca nel Racing de Santander, squadra appena promossa dalla serie B spagnola alla Liga.
Guardo la partita in strada, in una tienda che fa angolo, nella zona della Loma de la Cruz, a Cali. Sono con gli amici con cui gioco a calcio il martedì sera e con le amiche che mi ricordano le simpatie di estrema destra dei giocatori della Colombia. Il proprietario della tienda si chiama Holmes, detto Pitufo, il Puffo: un uomo sorridente sui cinquant'anni. Ha installato uno schermo fuori dalla tienda, ben ancorato alle reti metalliche che la proteggono, e messo delle sedie gialle della Poker, una delle birre nazionali, in strada.
La gente inizia ad arrivare numerosa, vestita con maglie gialle, maglie blu e maglie bianche dedicate al centenario. Le sedie non bastano e Pitufo inizia a tirare fuori le casse di plastica dura che contengono le birre per far sedere chi è rimasto in piedi. Qualcuno si è anche portato lo sgabello pieghevole da casa.

In Colombia, quando gioca la nazionale le strade sono invase da maglie gialle. La gente se la mette per andare al lavoro e la tiene addosso fino alla partita. Uomini, donne, anziani, bambine: è sempre così, anche per un’amichevole, immaginate per la prima partita del Mondiale. In queste settimane però si è scatenata una guerra simbolica per la maglia della nazionale.
Il Mondiale della Colombia è iniziato quattro giorni prima delle elezioni del nuovo Presidente della Repubblica: il 21 giugno si vota se continuare il cammino progressista, con il candidato di centro-sinistra Iván Cepeda, o se entrare nell’orbita dell’estrema destra MAGA, con il candidato Abelardo De la Espriella. De la Espriella ha iniziato a usare la maglia della nazionale per la sua campagna elettorale, indossandola e invitando i suoi sostenitori ad andare a votare con la maglia gialla. La sinistra istituzionale ha provato a riappropriarsene, indossandola e proponendo iniziative per stampare il nome del suo candidato sulla maglia.
Mentre un’idea più originale l’ha avuta il progetto di cultura calcistica e informazione politica Golpe de estadio che ha voluto rivendicare la maglia della nazionale come simbolo popolare e identitario, estromettendolo dalla dialettica politica dei partiti. E ha organizzato nelle piazze della capitale e di altre città stampe della maglia con figure della cultura popolare colombiana come la cantora Totó la Momposina, il teologo della liberazione Camilo Torres o il leader indigeno Quintín Lame.
Al fischio d’inizio della partita le polemiche sulla maglia della nazionale sembrano scomparire, e sembrerebbe che il pensiero delle elezioni mettersi per lo meno in standby. Fin dai primi minuti la Colombia, in maglia blu, è in controllo. L’Uzbekistan sembra davvero poca cosa, ma i cafeteros non riescono a farsi pericolosi. Al 16’, dopo un tenace recupero palla di Puerta, che mostra la qualità e la consistenza del suo calcio, Jhon Arias calcia da fuori area. La palla esce di poco.
Alla prima pausa di idratazione la Colombia ha già il 62% di possesso palla – finirà la partita con il 67% – ma non riesce a creare abbastanza per impensierire la difesa uzbeka. Pitufo grida con una birra in mano: «Hydration break! A consumare cervezas, forza!». Quasi tutti sorridono e ubbidiscono. Da lì in poi, ogni dieci minuti, Pitufo griderà: «Hydration break!» e riderà di gusto.
Alla mezz’ora mi chiedo: dov’è Lucho?. Luis Díaz non si è visto. Gli hanno lanciato qualche palla alta a cui non è arrivato o che è finita in fallo laterale. Le due stelle della squadra, lui e James, non stanno brillando. Due minuti dopo Arias imbecca Lucho in area con un bel filtrante e lui incrocia di sinistro, di prima intenzione. La palla supera il portiere ma sbatte sul palo: Lucho si è acceso.
Intanto Nestor Lorenzo, l’allenatore argentino della Colombia, mastica nervosamente la gomma da masticare e Cannavaro scuote la testa. Un minuto dopo Lucho brucia Khusanov che è costretto ad abbatterlo con un intervento in ritardo. Il difensore del Manchestar City non riesce a frenare la corsa e frana rovinosamente anche su un cameraman. La telecamera che stava inquadrando i due giocatori si ribalta come in una scena di un film. Sia Luis Díaz che il cameraman rimangono a terra doloranti. Khusanov viene ammonito.
Ancora Lucho al 39’, ormai senza freni, serve Luis Suárez in area, la palla carambola verso James, ma il suo tiro da dentro l’area viene respinto dalla difesa uzbeka. La Colombia recupera subito la palla, Jefferson Lerma per Johan Mojica, Mojica ancora per Lucho che inventa. Daniel Muñoz gli indica la via del passaggio con il braccio e Lucho la segue. «La verità è con Lucho ho una chimica molto bella e speciale, stiamo sempre insieme», dirà Muñoz nel post partita, «quando eravamo in autobus gli ho detto di guardare sempre il secondo palo e il mio movimento». È un assist delizioso per uno splendido gol al volo del laterale del Crystal Palace.
Muñoz ha un passato nella barra brava dell'Atlético Nacional di Medellin. Si trovano sue foto da giovane in curva e in trasferta. Non ha giocato la finale di Copa América perché si è fatto espellere in semifinale per aver rifilato una gomitata a Manuel Ugarte. In America Latina, chi appartiene alle barras bravas viene stigmatizzato come violento. Il pregiudizio di classe tende a etichettare gli integranti delle barras, per lo più provenienti da barrios populares, come delinquenti. Che un barrista abbia segnato il primo gol della Colombia al Mondiale 2026 è una bella storia.

Sul finale del primo tempo la difesa uzbeka chiude bene su una bella combinazione tra Lucho, James e Arias. Il secondo tempo inizia con il solito possesso colombiano. Al 52’ Puerta fa una piroetta su sé stesso in mezzo al campo e lascia indietro gli uzbeki, poi la tocca per James che apre per Mojica. Il difensore del Mallorca la mette in mezzo, ma Suárez non riesce a impattare di testa.
Al 60’ accade l’inaspettato: dalla trequarti il centrocampista Akmal Mozgovoy prova un filtrante in verticale ma il passaggio sembra troppo profondo. Dostonbek Khamdamov ci arriva e riesce a mettere la palla in mezzo prima che esca dalla linea di fondo. Gran girata al volo di Shomurodov, fino a quel momento impalpabile, brutto errore del portiere Camilo Vargas e l’attaccante Abbosbek Fayzullayev insacca di testa. È il pareggio Uzbekistan. Il pubblico della tienda ammutolisce e qualcuno rompe il ghiaccio facendo notare che la bandiera dell’Uzbekistan ha gli stessi colori della bandiera di Cali.
Tre minuti dopo ancora Puerta, migliore in campo fino a quel momento, lotta su un pallone e libera il passaggio di James, che mette in area. La palla rimane lì, ma né Suárez, né Lucho, né Arias riescono a metterla dentro. Alla fine il tiro di Arias viene respinto dal difensore Abdulla Abdullaev. Cannavaro, inquadrato, si mangia nervosamente le unghie.
Al 65’ Puerta ruba ancora una palla a metà campo, al malcapitato Shomurodov, e si invola verso l’area. Apre a sinistra per Lucho che con il piatto destro insacca in rete nonostante la deviazione del portiere. L’esultanza è rabbiosa, con la lingua di fuori e lo sguardo spiritato Lucho esulta con Muñoz, si battono ripetutamente la mano destra e Muñoz sorride mettendo in evidenza il suo paradenti azzurro. Ventinove anni, prima presenza nel Mondiale, primo gol. Come Muñoz.
Lorenzo cambia: esce James, entra Jaminton Campaz. Energie fresche e una squadra più accorta sulle fasce per limitare i laterali uzbeki. La prima palla che tocca Campaz finisce quasi in gol. L’ala del Rosario Central ha dato elettricità alla squadra. Entrano anche Richard Ríos e Cucho Hernández al posto di Cuesta e Suárez. Puerta è stato uno dei migliori in campo, ha fatto l’assist per il 2-1 di Lucho ma è soprattutto grazie alla sua capacità di smarcarsi, associarsi e toccare la palla di prima che ha inciso e dettato i tempi del gioco colombiano, offrendo tranquillità al centrocampo colombiano e mettendo in ombra persino James, autore di una prestazione piuttosto opaca.
All’85’, dopo un numero di Arias, Lerma si mangia un gol e un minuto dopo Campaz spreca una bella occasione. Al 90’ si ripete quasi l’inaspettato: l’Uzbekistan va vicinissimo al pareggio con un’azione corale che porta al tiro Mozgovoy da buona posizione. Due minuti dopo ci provano ancora gli uzbeki con un cross insidioso in area.
La Colombia tira un respiro di sollievo e chiude la partita grazie all’energia e alla caparbietà di due dei subentrati. Hernandez lotta sulla fascia destra e viene travolto da Jakhongir Urozov, è fallo ma l’arbitro non fischia, il giocatore del Real Betis si rialza, va in spaccata e mantiene in campo una palla che stava uscendo, dribbla il difensore e mette in mezzo un cross perfetto per la testa di Campaz che arriva come un treno e mette in rete. Siamo già oltre gli otto minuti di recupero. La partita è praticamente finita, ma c’è ancora tempo per un’ultima emozione: una botta da fuori di Behruzjon Karimov che spacca la traversa.
Pitufo stappa un’altra birra, fa le foto, sorride, è visibilmente alticcio e felice. La gente si alza dalle casse di plastica, qualcuno intona una canzone per Cepeda, qualcun altro ormai ci ha preso gusto con l’Hydratation Break. Penso al mio amico, che invece di venirmi a trovare è andato a Samarcanda, in Uzbekistan. Gli scriverò che il Derby del coriandolo l’ha vinto la Colombia, ma che fino al 98’ l’Uzbekistan ha resistito e ha creduto nel pareggio. E che, comunque, a me il coriandolo piace. Chissà, forse anche sul gelato.
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