
Mondiale 2026, Tshabalala #4 - A volte va bene e a Woltemade
È già il Mondiale dei rimpianti?
Torno a scrivere questa rubrica dopo una settimana, una settimana piena, intensa e devo dire anche bella e ricca di soddisfazioni. Sono stato a Roma e sapevo che avrei dovuto fare questo viaggio da gennaio, e Dio solo sa quanto avrei sognato di vivere Roma nel periodo dei Mondiali, magari vedere nella Capitale una partita della nostra nazionale. Sarebbe stato fantastico. Eppure, nonostante non abbia visto nessuna partita dell'Italia e poche del Mondiale in generale, forse è stata un'esperienza che mi ha aiutato ancora di più a immergermi nel clima che si respira in questi giorni.
Ho visto dappertutto bandiere e magliette dell'Ecuador, tanta Germania, tanta Argentina, tanta Francia, un po' di Marocco, un po' di Turchia, ognuno con la sua maglia, il suo nome, il suo numero, e allora è stato un po' come fare la collezione delle figurine. Mi sono divertito in questa caccia febbrile, anche se Roma non è una città abbastanza hipster per regalarmi baristi con le casacche di Haiti o passeggeri dell'autobus con i volti dipinti coi colori dell'Uzbekistan.
Sono state giornate frenetiche in cui ho seguito il Mondiale a spizzichi e bocconi. Chi era presente con me in quei giorni può avermi sentito parlare di come fossi assolutamente certo che la Spagna avrebbe fatto un solo boccone di Capo Verde, di come Belgio e Uruguay avrebbero dominato il loro girone, di come avessi una certa predilezione per l'avventura degli iraniani in questa Coppa del Mondo, per questioni assolutamente non politiche, sia chiaro. Sono stati giorni bellissimi, soprattutto perché li ho condivisi con alcune delle persone a cui voglio più bene al mondo, e questo è il mio consiglio di giornata: andate a guardare le partite con le persone che amate.
In un mondo di amicizie e costrizioni forzate, dove perfino chi non sa distinguere un fuorigioco da un calcio d'angolo si ritrova a ridere fino alle lacrime davanti ai meme su Ancelotti ed Endrick, ai tanti che parlano del Brasile senza saper dire chi alleni la nazionale, forse uno dei pochi pregi di questi Mondiali iper-commercializzati, iper-trasmessi, iper-social è proprio la loro capacità di farsi raccontare anche da chi il calcio non lo segue. Cercate di vivervela con chi conta davvero.
Ma vi dicevo delle mie previsioni assolutamente vuote. Del resto, io di calcio non ne capisco niente, e lo dico con cognizione di causa. I miei amici mi prendono ancora in giro per il mio accorato dispiacere per la presenza di Frattesi nella squadra che ha vinto la partita più bella della storia: volevo che lo vendessimo al più presto e quello mi segna il gol del 4-3 nella partita tra Inter e Barcellona. A settembre litigai con il mio amico Paolo asserendo che Çalhanoğlu dovesse andarsene via dall'Inter il prima possibile. Il mio storico delle scommesse perse in questi giorni parla abbastanza per sé, e questo mi accomuna a tante squadre di questo Mondiale.
Quanti tiri servono per fare un gol? La Turchia è stata eliminata dopo aver messo insieme sessantadue tiri in due partite, contro Paraguay e Australia, senza segnarne uno: record dal 1966. Sessantadue conclusioni, pali, traverse, salvataggi miracolosi, e zero gol. Montella ha detto che in trentacinque anni di carriera non aveva mai visto niente del genere, e faccio fatica a non credergli.

Ieri sera Costa d'Avorio-Germania e Ecuador-Curaçao hanno continuato su questa linea. Eloy Room, portiere trentasettenne che gioca nella seconda divisione americana, ha messo insieme quindici parate in novanta minuti, la seconda prestazione della storia dei Mondiali dopo le sedici di Tim Howard nel 2014, che però arrivarono anche ai supplementari. Ha regalato a Curaçao, lo stato più piccolo nella storia della competizione, il primo punto della sua storia in un Mondiale. In un Mondiale, con buona pace di quelli che non sentivano lo spirito che si respira in queste settimane.
La Costa d'Avorio ha perso una partita che avrebbe potuto e dovuto vincere, se Adingra all'88' non avesse spento il cervello davanti a Neuer: servito da Pepé in posizione perfetta, ha stoppato il pallone invece di tirare di prima e si è fatto rimontare dalla difesa tedesca. Fosse entrato quel gol staremmo parlando di una Germania in crisi e di una Costa d'Avorio sulla cresta dell'onda. E invece la Germania è ai sedicesimi a punteggio pieno, nonostante una partita ampiamente negativa, grazie alla doppietta di Undav dalla panchina e a una profondità della rosa che alla fine fa sempre la differenza.
Mi ha fatto pensare. Quante squadre se ne andranno via da questo Mondiale con il rimpianto? Il Sudafrica o la Repubblica Ceca, che sono state tra le squadre peggiori della competizione fino a questo momento, torneranno a casa con i loro gettoni di presenza, contente di essersi fatte un viaggio in Messico, che peraltro a giugno è una destinazione splendida. Ma quante squadre se ne andranno consapevoli che avrebbero potuto fare di più, a domandarsi per tutta la vita cosa sarebbe successo se quel pallone fosse entrato, se non avesse sbattuto sul palo, se avessero tirato invece di tergiversare davanti al portiere?
Quante volte mi sono trovato nella stessa situazione? Quante volte ho pensato ai rimpianti che ho avuto nella mia vita, molto più in piccolo, ma abbastanza sentiti da farmi rimanere sveglio la notte? Quante volte ho sbagliato gol facili? Quella volta in cui non mi sono candidato a rappresentante d'istituto. Quante volte non ci ho provato con la ragazza che mi piaceva. Quante volte avrei dovuto passare più tempo con la mia famiglia, con i miei amici. Quella volta in cui avrei dovuto iscrivermi al corso di teatro della scuola.
Da buon classicista ho sempre amato le tragedie di Eschilo, di Sofocle, di Euripide, e da loro ho imparato che il dolore, guardato da fuori, può offrire un sollievo catartico che aiuta ad affrontare i dolori propri e reali. Queste partite in cui la palla non entra, che ti fanno rivivere la frustrazione, il rimpianto, la disperazione, producono in me lo stesso effetto della Medea o de I Persiani. Anche perché poi, ogni tanto, il calcio premia chi sa soffrire, sognare e aspettare, regalandoti la carota dopo aver inseguito il bastone: il primo storico punto di Curaçao, conquistato da un Paese che, messo tutto insieme, ha più o meno gli abitanti di Foggia.
Se il calcio sta diventando uno spettacolo sempre più costruito a tavolino, allora regalateci più tragedie come queste.
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