
Stati Uniti-Australia 2-0, Considerazioni Sparse
Grazie ad un'altra convincente vittoria ai danni di un'Australia senza idee, gli Stati Uniti mettono le mani sulla qualificazione ai sedicesimi.
L’Australia ha messo in atto un piano gara estremamente semplice, nato mesi prima della partita di questa sera, il giorno stesso in cui questo girone D è stato sorteggiato. Quel giorno, una volta scoperto che gli Stati Uniti avrebbero sfidato l’Australia, l’opinionista di CBS Mike Grella - nessuna parentela col calciatore australiano - ha definito l’avversario come un “layup” per gli uomini di Pochettino.
L’Australia non l’ha presa bene, e lo si è visto anche in campo. Una nazionale già difensiva e chiusa per natura ha puntato con forza sul duello fisico, con scontri fin dai primi minuti estremamente duri, e un approccio belligerante che è durato fino alle scaramucce degli ultimi quindici minuti della partita, un pesante ingorgo in cui c’è stato pochissimo calcio e molti più calci. Al di là di questo, però, l’Australia non ha avuto quasi nient’altro.

Se nell’ultima mezz’ora gli australiani hanno provato ad alzare il baricentro, trovando al massimo come soluzione dei cross alti per l’unica punta Irankunda - 175 centimetri di altezza - e le progressioni di Volpato, forse il miglior giocatore dei suoi, per il resto l’Australia è stata semplice passeggera della partita, portata sull’ottovolante da degli Stati Uniti che, ancora una volta, hanno giocato come se fossero nel flusso.
La squadra di Pochettino, pur orfana di un Pulisic capace di essere fondamentale nelle trame offensive del primo tempo dominante con il Paraguay, non ha mancato di esercitare, anche qui per lo più in un primo tempo che ha messo in chiaro le cose e reso non necessario spingere al massimo nella ripresa, un controllo totale sul campo e una fluidità assolutamente liberatoria e capace di incoraggiare i propri giocatori a prendersi la scena.

Al posto di Pulisic, il tecnico argentino ha optato per una scelta sorprendente, mettendo una punta come Ricardo Pepi che fino ad ora era sempre stata vista come alternativa a Balogun. Questo ha cambiato la conformazione degli Stati Uniti in fase di non possesso, che a riposo si piazzavano in un 4-4-2, ma in possesso si sono viste cose molto simili.
L’idea di una nazionale che imposta con tre difensori, con gli esterni a pestare la linea laterale, una punta a impegnare la difesa, e Adams perno centrale affiancato ogni volta da un cast rotante e completamente fluido di giocatori è rimasto. La diversità rispetto alla partita col Paraguay è stata però che il posto di Pulisic nel mezzo spazio di sinistra se lo è preso Balogun, capace di abbandonare spesso le aree centrali per ricevere, dribblare, tagliare e anche crossare, come nell’occasione del primo gol della partita.

Anche oggi gli Stati Uniti non hanno avuto particolari problemi ad aggirare un blocco basso e ad entrare in area dai vertici dei due angoli alti, espletando un dominio sulle fasce che è frutto di un approccio super offensivo, con tanti giocatori sempre disponibili a offrire rapide combinazioni dal centro - come quella da cui è nato il filtrante di Robinson per Balogun da cui è originato l’autogol di Burgess - ma soprattutto di giocatori che rappresentano perfettamente l’ethos di questa squadra.
Jedi Robinson è ormai una garanzia, in questo senso, ma forse ha sorpreso molti, soprattutto i suoi ex tifosi milanisti, un Sergiño Dest sempre desideroso di attaccare l’uomo e sempre alla ricerca del dribbling affilato come un coltello sulla giugulare avversaria.

Dietro di lui, la partita è servita a offrire la definitiva certificazione delle qualità di Alex Freeman come un giocatore di altissimo livello. Il figlio di Antonio, wide receiver NFL vincitore di un Super Bowl con i Green Bay Packers, ha celebrato con un gol la crescita stratosferica del suo ultimo anno, anche se non aveva bisogno di una rete per confermare quanto sia importante per questa nazionale, che è grazie a lui capace di bilanciare il passaggio da una difesa a quattro a una a tre tra non possesso e impostazione.
La nazionale statunitense sembra aver completato un processo di maturazione lungo, complesso, non senza inciampi, ma che tutto sommato è riconoscibilmente lo stesso dai primi mesi del 2018, nelle amichevoli successive alla mancata qualificazione mondiale.
La versatilità di questo gruppo ha permesso ad un allenatore come Pochettino di applicare idee moderne, mischiando un’intensità feroce con una libertà e una leggerezza nelle combinazioni offensive che sembra l’opposto, una sorta di kill them with kindness. L’Australia, invece, non è stata in grado di superare le polemiche del pre-partita, impostando una partita senza particolari idee se non un presunto senso di rivalsa per delle polemiche ormai lontane nel tempo. E il campo, sia pure tramite il contributo di un paio di fortunati rimbalzi in occasione di entrambe le reti, non ha fatto altro che dare ragione a chi ha provato a regalare una partita divertente.
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