
Francia-Senegal: una partita che racconta della storia coloniale francese
Questo mondiale, e in particolare la partita Francia-Senegal, certifica una nuova coscienza di classe delle terze generazioni francesi.
Nei momenti antecedenti il fischio d’inizio delle partite della massima competizione per selezioni nazionali l’inno delle due squadre contendenti risuona negli stadi. Quando risuona la Marsigliese, con le sue parole dense di orgoglio rivoluzionario, trattenere l’emozione diviene spesso esercizio fin troppo complesso visto che universalmente non è solo l’inno francese ma una marcia contro ogni oppressore.
Eppure quelle parole (che Benzema definì "inno di guerra") che riecheggiano nella case senegalesi arrivano con un’altra eco, con un significato rovesciato: il 4 aprile 1960, il Senegal proclamava la propria indipendenza dalla Francia, dopo un lungo processo di negoziazione guidato da Léopold Sédar Senghor, (poeta, intellettuale e futuro primo presidente del paese, autore dell’inno nazionale nonchè fautore di négritude, un movimento culturale e politico nato per valorizzare l'identità e la dignità dei popoli neri, che influenzò profondamente la filosofia politica del paese), senza passare per una guerra d’indipendenza violenta come avvenne altrove nel continente africano. Per chi oggi ha sessanta o più anni le note marsigliesi hanno sempre assunto, quindi, un retrogusto amaro di oppressione e vessazione.
La dominazione coloniale francese nel paese africano, iniziata nel 1638, ha comportato lo sfruttamento non solo delle innumerevoli risorse minerarie e di materiali presenti ma le coste senegalesi hanno rappresentato (fino al 1815) uno dei principali snodi del commercio degli schiavi nell’Atlantico.
Dal XV secolo l’isola di Gorée e Saint-Louis sono stati i centri più importanti della tratta dove migliaia tra donne, uomini e bambini venivano spediti verso le Americhe. A ciò, va necessariamente annoverato uno tra i più grossi crimini che la Francia commise verso il popolo seneglaese. Il primo dicembre 1944 nelle periferie di Dakar un plotone di soldati neri dell’esercito francese fu massacrato dai propri superiori dopo essere rientrato dall’Europa, dove aveva preso parte alla liberazione di Parigi.
Il colonialismo è un fenomeno davanti al quale moltissimi paesi europei, tra cui anche e soprattuto la Francia, difficilmente riesce a fare i conti sia in termini di politica estera che interna. Se da un lato il controllo sulle ex colonie avviene ancora, indirettamente (o meglio, economicamente), dall’altro l’estrazione umana avvenuta nel corso dei decenni ha creato una società dalle moltissime sfaccettature culturali ed etniche senza ancora addivenire a una completa integrazione. Si pensi che solo nel 2025 l'esercito francese ha chiuso le sue basi presenti nel territorio senegalese.
I cittadini colonizzati (non solo senegalesi ma magrebini e di altre provenienze coloniali) e arrivati in Francia erano (e sono a tutt’oggi) spesso concentrati nelle periferie urbane, le più note banlieue: complessi residenziali operai e di manodopera costruiti adiacenti alle fabbriche. Questi quartieri sono da decenni oggetto della politica francese influenzandone andamenti, dibattiti spesso con la sola miopica visione razziale senza attenzionare il grande apporto culturale e sociale. Il dibattito nazionale si è focalizzato sulla dicotomia razzializzata tra una periferia "violenta" (appunto, la banlieue) e un centro cittadino "civilizzato”.
La Francia ha un focus di estrazione umana decisamente selettivo nei confronti delle persone di origine Africana: solo alcuni sono ritenuti degni della cittadinanza francese, ma anche chi di origine africana e nato nel paese affronta una discriminazione strutturale poiché, per l'appunto, non viene visto come pienamente francese. Un indicatore sullo stato di marginalizzazione di queste persone si può trovare nelle statistiche carcerarie: stando ai dati forniti dal Senato Francese nel 2025 su circa 72.000–86.000 persone recluse, poco meno di un quarto possiede un passaporto non francese, circa il 24.5%.
In questo contesto, il calcio si è inserito con estrema forza nelle dinamiche sociali capendone l'enorme potenzialità in termini di serbatoio umano e tecnico. Del resto, il calcio è un affaire della working class e valvola di sfogo soprattutto nei contesti più poveri e marginalizzati.
La Federazione calcistica francese ha, quindi, portato avanti quello che è forse il sistema di accademie giovanili più efficiente al mondo. Il Centro Nazionale del Calcio di Clairefontaine sta sfornando da decenni giocatori di seconda, terza e quarta generazione con un tasso tecnico incredibile, basta leggere la attuale rosa dei mondiali dei Blues. Questo sistema delle accademie ha sostituito l'organizzazione coloniale del calcio francese con la gestione postcoloniale di generazioni di calciatori nati in Francia i cui genitori o nonni provenivano dalle colonie.
Clairefontaine e la Federazione francese attingono al linguaggio della "coesione sociale" per disciplinare i giocatori. Per esempio, Patrice Evra, il terzino di origine senegalese e capitano della squadra nel 2010, guidò i giocatori in un boicottaggio contro quello che vedeva come un razzismo istituzionale all'interno della squadra in seguito all'esclusione di un compagno. La risposta della Federazione francese fu di mettere in panchina Evra durante il torneo incolpandolo di “minare l'unità nazionale della Francia”.

A tal proposito, prima della Coppa del Mondo in Russia, Emmanuel Macron, visitando il centro di allenamento a Clairefontaine ha espresso la sua fiducia nel potere unificante del calcio: "La Coppa del Mondo è importante per il nostro Paese, per i nostri giovani... Lo sport fornisce modelli, esempi da seguire. Laddove i genitori non sono all'altezza, quando le situazioni sono difficili, a volte è allo sport che le persone si aggrappano. Avere una squadra che difende i nostri colori fa bene alla coesione nazionale."
Il successo che le varie nazionali francesi dal 1998 a oggi sta consolidando a ogni competizione a cui partecipa sta promuovendo un volto del colonialismo francese in termini di una Repubblica unita e universalista. Tuttavia, soprattutto da quando il RN (il partito fascista di LePen e Bardela) sta assurgendo come serio candidato a esprimere l’inquilino dell’Eliseo, questi atleti vengono bersagliati per le loro origini di immigrati.
Si pensi che con un sondaggio dell’IFOP all'indomani della Coppa del Mondo 2018 ha mostrato che i francesi erano molto meno disposti rispetto al passato a considerare il risultato come un simbolo di unità, coesione nazionale, patriottismo e ottimismo.
Il cambiamento di mentalità in dieci anni è evidente: nel 1998, l'88% dei francesi intervistati riteneva che la vittoria della Coppa del Mondo avesse "sviluppato un clima di intesa tra i francesi", ma nel 2018 questa cifra è scesa al 51%. Sempre nel 1998, il 57% degli intervistati credeva che la vittoria del Mondiale avesse "rafforzato il patriottismo e l'attaccamento alla Francia", mentre vent'anni dopo solo il 39% si è detto d'accordo.
Solo differente emotività tra la prima vittoria in assoluto della Coppa? Non porprio se si legge questo sondaggio parallelamente al fatto che nel 2017 Emmanuel Macron ha ottenuto il 66% dei voti e Marine Le Pen il 34%. Cinque anni dopo, il divario si è ulteriormente ridotto: Emmanuel Macron 59%, Marine Le Pen 41%.
Il crescente clima di razzismo ha da sempre spinto i giocatori francesi a parlare chiaramente. Kylian Mbappé, Jules Koundé e Marcus Thuram incoraggiarono le persone a votare e, soprattutto, a rifiutare l'estremismo del Rassemblement National di Marine Le Pen. Prima di loro Marcel Desailly e alcuni suoi compagni di nazionale, nel 2002, condannarono pubblicamente il razzismo promosso dal noto Front National all’epoca sotto la guida del padre di lei.
Nel 2024, questo ha creato una situazione imbarazzante per la Federazione calcistica francese (FFF), la quale ha cercato di difendere la libertà di espressione dei propri giocatori e, al tempo stesso, ha insistito sulla propria necessità di rimanere politicamente neutrale in quanto organizzazione sportiva. Il suo presidente, Philippe Diallo, ha espresso il desiderio di "evitare qualsiasi forma di pressione e di strumentalizzazione politica della nazionale francese".
Poco prima di questo mondiale, sempre Mbappè ha sferzato Bardela (Candidato all’Eliseo del RN): “la politica mi riguarda, so cosa significa e quali conseguenze può avere per il mio Paese quando persone come loro arrivano al potere. Quindi sì, siamo cittadini. Abbiamo il diritto di far sentire la nostra voce, come tutti gli altri“
La consapevolezza culturale delle proprie origini e la crescente xenofobia sta spingendo molti giocatori francesi di terza generazione a scegliere le selezioni nazionali dei paesi di origine di uno o di entrambi i genitori, generando una fase d’inversione di tendenza. Durante la scorsa edizione dei mondiali 34 calciatori con passaporto francese hanno giocato per squadre africane: Tunisia (10), Senegal (9), Camerun (8), Ghana (4) e Marocco (3). Questa migrazione alle origini sta portando ad una crescita esponenziale di importanti nazionali in Africa, che schierano rose di "diaspora". Al tempo stesso, questo fenomeno ha posto i riflettori su come le nazioni europee "estraggano" e selezionino accuratamente il talento umano dal Sud del mondo.
A tal proposito, due dichiarazioni di altrettanti giocatori rappresentativi personalmente e per heritage sono dirimenti.
Karim Benzema, sul tema del perché non scelse la nazionale algerina, rispose: “Se si ascolta bene, la Marsigliese chiama alla guerra e questo non mi piace […] L'Algeria è il Paese dei miei genitori, ce l'ho nel cuore. Ma poi, in termini sportivi, è vero che giocherò per la nazionale francese. È più per l'aspetto sportivo, perché l'Algeria è il mio Paese, i miei genitori vengono da lì, quindi in realtà la Francia è una scelta sportive”; Luca Zidane, viceversa: “Tutta la mia famiglia è orgogliosa di me e sostiene la mia scelta. Mio nonno è felice che io sia in Algeria e che abbia preso questa decisione".
Fa bene, quindi, Adani a inizio telecronaca di Francia–Senegal a ricordare come quasi 99 giocatori partecipanti a questa edizione della Coppa del Mondo siano nati e cresciuti in Francia, ma prima di poter ridurre il fenomeno a semplice bravura della Federazione, circostanza non smentibile, deve essere ricordato che il serbatoio umano che compone la Francia attuale ne esprime il passato coloniale, brutale ed estrattivo nonché il futuro consapevole delle nuove generazioni. C’è una coscienza di classe latente e crescente delle nuove generazioni che si spera possa interrompere la spirale xenofoba e remigratoria che sta avvolgendo il paese transalpine e che potrebbe travolgerlo l’anno prossimo.
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