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Leo Messi
, 19 Giugno 2026

Lettere dal Mondiale #2: a Leo Messi e alla grazia di averti visto


Ancora una volta Leo Messi ci ha ricordato che, come lui, non ce sono stati, non ce ne sono e non ce ne saranno mai.

Caro Leo,

Diciassettesimo minuto. Kansas City. De Paul ti serve una bella palla in verticale che spacca in due il centrocampo dell’Algeria… e tu fai la cosa che ti abbiamo visto fare mille volte e che mille volte non siamo riusciti a capire. 4 tocchi, ti sposti il pallone sul sinistro, la palla sembra partire piano, quasi pigra, e poi invece centimetro dopo centimetro accelera, prende un giro strano e finisce dove le mani non arrivano.

Le mani, stanotte, erano quelle del figlio di Zidane. E forse solo noi, i malati di memoria, che riannodiamo le nostre esistenze pensando al luogo dove eravamo quando si giocava una determinata partita, abbiamo sentito girare la ruota: vent'anni fa, in un Mondiale, il padre salutava il calcio con una testata. Stanotte, Leo, hai piegato le mani al figlio. Le generazioni passano. Tu, sul prato, no.

Il 16 giugno 2006 un diciottenne, quasi diciannovenne, entrava a partita in corso contro la Serbia, segnava, serviva un assist, e in sedici minuti diceva al mondo che era arrivato. Il 16 giugno 2026, lo stesso giorno, vent'anni dopo, quello stesso uomo ne segna tre e si siede accanto a Klose. In mezzo, vent'anni. I nostri. Roba da togliere il fiato ed azzerare i pensieri.

Perché, come sempre accade nei mondiali, i destini individuali e i destini generali, per citare Vasco Brondi, si sovrappongono in un puzzle fatto di ricordi e rifrazioni e tutto quello che riguarda il pallone alla fine finisce per parlare anche di noi.

In vent'anni è cambiato tutto. È cambiato il modo in cui ci parliamo e gli oggetti che teniamo in mano, sono cadute certezze che credevamo eterne, abbiamo perso cose per strada e persone che non tornano. E sono cambiato anch'io che ti scrivo: non sono lo stesso che nel 2006 si sedeva davanti alla televisione per vedere un ragazzino entrare contro la Serbia. Ho un'altra faccia, la barba inizia inevitabilmente a diventare bianca, altre paure, un altro modo di guardare perfino una partita.

Il concetto è che il tempo, l’entità più preziosa che abbiamo nelle nostre vite, ti leviga e ti modella come fa il mare con le rocce. Il tempo, per una società che ci spinge a correre sempre più velocemente e ad aumentare la produttività, resta uno dei pochi criteri per misurare le cose che davvero contano. Quelle che vanno aspettate. Quelle che vanno assaporate. Quelle che vanno vissute. Quelle che si capiranno solo aspettando.

E tu, Leo, in mezzo a tutto questo crollare e ricominciare, come una luce innaturale, hai continuato a fare l'unica cosa che sai fare: rendere grazie al pallone. Non vincere, quella è una conseguenza naturale. Rendere grazie. Prenderlo tra i piedi e portarlo in una dimensione nuova, che prima di te non esisteva. Tutta tua. Quella che comincia dove finiscono le leggende. Perché i grandi li avevamo già visti. I fenomeni, i predestinati, i numeri dieci da incorniciare. Tu sei un'altra cosa. Sei l'unico abitante di una categoria che hai aperto tu.

E in tutto questo cambiare, tu sei sempre stato sullo stesso rettangolo verde, a parlarci nell'unica lingua che non ha bisogno di traduzione. Parli poco, Leo, e ci hai raccontato vent'anni. Le finali di Copa America perse, la finale drammatica nel 2014, con gli occhi bassi mentre passavi accanto alla coppa senza guardarla.

E la notte del Qatar, otto anni dopo, quando l'hai finalmente alzata e mezzo mondo ha pianto con te.  Lo vedi che torna il concetto del tempo o del volvér, come dite in argentina? Tutte le volte che ti abbiamo visto piangere, voler lasciare tutto, prenderti accuse da chi per vendere qualche copia in più ti ha infamato, ma anche per tutte le volte, e una volta di più, che ci hai fatto alzare in piedi da soli, in cucina, davanti a uno schermo gridando, “non è possibile”.

E adesso lascia che te lo dica, perché è la ragione vera di questa lettera.

In questi vent’anni il mondo è cambiato, ma negli ultimi ha preso una piega orrenda. Un mondo andato a fuoco un pezzo alla volta, le paure, le pandemie, le guerre tornate a fare rumore sotto le finestre. E nel mezzo di tutto questo c'era un uomo piccolo che giocava a pallone come se fosse la cosa più facile e più necessaria del mondo.

Galeano andava in giro con la mano tesa a chiedere l'elemosina di una bella giocata. Noi quell'elemosina l'abbiamo avuta in abbondanza, per vent'anni. Ci è stata fatta una grazia: essere vivi negli stessi anni in cui tu giocavi. Non è poco. Aver vissuto questi anni, è quasi tutto, per chi ama questo gioco. Un giorno lo racconteremo a qualcuno, che c'eravamo, che respiravamo la stessa aria e non ci crederà. Come noi non crediamo davvero a chi giura di aver visto Maradona con i propri occhi, o Di Stéfano.

Ma c'è anche il rovescio della grazia, ed è arrivato stanotte all'ottantesimo, quando sei uscito. Perché è naturale avere paura che le cose belle possano finire. È così.

Si è alzato tutto lo stadio e al tuo posto è entrato Nico Paz, uno che quando tu debuttavi muoveva i primi passi in qualche cortile. Per un secondo, dentro quella standing ovation bellissima, abbiamo visto anche la cosa che non volevamo vedere: un passaggio di testimone che prima o poi avverrà.

Il tramonto è l'ora più struggente del giorno per una ragione sola: la luce non è mai così bella come nell'istante in cui sta già sparendo. «Quando si è molto tristi si amano i tramonti», scriveva Saint-Exupéry. Forse è anche per questo che stanotte, mentre segnavi, non riuscivamo fino in fondo a essere felici. Perché in questo mondiale sappiamo che toccherà vederti, come si guarda una cosa che sta per finire. Esultiamo, e intanto, sotto, una parte di noi sa che è pronta a piangerti. È un lutto anticipato, questo nostro tifare.

Non so come si fa, dopo. Non so cosa faremo degli occhi, quando il rettangolo verde sarà vuoto della tua poesia calcistica. Forse li abbasseremo, come hai fatto tu nel 2014. Forse impareremo a guardare altri, e a chiamarli grandi, sapendo di mentire un po'.

Per ora c'è una cosa sola da fare, ed è la più semplice e la più difficile: stare a guardare. Non sbattere le palpebre. Restare svegli finché ci concedi di restare svegli, perché nessuno può pensare di portarsi a casa un tramonto come ci ha ricordato Tiziano Terzani.

Grazie, Leo.

  • Classe 1989, è autore di “Diez: l’Atlante dei numeri 10” e fondatore del progetto Garra & Fantasia. Speaker per EcoSportivamente, racconta lo sport come atto culturale prima ancora che agonistico.
    Dottore in Ingegneria gestionale con la fissa per la sostenibilità, fin da bambino sognava di vivere e raccontare storie di sport.

    È istruttore CONI–FIGC e Match Analyst: nel fine settimana lo trovate in qualche campo della Ciociaria, tra taccuini, pioggia e polvere.

    Ama il vino rosso, le rovesciate di Van Basten, i dribbling di Garrincha, la Pisada di Riquelme, la potenza dei tiri di Gigi Riva. Sogna un lungo viaggio in Sud America. “Sono le orme a fare il cammino. E il cammino è la ricompensa".

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