
L’età dell’oro si consacra al Roland Garros
Al Roland Garros è stata scritta una nuova pagina di storia del tennis maschile italiano.
“Parigi è sempre una buona idea”, così recita solenne nel film Sabrina (1954) Audrey Hepburn, talmente tanto celebre e cult da diventare il titolo di un romanzo dello scrittore immaginario Nicolas Barreau. È una storia d’amore leggera e molto di fantasia, quasi magica. Ecco, presentare questa storia come se fosse una fiaba incantata potrebbe davvero forzare eccessivamente l’incipit. Ma qualcosa di magico c’è: qualunque tipo di previsione razionale non avrebbe potuto tracciare le traiettorie del tabellone maschile del Roland Garros 2026.
Parigi è sempre una buona idea e lo è anche - forse soprattutto - in termini sportivi. L’Open di Francia è andato in scena nelle settimane in cui il PSG ha alzato al cielo la seconda Champions League consecutiva, portata poi materialmente sulla terra dello Chatrier.
Le premesse erano bollenti: l’ultimo incontro sul centrale parigino era stato il più lungo di sempre della storia del Roland Garros, quelle 5 ore e 29 minuti dove Carlos Alcaraz ha compiuto l’impresa (finora) migliore della sua carriera rimontando contro Jannik Sinner fino al super tie-break. Ma stavolta niente di tutto questo, né per i nomi, né per le modalità: scordatevi i cannibali del torneo, gli iper-favoriti del pronostico, i percorsi già delineati. In anni di Slam terminati sempre dagli stessi protagonisti, tanto prevedibili quanto spettacolari, stavolta la capitale transalpina ha mescolato le carte in tavola e ha giocato una mano a dir poco sorprendente.
A dirla tutta, peraltro, la Parigi del tennis non ha mai parlato così tanto italiano. Un pubblico da sempre prezzemolato e snobista nei confronti del “mal gusto” o dei nemici della propria patria non era mai stato travolto da cotanta potenza tricolore. Per la prima volta nella storia, tre italiani sono tra gli ultimi otto tennisti e vanno ai quarti di finale dello stesso Slam.
Non sarebbe neanche una notizia chissà quanto stupefacente: non si è mai visto un momento simile in Italia nel maschile in questa disciplina. Potrebbe far cambiare idea il fatto che, tra questi tre, non ce n’è nemmeno uno tra Darderi, Musetti e soprattutto Jannik Sinner. Solo uno è tra i quattro azzurri in top 20, gli altri due sono addirittura fuori dalla top 100. Leggere Flavio Cobolli, Matteo Berrettini e Matteo Arnaldi fa un certo effetto e scatena un senso di surrealtà.
Tutte le sorprese prima dei quarti
L’edizione del 2026 è la più sorprendente nella storia recente del Roland Garros, che non fa mai mancare i colpi di scena ma che stavolta si è superato. Anche il tabellone femminile ha offerto discrete sorprese, non solo per il primo trionfo di Mirra Andreeva in uno Slam; emblematico è il percorso di Maja Chwalińska, in una storica cavalcata fino - appunto - alla finale, così come l’inquietante blackout di Aryna Sabalenka che perde 10 game consecutivi e il terzo set 0-6 contro Šnajder ai quarti, oppure la grave défaillance di Iga Świątek contro un’ottima Kostyuk. In ogni caso il focus principale della storia è sul tabellone maschile, dove i fuochi d’artificio si sprecano.
In primis manca il campione in carica, Carlos Alcaraz, fermato dal polso destro e già consapevole di dover saltare anche Wimbledon. Assente di lusso anche un italiano, Lorenzo Musetti, per una lesione al retto femorale. Il primo turno spariglia le carte e riserva eliminazioni istantanee eccellenti quali Taylor Fritz, Alexander Bublik e soprattutto Daniil Medvedev. Ilrusso odia la terra rossa con tutto sé stesso, è risaputo, eppure aveva ben impressionato a Roma, arrivando fino in semifinale dove esce contro Jannik Sinner, pur facendogli perdere l’unico set di tutto il torneo. Già, Sinner.
L’altoatesino arriva in Francia senza il suo grande rivale e prepara questo evento per mesi, da inizio stagione, dichiarando l’unico Slam ancora assente in bacheca come l’obiettivo principale. Prepara la scalata in modo perfetto, i risultati poco hanno a che fare con l’umano: vince Indian Wells, vince Miami, vince Montecarlo, vince Madrid e vince Roma. Scrive ogni tipo di record nei Master 1000, conquista anche l’unico che gli mancava, il nono, quello di casa.
Tutto lascia pensare alla gloria, invece il corpo gli presenta il conto delle prolungate fatiche. Al secondo turno, contro Juan Manuel Cerundolo, è in vantaggio di due set e 5-1 al terzo. Ma il caldo torrido lo mette in ginocchio: è piegato su di sé e accusa un malore, dice “Sento la testa pesante, devo vomitare”. Si autoimpone di non ritirarsi, ma è una rapida agonia verso l’agevole rimonta dell’argentino. Sinner è fuori, costretto a rimandare ancora il sogno Roland Garros.
Si aprono scenari del tutto nuovi, anche perché adesso l’interruzione del duopolio è una certezza: per la prima volta da settembre 2023 (US Open vinto da Djokovic), uno Slam andrà a un giocatore diverso da Alcaraz e da Sinner. E dunque chi può vincerlo? Proprio Nole? No, perché il terzo turno gli ha riservato un indemoniato Joao Fonseca, che rimonta e vince in 5 set trascinato dal caldissimo pubblico al suo seguito, incantato dalla qualità del proprio beniamino. Il favorito diventa Alexander Zverev, non potrebbe essere altrimenti; è l’occasione della vita, con annesse speranze e pressioni. Per il resto gli appassionati preparano i popcorn, può davvero succedere di tutto.
I due round successivi regalano partite memorabili: battaglie lunghe, tante al quinto set. Il 50% degli incontri tra sedicesimi e ottavi viene deciso nei cinque. Si delinea un tabellone alquanto atipico, con otto tennisti che hanno fra le mani l’opportunità di una carriera. Tre di questi sono italiani e - adesso sì - è giunto il momento di tornare ai grandi protagonisti di questa storia.
Flavio Cobolli
Fino a quel momento la sua non è una stagione indimenticabile, anche se il cemento outdoor regala una splendida gioia, la vittoria del 500 ad Acapulco: è il primo torneo vinto nel 2026, fuori dall’Europa e su hard (Amburgo e Bucarest del 2025 sono su terra rossa). L’approccio alla clay season conferma gli alti e bassi, frena subito a Montecarlo e a Roma ma, nel mezzo, ben impressiona.
A Monaco di Baviera arriva in finale, elimina il padrone di casa Zverev con una partita stupenda e si arrende solo a Ben Shelton. Niente male anche il percorso a Madrid: memorabile è la battaglia in notturna contro Daniil Medvedev, ma stavolta Sascha si vendica ai quarti.
Al Roland Garros, Cobolli non ha mai superato il terzo turno e questa sembra l’occasione giusta per farlo. Scivola in 3 set il derby contro Andrea Pellegrino, così come è tranquillo il secondo turno contro Wu. L’ostacolo prima degli ottavi è un insidioso Tien; lo statunitense è molto lontano da essere un terraiolo, ma ha comunque vinto il primo torneo su clay (250 a Ginevra) ed è in crescita.
Flavio però è nettamente superiore su questa superficie e, in quel preciso momento, anche per condizione: l’incontro non dura neanche due ore, è una vittoria schiacciante. E lo sguardo sui quarti di finale si apre come nebbia portata via dal vento, perché agli ottavi il classe 2002 italiano è strafavorito contro il pari età Zachary Svajda, che intanto ha fatto fuori Popyrin e Francisco Cerundolo. Figura molto bene anche qui, strappando il terzo set e portando il quarto al tie-break, ma poi lascia all’avversario il posto tra gli ultimi otto.
Dei tre italiani protagonisti Cobolli è sicuramente quello che stupisce meno. Certamente è una sorpresa positiva, lontano dallo scontato, ma un 14° posto nel ranking creava qualche tipo di aspettativa nei suoi confronti. E lui non ha deluso, regalandosi il miglior risultato personale in uno Slam (assieme al quarto a Wimbledon dello scorso anno). C’è Felix Auger-Aliassime a giocarsi con lui un posto - per entrambi inedito - in semifinale.
Matteo Berrettini
Ma come? Ancora? Proprio lui che sembra un ex giocatore da mesi? Aveva incanalato uno dei percorsi peggiori possibili, era stato inserito automaticamente nell’anticamera del cervello, tra i ricordi meno attuali. I segnali arrivati prima di Parigi sono chiari: Berrettini è sul viale del tramonto, alla disperata ricerca di ultimissime energie da raccogliere per dimostrare ancora qualcosa.
Qualche barlume di speranza sparso rimembra ancora dei bei tempi: ne sanno qualcosa Bublik e Medvedev, eliminati prematuramente a Miami e a Montecarlo. Da Madrid a Valencia, con in mezzo il challenger a Cagliari e un orribile primo turno sul centrale di Roma contro Popyrin, emergono sensazioni poco incoraggianti. E il primo a risentirne è Matteo stesso, affranto e sconsolato dopo quel ko.
Chissà a questo punto dove trova le forze per un ultimo tango a Parigi, soprattutto adesso che potrebbe perdere contro chiunque. Invece supera Fucsovics e batte anche il padrone di casa Rinderknech. Poi nel suo percorso c’è l’Argentina. Il terzo turno contro Francisco Comesaña è da togliere il fiato, uno splendido incontro di fatica durato oltre cinque ore, chiuso al quinto set e per tre volte 7-6, l’ultimo col super tie-break finito 15-13.
Entra di diritto nella storia recente dei match di Berrettini, che poi “vendica” Sinner interrompendo la volata di Juan Manuel Cerundolo. Il romano è ai quarti di finale e, prima di chiedersi come sia potuto succedere, può finalmente regalarsi un palcoscenico degno delle sue migliori versioni. Anche se il destino, mai tenero con lui, tornerà a bussare.
Matteo Arnaldi
La vittoria al challenger domestico di Cagliari è il biglietto da visita per Roma. Danno seguito due prove di carattere al terzo set, spuntandola contro Munar e De Minaur prima di cedere il passo al niño maravilla Jodar. La posizione del ranking (n° 104) di arrivo in Francia è davvero bassa, seppur fortemente condizionata dagli infortuni che non lo lasciano in pace da un anno.
La scalata parigina presenta due round difficili, eppure il sanremese supera sia Griekspoor che Tsitsipas (vendicando il ko di due anni fa) in 4 set. Arriva alla sfida con Collignon da sfavorito, ma la spunta al super tie-break del quinto in 5 ore di lotta sanguigna. Difficile immaginare che non sarà nemmeno paragonabile all’incontro da copertina della sua intera carriera.
Quello contro Francis Tiafoe si presenta come un interessante crocevia, da underdog ma non proibitivo. Sembra però tutto finito nel quarto set, con l’americano in vantaggio 4-1 (e 2-1 nel totale). Arnaldi abbassa la testa, recupera entrambi i break e vince il tie-break, strappando il quinto.
L’incontro durerà in tutto 5 ore e 26 minuti, roba da libri di storia dei record, diventando infatti l’ottavo di finale più lungo della storia dello Slam parigino. E lo vince Matteo, 6-4 al quinto, con una rimonta commovente che ha tanto il sapore di “bentornato” a un tennista lontano a lungo dai radar. Alla splendida notizia del suo passaggio del turno ne consegue un’altra: sarà derby italiano, contro Berrettini. Si affrontano ai quarti due giocatori fuori dalla top 100: non capitava dal 1991. Succede tutto in un imperdibile mercoledì 3 giugno.
Quarti di finale: Cobolli-Auger Aliassime
Il primo set è tirato e fortemente condizionato dal vento. A un certo punto si scatena una tempesta, con la bufera che alza la terra rossa. La risolve il canadese con il break al 10° game e fa partire un’ottima fase di gioco tra fine primo e metà secondo. Felix è più vario del solito e molto lucido, esce dalle sue abitudini e ha buona ragione nel farlo. Cobolli è sul pezzo ma appare più scarico e sporco, subisce il gioco dell’avversario e pazienta.
Si va sul 3-1 Auger, poi Flavio alza il ritmo e tira fuori la grinta, tanta grinta, anche qualche passante fuori da ogni logica. Il match è delicato e la pressione non può essere scansata, ma Cobolli prende in pieno petto le difficoltà che presto non si riveleranno così insuperabili. Vince 4 game consecutivi, conquista due break in fila e ribalta il punteggio, portando a casa il secondo set (6-4). Sotto nettamente in quanto a vincenti ed ace, è pur sempre molto più attivo, commette meno errori e dimostra maggiore intensità nei momenti di spicco.
Il terzo set è più equilibrato, un copione ben conosciuto: inizia una fase di stallo prolungata tipica dei film western, tutto in attesa del settimo game. Il canadese inizia a servire benissimo e marchia i propri turni di battuta, Cobolli trema ma non cede. E poi eccolo, il 7° game, la sliding door dell’incontro con Auger-Aliassime al servizio. Ed è lì che Cobolli fa il passo più importante, strappando il break grazie a due passanti splendidi. E il cielo tumultuoso di una Parigi bizzosa si apre sul rovescio di Auger, che cede al nervosismo e termina fuori.
Guai a darla per vinta, il game successivo è una battaglia vera, il più lungo del match. Sono scambi duri e prolungati, la fatica raggiunge il suo massimo ma Cobolli ha due attributi di acciaio INOX e spinge fortissimo, scegliendo la via sportivamente violenta, senza sosta. Consolida il vantaggio nel momento più delicato. Spende tantissimo (come Auger) ma viene premiato, vince anche il terzo 6-4. Entrambi tirano il fiato nei propri primi turni di battuta del quarto, come se tutti e due aspettassero passivamente un altro turning point invece di mobilitarsi per crearlo.
Come il tabellone verde rintocca le 3 ore di gioco, qualcosa gira. Le energie nervose vengono meno al canadese di fronte a un Cobolli che legge perfettamente il momento e non arretra di un millimetro quando si tratta di usare il pedale dell’acceleratore. Trova energie dove non ce ne sono più e conquista un break pesante quanto un macigno, con la testa, come indica al suo box e al pubblico. Consolida con un sesto gioco perfetto, tenendo il servizio a zero.
Potenzialmente è ancora lunghissima, Auger non lascia i suoi turni di battuta neanche per idea e resta in partita costantemente, a livelli competitivi combattendo la fatica. Ma Cobolli stampa la riga con efficiente regolarità, effettua kick splendidi e molto intelligenti (difatti il servizio è migliorato esponenzialmente sul finale), sfruttando ogni regalo avversario e non disattivando mai la modalità asfaltatore con tranquillità e fiducia nei propri mezzi elevatissime.
L’ultimo game è una cavalcata trionfale, il manifesto di un controllo in crescendo diventato dominio dopo l’ultimo break. Semifinale stra-meritata per Cobolli, al suo miglior risultato di sempre in uno Slam. Una storia stupenda. E un derby italiano annunciato, un altro, stavolta appena prima che si aprano le porte sull’ultimo atto. L’età dell’oro si consacra a Parigi.
Quarti di finale: Arnaldi-Berrettini
Gli eventi pesano, eccome. Non ci credete? Guardate Matteo Arnaldi al primo quarto di finale slam della sua carriera nei primi minuti. Un avvio estremamente contratto e timoroso porta Berrettini in vantaggio 3-0 con doppio break. La tensione è troppa e vince sulla tanta volontà di prevalere del sanremese, il romano invece si affida al vecchio amico servizio e carbura fin da subito. Piano piano arrivano i colpi degni di nota del ragazzo allenato da poche settimane da Fabio Colangelo; licenza, perdonerete, strappata per sottolineare il certosino lavoro del coach sul giocatore.
Bello il game successivo, prolungato: Arnaldi accorcia e il copione cambia immediatamente. Berrettini si inceppa e concede il 3-3, dopo una partenza sprint vede sparire all’improvviso quell’incoraggiante divario iniziale con gratuiti non da lui. E i limiti vengono scoperchiati: conduce la maggior parte degli scambi, incide sui colpi ma non ha mai la velocità giusta per chiudere o soprattutto la capacità di dettare i tempi. 18 unforced errors di dritto in otto giochi inoltre sono un’enormità: insomma, o mette bene la prima o Arnaldi vince il punto.
L’ottavo game è estenuante, travolgente d’angoscia, il ligure ha cinque palle break e si va nove volte ai vantaggi. Negli occhi di Berrettini si legge tutta l’antipatica frenesia di tornare a muovere il punteggio, tradotta in un urlo strozzato al 4-4. Le tendenze vengono confermate mentre il primo set si trascina faticosamente verso la fine: Arnaldi chiude molto più agevolmente i propri turni di battuta e difende fino allo sfinimento, il suo dritto gira come una trottola e mette spalle al muro il capitolino, già consumato dallo sforzo. I nodi vengono al pettine con il break del 7-5 Arnaldi che chiude un set lungo 76', uno sproposito.
Berrettini deve fare il triplo rispetto ad Arnaldi per ottenere un punto. Si mischiano leggerezza e fiducia per il sanremese, sensazioni esattamente contrarie per l’avversario. Lo testimonia la perdita del servizio da 40-15 e l’immediato 2-0. Ci sarebbe anche un timido segnale di vita, il contro-break immediato. Poi il ritmo si interrompe di colpo.
Irrompe un classico non gradito, un’immagine che bussa allo stomaco come un ospite antipatico a cena, come quella brutta telefonata attesa per giorni. Berrettini si tocca la coscia, medical time-out. Torna in campo e vince un game, ma quella macabra sensazione nell’aria aspetta solo di materializzarsi. E infatti il finale peggiore possibile, purtroppo, era stato soltanto rimandato.
Sul 4-2, 40-0 per Arnaldi, il box di Berrettini fa un eloquente gesto con le braccia: è finita, “non ci credo”, è tanto amaro il suo post scriptum. Sul 2-5, 0-40 alza bandiera bianca, Aurelie Tourte lo annuncia al pubblico mentre i due Matteo si abbracciano. In semifinale ci va il più giovane, che avrebbe certamente voluto qualcosa di diverso, non tanto nell’esito quanto nell’esecuzione. Della serie “sembrava tutto troppo bello”, in perfetto italian style. I giorni degni di entrare nella storia - anche i più dolci - hanno sempre un retrogusto amaro, come un principio che regola il tutto.
È davvero un finale ingiusto per Berrettini, che coglierà perfettamente il punto in conferenza stampa: “Avrei meritato anche di perdere, ma andando a dare la mano e potendo dire: ‘Bravo, hai giocato meglio di me’. Non ho avuto neanche la chance di farlo”. La “partita” va in archivio con due verdetti. Primo: Matteo Arnaldi tocca con mano un’impresa storica del tutto insperata e probabilmente irripetibile, a lui l’avvincente sfida di smentire. Secondo: il derby italiano in semifinale ha un netto favorito e non è il vincente uscito dal derby dei quarti.
Semifinali: il derby fantasma
Venerdì 5 giugno si apre con Zverev-Mensik, semifinale potenzialmente aperta e spinosa per il numero 3 al mondo. Ma stavolta il tedesco non trema, aspetta con pazienza e poi affonda la lama piano piano, passeggiando sulle ceneri del ceco, arrivato stremato all’appuntamento (dopo aver liquidato Fonseca) e fermato anche da medical time-out necessari. Il servizio di Sascha funziona alla perfezione, sembra tutto apparecchiato, poi il break improvviso nel terzo scompagina i piani: il match non è chiuso e che Mensik è ancora vivissimo, contro pronostico. Zverev ci ricasca, perde lucidità in un istante ma tutto si raddrizza al secondo game del quarto, col break immediato. Vince 6-3 e chiude.
Alexander Zverev è dove doveva essere, in finale. Ecco, adesso la prassi prevederebbe la sezione di maggior pathos, una penna in punta di fioretto pronta a raccontare e trascrivere emozioni indelebili. La realtà è che, se siete arrivati a questo punto, ricorderete certamente il dogma italiano “sembrava tutto troppo bello”, quel pizzico di legge di Murphy che ha colpito Berrettini. In due delle settimane più gloriose della storia del tennis nazionale maschile, sembra proprio il nome Matteo a rimanere indigesto. Tutta l’Italia è pronta e scalda i motori per uno storico derby italiano in semifinale, programmato alle ore 19:00, ma la realtà è che quel derby non si giocherà mai.
Arnaldi viene colpito da un virus che lo costringe a una notte da incubo, attaccato alla tavola del water a vomitare copiosamente senza chiudere occhio. Le cose non migliorano durante il match day: l’unica decisione possibile è il forfait anticipato. Tutti erano pronti a ultimare i preparativi e ad accendere la TV sul Nove, che avrebbe trasmesso l’evento in chiaro, invece la notizia arriva come una pugnalata alle spalle, fuori dal proprio campo visivo, di sorpresa. Ironia della sorte, in due derby italiani è stato completato solo un set (e per la cronaca l’altro, il secondo di Arnaldi-Berrettini, era a un punto dalla chiusura).
È il segno di un destino tutt’altro che benevolo nei confronti degli appassionati italiani pronti a godere di qualcosa di irripetibile. E in un certo senso lo è lo stesso, perché difficilmente questa “serie di sfortunati eventi” avrà la capacità di incastrarsi in modo così sadico in futuro. L’immagine bella è l’altra faccia della medaglia, una sincera amicizia tra Cobolli e Arnaldi consolidata in una conferenza stampa congiunta, piena di stima reciproca e affetto. Flavio non lascia a bocca del tutto asciutta i presenti sullo Chatrier e si allena, regalando uno scambio anche a uno spettatore. Come un “passaggio di testimone” da Arnaldi, avanza di un turno nel modo meno soddisfacente possibile.
L’età dell’oro si consacra a Parigi, nel bene e nel male, ritoccando continuamente i record ma con la possibilità negata di vedere i confronti da almanacco. Non cambia il verdetto, è la prima finale Slam della carriera di Flavio Cobolli, che arriva al gran ballo più riposato del suo avversario - e che avversario. È andata come è andata, que será será, domenica 7 giugno 2026 resta da cerchiare di rosso nelle date storiche dello sport italiano.
Finale: Zverev-Cobolli
Esattamente 50 anni dopo il double di Adriano Panatta Roma-Parigi, un italiano (Sinner) è tornato a vincere gli Internazionali d’Italia. Per la prima volta in assoluto, invece, ci sono due italiani diversi in finale in due edizioni consecutive del Roland Garros. Per Cobolli è la prima volta. E si vede. Il primo set è senza storia, Flavio è contratto e travolto dall’ansia e dal timore reverenziale. Alexander Zverev invece è efficace, trova al meglio la profondità e impone il proprio gioco. Il 6-1 è inequivocabile e tutto scorre via in attesa di un punto di svolta, che potenzialmente può arrivare presto.
I turni di battuta di Zverev scivolano via molto facilmente, pur con qualche errore in più. Cobolli si scioglie faticosamente, incamera il nervosismo e se lo scrolla un po’ di dosso tenendo il servizio. Non riesce ad attaccare e non rischia, ma intanto aggiusta il tiro. Poi arriva il fatidico settimo game. E allora eccolo, lo spiraglio per entrare ufficialmente in partita.
Conquista la prima palla break, recuperata, e sui vantaggi Zverev successivi fulmina l’avversario con rare variazioni e colpi molto incisivi. Per la prima volta il tedesco sente la pressione e non è mai un dettaglio da poco, per lui. Infatti commette due doppi falli e sbaglia sull’altra palla break, così Cobolli riapre tutto. E alla prova del nove, il turno di battuta successivo, scarica rabbia e grinta in qualche dritto molto violento. Costringe Sascha a grandi fatiche anche nel 9° game, poi chiude 6-4. Pari.
Il terzo set scorre lineare nei turni di battuta, entrambi ricaricano un po’ le batterie e si affidano a un servizio incostante, molto proficuo nei picchi. Il gioco si fa più profondo e disordinato, la situazione è molto più tirata con l’equilibrio appeso a un filo decisamente sottile. Poi sul 4-5 Cobolli va 30-0, ma crolla. Perde quattro punti e cede il terzo set. Ecco un'enorme sliding door: la tensione e la fretta hanno infatti la meglio sull’italiano che, dopo aver servito sempre dopo e sempre sotto, cede il passo.
Eppure, davanti a lui, c’è Alexander Zverev che non perde occasione per ricordare i propri limiti. Il punto di svolta resta solo potenziale, il tedesco sciupa subito con un game orrendo (break Cobolli), vittima di un nervosismo strano e quasi del tutto incomprensibile. Calo di attenzione? Forse, c’è anche la netta sensazione di una fragilità mentale che rende il tedesco incapace di controllare gli eventi, come se il peso di essere vicino al traguardo fosse solo suo nemico.
Il quarto set, in ogni caso, è un complicato mind game per entrambi. Cobolli paga il conto delle fatiche di uno scambio tostissimo, sul 3-2, 0-15, e va sullo 0-40, poi annulla tre palle break con gran coraggio ma va troppo di fretta dopo il recupero e pecca di lucidità: 3-3. Di tutta risposta Zverev fa esattamente la stessa cosa, rientra in quel loop attenzione bassa-panico alto che lo condiziona terribilmente.
È lento e pesante sui colpi, fa due errori non da lui e viene infilato da uno splendido dritto sulla seconda che vale il contro-break immediato. Tre giochi più tardi ecco il 5-5: il tedesco ha tanti difetti ma non getta mai la spugna e sa di essere più forte, ha un altro spirito. Il tie-break è un concentrato di emozioni angoscianti, di errori frenetici e reazioni sclerotiche, di smorfie colme di agitazione. Sta tutto nella sfrenata esultanza di Cobolli dopo lo splendido dritto che vale il pass per il quinto set.
Questa cronaca è già leggenda del tennis italiano, realisticamente portare la finale al quinto è una conquista enorme per Cobolli. E a questo punto, già che ci siamo, questa storia meriterebbe un finale romantico, sdolcinato, magari un ultimo set vinto di rincorsa al super tie-break. Ma le storie di sport non hanno un copione scritto e, nel 99,9% dei casi, non seguono mai del tutto il filo dei sogni. E delle volte bisogna anche mandare giù il boccone amaro, perché se c’è un senso all’etica sportiva - e c’è - lo si vede soprattutto di fronte alla sconfitta e al dolore. Nello sport si perde. E gli italiani appassionati di tennis sono abituati a farlo fin troppo bene, sia mai scordarselo.
Zverev fulmina Flavio con un doppio break immediato e poi consolidato, è una bruttissima situazione. Il calo fisico e l’esaurimento nervoso stavolta colpiscono Cobolli. Il tedesco concede palle break in entrambi i suoi game ma resiste, si va 4-0. Il 4-1 arriva troppo tardi per scuotere gli eventi, non c’è davvero più nulla da fare.
Dopo oltre 4 ore di battaglia, è finita. Alexander Zverev si accascia a terra, dove quattro anni prima aveva fatto lo stesso ma per urlare il dolore dell’infortunio alla caviglia nella semifinale contro Nadal. Il tennis gli ha dato un’altra opportunità, stavolta gigantesca, e lui l’ha colta con una buona dimostrazione di miglioramento delle proprie qualità rispetto a qualche anno prima. Non ha, comunque, mai perso la scorza e non è esattamente un complimento se il riferimento è alla caratura mentale, decisamente non da olimpo. Questo Slam, in ogni caso, non glielo toglie nessuno ed è tutt’altro che scontato nonostante mancasse la concorrenza principale.

Dall’altra parte c’è chi una finale Slam non l’aveva mai vista prima d’ora e adesso sta comprendendo quanto può essere doloroso un sogno infranto. La metabolizzazione della sconfitta, in ogni caso, racconta tanto della personalità e della sincerità di Flavio Cobolli. E anche le parole di chi lo circonda, dei vestiti in azzurro nel numeroso box della finale - dal capitano di Davis Volandri ai genitori e alla fidanzata Matilde - sono un ottimo indicatore. Restano impressi due passaggi.
L’amico fraterno Edoardo Bove ci mette di mezzo l’incontrovertibile fede in comune per la Roma, parlando di senso del sacrificio con riferimento al “filo che ci unisce, dalla mia Budapest alla tua Parigi”. La lettera a cuore aperto del fratello di Flavio, Guglielmo, è invece una dedica genuina che potrebbe far piangere a fontana chiunque.
Questo sarà un Roland Garros difficile da dimenticare, perché unico nel suo genere e particolarmente raro. Per rendere l’idea, l’edizione maschile e femminile dello Slam sono state vinte da due atleti al loro primo successo in carriera; non accadeva dal 1997 (US Open). L’incastro di coincidenze ha aperto la strada a protagonisti inimmaginabili. E alla fine ne ha beneficiato pure il movimento italiano, riscoprendo tennisti erosi dal tempo o dagli infortuni, ma soprattutto apprendendo la certezza di avere un altro ragazzo alle pendici del top mondiale. Flavio Cobolli esce sconfitto dalla sua prima finale Slam, ma ha tutte le fondamenta corrette per costruire la possibilità di tornarci.
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