
Lettere dal Mondiale #1: a Marcelo Bielsa e al nostro bisogno di eroi
Il debutto dell'Uruguay ai Mondiali 2026 non verrà ricordato per il pareggio con l'Arabia Saudita ma per il gesto di Marcelo Bielsa.
«Beato il popolo che non ha bisogno di eroi» da Bertolt Brecht, Vita di Galileo
Caro Marcelo,
Hai guardato per terra e noi ti abbiamo riconosciuto. Doveva essere una foto come tutte le altre: la fila degli allenatori davanti all'obiettivo della FIFA, lo sfondo neutro, la luce buona. Gli altri in posa, con quel mezzo sorriso da carta d'identità del calcio globalizzato. E poi tu: testa china, mani dietro la schiena, gli occhi piantati su un punto del pavimento che vedevi solo tu. Settant'anni, un altro mondiale da allenatore, e per qualche secondo non hai guardato nessuno. Bastava quello.
In poche ore quella foto, proprio quella, non una di quelle patinate, ha fatto il giro del pianeta. E noi, che ormai leggiamo i gesti come una volta si leggevano gli oracoli, ci siamo precipitati a trasformarla in un simbolo. L'uomo che dice no; il santo laico che rifiuta la vetrina; l'ultimo che resiste.

Ti abbiamo messo l'aureola mentre tu guardavi una mattonella.
È stato un gesto che ha meritato una domanda durante la conferenza stampa dopo l'1-1 con l'Arabia Saudita. E qui, caro Marcelo, è dove tutto questo si complica, perché era una partita che dovevate vincere e non l'avete vinta. E tu eri durissimo con la tua squadra: un avversario da superare, minuti concessi nel primo tempo che non vanno bene, una gara che si doveva portare a casa. Eri arrivato lì già nero.
«Non devo dare alcuna spiegazione. Mi hanno fotografato così come mi hanno fotografato. Non sono un modello. Stavo di fronte ai fotografi e quella è stata la foto che hanno ottenuto di me. Non ho nessuna risposta da dare. Allo stesso modo dovrei spiegare perché in questo momento non guardo i miei interlocutori. Non sono spiegazioni che debba fornire. C'è un limite a ciò che una persona deve spiegare.
Se uno porta gli occhiali, perché li porta? Se guarda negli occhi, perché guarda negli occhi? Se guarda in alto o in basso... ci sono davvero così tante cose da spiegare? Si cercano spiegazioni per situazioni che non hanno bisogno di essere spiegate. Si può guardare verso il basso. Non abbiamo l'obbligo di comportarci come modelli. Sono pretese che non hanno fondamento. Non ho fatto nulla di male».
E allora si arriva al punto di svolta di questa storia: perché hai fatto quel gesto? L'hai fatto per mandare un segnale? Per dire che tu a questo gioco non ci stai? Oppure eri semplicemente un istruttore di settant'anni furioso per due punti buttati all'esordio mondiale, senza nessuna voglia di sorridere a un obiettivo e ancora meno di spiegare dove teneva gli occhi?
E sai una cosa? A me non interessa molto saperlo. Perché le due versioni potrebbero anche non escludersi. La tua carriera ci ha insegnato questo. Se era un segnale, sei sempre tu: l'uomo che smaschera il circo, ancora una volta. Se era solo cattivo umore, sei sempre tu: l'uomo ossessionato dal calcio fino a diventare, per tua stessa ammissione, «tossico». E forse è proprio questo che ci confonde da vent'anni: che in te il profeta e il maniaco non si sono mai lasciati distinguere del tutto. Ma è qui che questa storia smette di parlare di te.
Nella Vita di Galileo c'è un allievo che, deluso, grida che è sventurata la terra senza eroi. E Galileo lo corregge. No, sventurata è la terra che ha bisogno di eroi. Un popolo che deve continuamente fabbricarsi eroi è un popolo a cui manca qualcosa di più in basso. Qualcosa nelle fondamenta.
Il calcio che ha bisogno di trasformare in eroe un uomo che guarda per terra è un calcio che gli eroi, sul campo o in panchina, ha smesso di trovarli. O forse li trova ancora, ma non ci crede più. E allora li cerca nei dettagli, in una smorfia, addirittura in un silenzio o in uno sguardo mancato. Prende la tua stanchezza e la incornicia. Prende il tuo nervoso e ci scrive sotto un manifesto. Non sei tu a esserti messo in posa, Marcelo, ma siamo noi ad aver messo in posa te.

Noi quel popolo non lo siamo, perché gli eroi continuiamo a cercarli ovunque. Nei gol, nelle vittorie, nelle idee. E quando non li troviamo più lì, li cerchiamo nei dettagli, magari in una foto, in una postura, o in un uomo che non guarda l'obiettivo come Marcelo Bielsa. Ne abbiamo bisogno. Forse tu stavi semplicemente pensando alla partita. Forse noi stavamo pensando a qualcosa di più.
Mentre tu fissavi un punto sul pavimento, in quel riflesso abbiamo riconosciuto l'amore per il gioco e l'hombre vertical. La locura e l'ossessione.
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