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Club Africain
, 17 Giugno 2026

Il Club Africain è una religione


La storia del Club Africain, fresco di ritorno al titolo nazionale, è una storia di calcio e umanità. Un reportage da Tunisi.

Tunisi è una città che vive di calcio. La presenza del pallone si percepisce in ogni dove. Mentre si cammina non è raro imbattersi in qualcuno che sul cellulare sta seguendo una partita di qualche campionato estero. Dagli smartphone si alzano i fischi dei direttori di gara, di incontri giocati a migliaia di chilometri. Nella Medina, qua e là si notano delle presenze calcistiche: un gagliardetto, una maglia, un adesivo. In alto una bandiera, fissata in un punto in cui nessuno può raggiungerla e tirarla giù. Tanti giovani indossano la maglia del Club, alcuni dell’altra grande squadra cittadina, l'Esperance. Non c’è traccia di sostenitori dello Stade Tunisien, il terzo club. Qualcuno sfoggia la maglia della nazionale, con la fiera aquila di Cartagine sul petto.

Dallo stadio di Radès si vede il mare. Seduti in gradinata, dagli ingressi della tribuna di fronte si viene rapiti dall’azzurro dello specchio d’acqua. E’ solo un’intuizione, ma tanto basta per dare all’imponente struttura una leggerezza altrimenti impensabile. In campo corrono giocatori che indossano maglie bianco-rosse a righe orizzontali. La curva nord è piena, ondeggia come se il mare stavolta fosse entrato fin dentro l’impianto. Non può fermarsi, un movimento continuo, avvolgente, morbido e allo stesso tempo spaventoso. Una folla, un popolo, a cui si uniscono le tribune, che si muovono più dolcemente, come onde di riporto, di risucchio. Tutti insieme, con una sola luce negli occhi, un solo scopo nella voce: sostenere il Club Africain.

Sono undici anni che la squadra non vince il titolo, ma in questo finale di stagione si può tornare a sognare.

I primi anni del Club Africain

Il Club Africain fu fondato nel 1920, come naturale prosecuzione dello Stade Africain, squadra attiva dal 1915 al 1918 e poi sciolta, dal quale aveva ereditato i colori, lo spirito e parte del nome. In realtà già nel 1919 tutto era pronto, ma le autorità francesi non concordavano con il nome: “Club Islamique Africain”. Al tempo, l’autorizzazione degli occupanti era decisiva per poter portare avanti l’attività dell’associazione. Quello che fu chiaro fin da subito è che il Club già nel suo nome portava con sé i germi della rivolta, non una squadra per gli sgraditi ospiti coloniali, ma pensato per gli africani. Il messaggio patriottico e nazionalista già in nuce con il nome. 

La forza coloniale chiese, con una sorta di ricatto, la nomina di un cittadino francese come presidente del consiglio di amministrazione e il cambio dei colori sociali, costringendo il club a giocare la prima stagione con maglie blu; l’abbandono dell'emblema nazionale, ovvero la mezzaluna e la stella. Il chiarissimo obiettivo era costringere i membri del club a prendere le distanze da qualsiasi riferimento all’identità nazionale. Le richieste vennero categoricamente respinte.

Alla fine le autorità dell’epoca furono costrette a cedere e a concedere al Club Africain un'autorizzazione a suo modo storica. Il primo presidente fu di nazionalità tunisina e si mantenne anche l’emblema nazionale nel simbolo. I padri fondatori del club furono intransigenti e alla fine prevalsero, imponendo un consiglio di amministrazione interamente tunisino, presieduto da Béchir Ben Mustapha.

Il club fu un punto di riferimento in un quadro anticolonialista, e inoltre, nonostante le risorse limitate e le difficoltà contingenti, contribuì alla creazione di una vera e propria cultura nazionale, svolgendo un ruolo anche nella nascita de La Rachidia (un’associazione che si prometteva di proteggere e valorizzare la musica tradizionale) e del teatro tunisino (il club ebbe una propria compagnia già negli anni Trenta). Il Club Africain concesse l’ingresso gratuito allo stadio per le donne già negli anni Trenta. 

Lo stadio olimpico di Radès durante una partita del Club Africain (foto dell'autore)

Nella prima metà del Novecento il club, pur fondato nel 1920, non aveva trionfato di frequente. Soltanto due titoli avevano arricchito la sua bacheca, entrambi conquistati dopo le metà degli anni Quaranta. Con il raggiungimento dell’indipendenza e la creazione di un campionato autonomo, la musica non sembrò cambiare per il Club, che negli anni Cinquanta non vinse neanche un titolo. Proprio verso la fine del decennio la dirigenza, guidata dal presidente Mohamed El Asmi, decise che era ora di cambiare qualcosa e intraprese un lungo percorso di rifondazione, mettendo un uomo al comando e quell’uomo rispondeva al nome di un italiano, Fabio Roccheggiani.

Fabio, l’Africain

L’idea dell’italiano era quella di rivoluzionare lo spirito del Club e non semplicemente di allenarne i giocatori. Roccheggiani era responsabile contemporaneamente di tutti i settori del club, dalle categorie giovanili alla prima squadra. Questo approccio centralizzato e innovativo gli permise di pensare a lungo termine, garantendo uniformità tecnica dalle categorie di base fino ai vertici. Inoltre l’allenatore promosse una disciplina rigorosa e un allenamento tattico moderno, concentrando i suoi sforzi sull’individuazione e lo sviluppo dei giovani talenti. 

L’allenatore italiano non si limitò a gestire la squadra, ma rifondò l’intera società dotandola di un - si direbbe oggi - sistema di scouting, che svolgeva spesso in prima persona, andando a cercare giocatori potenzialmente utili in giro per i campetti di periferia. Queste basi garantirono l’emergere di una generazione d’oro che avrebbe dominato la scena nazionale. Nomi che al lettore italiano probabilmente non dicono molto, ma che al tifoso tunisino mettono brividi di emozione: Tahar Chaibi, Mohamed Salah Jedidi (fu due volte capocannoniere, il mister italiano lo faceva allenare con una piccola pallina) e Sadok Sassi (meglio noto come Attouga, portiere della nazionale tunisina ai Mondiali '78), che furono alla base della vittoria del campionato 1963-1964. 

Il nuovo corso del Club Africain, targato Fabio Roccheggiani, fu fondamentale per creare un rapporto ancora più stretto fra la squadra e i tifosi, fra la maglia e la sua gente. In qualche modo tutta una comunità si riscoprì grande e capace di vincere. 

Roccheggiani accanto a un giovanissimo Sadek Sassi, in arte Attouga

Fabio Roccheggiani non fu soltanto un grande allenatore, fu anche un intellettuale e un pittore. Organizzò la sua prima mostra pittorica già nel 1959. A quel tempo in Tunisia c’era una forte tradizione italofila all’interno della Scuola di Belle Arti della capitale, portata al suo apice dalla comunità italiana negli ultimi anni dell'Ottocento. Fedele agli impegni presi, Roccheggiani rifiutò un incarico meglio retribuito alla guida di altri due club. Il suo modernismo - nella vita e nell’arte - fecero in modo che, pur essendo perfettamente in grado di realizzare opere figurative, eccellesse nell’astrazione e nella calligrafia. Entrò a far parte del “Gruppo dei Sei” creato nel 1963 da Néjib Belkhodja, a sua volta figura di spicco nel settore.

Questo gruppo nacque in un periodo cruciale per la formazione dell’identità tunisina, artistica e non solo, all’indomani dell’indipendenza. Un primo tentativo di creare un’arte staccata dal colonialismo, che riprendesse tematiche care all’immaginario locale, senza rinunciare alle correnti moderniste in auge in quel periodo storico. 

La nomina dell’italiano arrivò nel 1957 e già dai primi anni Sessanta la squadra poté competere ai massimi livelli del campionato tunisino. Nel 1964 arrivò il primo titolo dopo l’indipendenza. Soltanto tre anni dopo la squadra centrò una storica doppietta, conquistando coppa nazionale e campionato. Il primo giugno 1967, allo stadio Chedly Zouiten, i bianco-rossi sconfissero ai supplementari l’Étoile du Sahel. I giocatori felici e commossi tornarono in campo per la premiazione portando in braccio Andrea, il figlio di sette anni del loro mitico allenatore. Fabio Roccheggiani non poteva essere lì. Se n’era andato il 25 aprile, lasciando un vuoto enorme nei cuori di tutto il popolo bianco-rosso. Prima di morire disse: “Il regno del Club Africain sta per iniziare. E durerà a lungo”.

Le vittorie fuori dalla Tunisia

Nel decennio successivo il club fondato a Bab Jedid diventa una figura centrale del calcio tunisino e non solo. Con l’onda lunga della gestione Roccheggiani arrivano i primi due trionfi sovranazionali. Prima la vittoria nell’omologo magrebino della Coppa delle Coppe (1971), poi nel 1973, nella Coppa dei Campioni della stessa area. Dalla fine degli anni Sessanta, si inizia infatti a disputare delle competizioni che raccolgono le formazioni del Maghreb. Partecipano squadre libiche, marocchine, algerine e naturalmente tunisine. La vittoria in trasferta contro il Kabilye viene purtroppo però ricordata anche per un fatto tragico. La sera prima, in maniera piuttosto misteriosa, Ezzedine Belhassine si era spento nella stanza d’albergo. I compagni, nonostante il forte impatto dovuto al lutto, trionfarono dedicando la vittoria allo sfortunato 23enne.

Gli anni Ottanta al contrario furono una sorta di buco nero, in cui avvennero le più cocenti sconfitte e le vittorie furono mancate davvero per poco. Eppure se si guarda la bacheca del Club Africain si può notare come neanche un titolo si possa far risalire a quegli anni. Tuttavia, la sorte sa essere beffarda, spesso in negativo, talvolta in positivo. Dopo un decennio di tormenti, i colori biancorossi tornarono a risplendere e questa volta lo fecero nella più importante competizione continentale: la Coppa dei Campioni africana.

La Coppa dei Campioni del 1991

La competizione, attiva dalla metà degli anni Sessanta, non aveva mai visto trionfare una compagine tunisina. L’edizione del 1991 regalò questo onore proprio al Club Africain, che sconfisse in finale gli ugandesi del Villa Sports Club. La vittoria fu conquistata in particolare nella partita di andata, quando, davanti a 40mila spettatori, si imposero con un roboante 6-2 allo stadio El-Menzah di Tunisi, oggi abbandonato.

Sembrava stesse per aprirsi un nuovo ciclo per i colori biancorossi, confermato anche dall’ultimo double, firmato nel 1992. Ma qualcosa andò storto. La squadra non riuscì a dare continuità ai risultati e dopo la doppia affermazione, arrivarono solo i titoli del 1996, 2008 e 2015 e le coppe del 1998, 2000, 2017 e 2018. Non un numero congruo al prestigio della squadra.

Tuttavia in questi anni l’apporto dei tifosi non venne mai a mancare, seguendo l’adagio secondo il quale è nelle sconfitte (o almeno nelle più sporadiche vittorie) che il rapporto fra squadra e tifosi si rafforza, perdendo l’occasionalità nel trionfo e diventando una salda storia d’amore.

L’ultimo trionfo

Allo stadio Radès, i tifosi arrivano con grande anticipo. In curva mancano le prime linee. “Saranno in Marocco per sostenere la squadra di basket [il Club Africain è una polisportiva, ndr] nella finale della Champions League africana”. L’avversario della 26esima giornata è la Kairouanaise. Mancano altri quattro incontri, fra cui il “piccolo derby” contro lo Stade Tunisien, ma soprattutto la partita delle partite, il derby contro gli eterni rivali dell'Espérance. La pratica Kairouanaise viene smaltita velocemente, con un gol per tempo, senza che gli ospiti siano mai davvero pericolosi. La curva incita, sostiene, ma si ritrova per un attimo in silenzio a seguire dai telefoni cosa sta succedendo a Biserta. 

L'ampia sintesi di Esperance Tunisi-Club Africain, sfida decisiva per l'assegnazione del titolo nazionale

Il risultato è fermo sull’1-1, che permetterebbe una minifuga ai bianco-rossi. Nei minuti di recupero arriva però la doccia fredda, gli ospiti sono in vantaggio. L’espressione più ricorrente in quel momento è un “lo sapevo”. Tutti si aspettavano che qualcosa succedesse. Però accade che il direttore di gara ha qualche dubbio, viene richiamato, si deve andare al Var. Sono minuti lunghissimi. A Tunisi lo stadio trattiene il fiato aspettando notizie da Biserta. Poi l’esplosione. Un boato che fa tremare il cemento del Radès: l’arbitro ha annullato. Il Club Africain mangia due punti agli avversari.

Le partite successive, pur con alcuni cambiamenti, portano la coppia di testa al derby decisivo con due risultati su tre in favore dei biancorossi. La notte precedente nessuno dorme. Allo stadio non si può andare. Il nervosismo è palpabile in città. Quando l’arbitro dà il calcio d’inizio per l’Ave Bourguiba non vola una mosca. Sembra una città rapita. Sembra che le persone siano scomparse.

La partita si potrae per novanta interminabili minuti, via via che ci si avvicina alla meta, i giocatori in bianco-rosso che sono anche rimasti in dieci sentono avvicinarsi l’appuntamento con il trionfo. Però basta un passo falso e una nuova tragedia sportiva può concretizzarsi. Dodici minuti dopo il novantesimo, il CLub Africain rimane in dieci, ma solo quattro minuti dopo in contropiede con gli avversari completamente sbilanciati, Ghaith Zaalouni sblocca il risultato e va a esultare sotto un’autentica pioggia di bottiglie di plastica e non solo. Il cuore bianco-rosso della città si riversa in strada dove si vedono scene di autentica follia, miste a gioia e lacrime. Fumogeni, abbracci, urla: il Club Africain, dopo undici anni è campione di Tunisia.

  • Autore di libri di calcio e di viaggio, fra i quali "Balkan Football Club" e "Spomenik" (Bottega Errante Edizioni). Fra le sue collaborazioni giornalistiche passate e presenti: SportPeople, L’Ultimo Uomo, Sportellate, QuattroTreTre, East Journal e Linea Mediana. Fa parte della redazione della rivista letteraria "Risme". Fra i fondatori del progetto Meridiano 13.

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