
53 anni dopo, i New York Knicks sono campioni NBA
Le rimonte impossibili, la consacrazione di Brunson e una squadra capace di soffrire: così New York è tornata sul tetto della NBA, 53 anni dopo.
Nel 1973 la NBA era un campionato profondamente diverso da quello che conosciamo oggi. La lega contava appena diciassette franchigie, i Sacramento Kings si chiamavano ancora Kansas City-Omaha Kings, i Los Angeles Clippers erano i Buffalo Braves e i Seattle SuperSonics esistevano ancora.
Il mondo, nel frattempo, viveva nel pieno della Guerra Fredda: Stati Uniti e Unione Sovietica cercavano un fragile equilibrio attraverso la cosiddetta Dottrina della Distensione, mentre soltanto un anno prima Richard Nixon aveva compiuto la storica visita nella Cina di Mao Zedong, riaprendo un dialogo che sembrava impossibile.
A New York, invece, si festeggiava l'ultimo titolo NBA della propria storia.
Nel 1973 i Knicks sconfissero in cinque partite i Los Angeles Lakers di Wilt Chamberlain e Jerry West, prendendosi una rivincita che aveva il sapore della redenzione dopo la sconfitta subita nelle Finals dell'anno precedente. Ad aver vinto l’MVP delle Finals allora fu Willis Reed, simbolo di una squadra che sarebbe entrata nella leggenda della franchigia.
Nessuno poteva immaginare che sarebbero serviti cinquantatré anni per rivivere quella sensazione. Oggi, oltre mezzo secolo dopo, New York può finalmente tornare a festeggiare. Cinquantatré anni, due Finals perse e un'infinità di illusioni svanite più tardi, i Knicks sono di nuovo campioni NBA.
Jalen Brunson e le rimonte
Il numero 11 ha guidato New York alla vittoria contro i giovani San Antonio Spurs, chiudendo la serie in cinque partite proprio come accadde nel 1973. Ma se il risultato finale racconta una vittoria relativamente netta, il percorso che ha portato all'anello è stato tutt'altro che semplice.
Queste Finals hanno infatti raccontato molto della personalità dei Knicks. Una squadra esperta, resiliente e capace di sopravvivere ai momenti più difficili. Nelle quattro gare vinte contro San Antonio, New York si è sempre trovata in svantaggio in doppia cifra. Ogni volta gli Spurs hanno provato a scappare. Ogni volta i Knicks sono riusciti a tornare. È stata la storia dell'intera serie.
La fotografia definitiva resterà probabilmente Gara 4. A inizio secondo tempo, New York si ritrova sotto di 29 punti contro una squadra giovane, atletica e apparentemente lanciata verso il pareggio nella serie. In quel momento nessuno avrebbe scommesso un centesimo sui Knicks.
Eppure, possesso dopo possesso, la squadra di Mike Brown ha ricucito lo svantaggio fino a completare una delle rimonte più incredibili mai viste sul palcoscenico delle Finals. A chiudere tutto è stato il tap-in vincente di OG Anunoby sulla sirena, un'immagine destinata a vivere per sempre nella memoria dei tifosi e, probabilmente, nella storia stessa della NBA. Quella rimonta, però, non è stata un episodio isolato.
Sì può vedere anche Gara 1 delle Eastern Conference Finals contro i Cleveland Cavaliers. A 7 minuti e 40 secondi dalla fine del quarto periodo, New York si trovava sotto di 22 punti. La partita sembrava finita. Invece i Knicks trovarono ancora una volta il modo di rialzarsi, trascinando la gara all'overtime e conquistando una vittoria che cambiò completamente l'inerzia della finale di Conference.
Da quel momento in poi, la sensazione è stata quella di osservare una squadra capace di vivere costantemente sul filo dell'impossibile. Rimonte improbabili. Tiri contestati che trovavano soltanto la retina. Canestri costruiti al limite della logica e dello spazio disponibile. Uno shot-making che in più di un'occasione è sembrato sfidare le leggi della fisica. Per molti versi, questi Knicks sono sembrati una squadra baciata dal destino.
Perché questo titolo porta anche la firma di OG Anunoby. Quando New York decise di acquisirlo a fine 2023 cedendo RJ Barrett e Immanuel Quickley, l'obiettivo era aggiungere un giocatore capace di incidere nei playoff. Nessuno, però, poteva immaginare un impatto di questa portata.
Anunoby ha disputato la miglior postseason della sua carriera, trasformandosi in una presenza costante su entrambe le metà campo. I suoi numeri raccontano perfettamente il livello raggiunto: 20,1 punti di media, il 49% da tre punti, il 56% dal campo, oltre a 1,1 stoppate e 1,5 recuperi a partita. Statistiche che appartengono quasi più a una superstar che a un semplice giocatore di complemento.
Questo titolo è stato anche la rivincita personale di Karl-Anthony Towns. Per anni è stato etichettato come un talento incapace di vincere, troppo morbido per essere il protagonista di una squadra da titolo. Critiche che lo hanno accompagnato per gran parte della carriera e che sembravano destinate a definirne l'eredità.
In questi playoff, invece, Towns ha risposto sul campo. Lo ha fatto in attacco, ma soprattutto in difesa. La sua marcatura su Victor Wembanyama durante le Finals è stata una delle chiavi meno raccontate della serie. In situazioni di uno contro uno è riuscito a limitare il fenomeno francese con disciplina, fisicità e attenzione, togliendogli molti dei punti di riferimento che avevano reso devastante la corsa playoff degli Spurs.
E poi, naturalmente, c'è Jalen Brunson. Perché questa è soprattutto la sua storia. Quando i Knicks lo firmarono nell'estate del 2022, la franchigia stava ancora cercando una direzione. New York era reduce da stagioni altalenanti e aveva affidato gran parte delle proprie speranze a Julius Randle come prima opzione offensiva.
Brunson arrivava da Dallas, dove aveva trascorso quattro stagioni all'ombra di Luka Doncic. Un giocatore rispettato, certamente, ma che molti consideravano ancora un comprimario. I Mavericks non credettero fino in fondo nel suo potenziale. I Knicks sì.
E Brunson scelse di raccogliere una sfida che pochi altri avrebbero accettato: diventare il leader della franchigia più esigente e mediatica della NBA. Non si è limitato a farlo sul parquet. Nel corso degli anni ha anche accettato di lasciare sul tavolo milioni di dollari nella propria estensione contrattuale per consentire alla dirigenza di costruire un roster da titolo attorno a lui.
Una scelta che oggi assume un significato ancora più profondo. Perché alla fine Brunson ha avuto ragione. Ha chiuso Gara 5 con 45 punti, dominando il momento più importante della stagione e completando una cavalcata che lo consacra definitivamente tra i grandi protagonisti della lega. Soprattutto, ha riportato il Larry O'Brien Trophy a New York. Cinquantatré anni dopo Willis Reed. Cinquantatré anni dopo l'ultima volta. Cinquantatré anni dopo, i Knicks sono di nuovo campioni NBA.
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