
Dal colonialismo olandese fino ai Mondiali 2026: Curaçao è la storia più bella dell'estate
Curaçao, oltre a essere il più piccolo paese ad essersi mai qualificato ai campionati del Mondo, è tanto altro.
Si sa, i Mondiali e le competizioni per nazionali sono inesauribili contenitori di storie. O meglio, vere e proprie matrioske: quando scopri qualcosa relativo a un calciatore, allenatore o selezione, cominci ad aprire articoli sulle storie che li riguardano. Cerchi i loro profili su Instagram. Apri dei video YouTube che approfondiscano la loro vita, o la loro carriera. Insomma: rischi di entrare in un loop infinito, dove a una storia se ne collegano altre mille.
E tale dinamica, in prossimità e in concomitanza dei Campionati del Mondo di calcio, si amplifica all'ennesima potenza: compaiono sugli schermi individui e personaggi che, potenzialmente, si ha modo di ammirare, con la maglia della loro nazionale, solamente una volta ogni quattro anni. E diciamocelo: quelli più interessanti appartengono proprio a quelle nazionali di cui non si sente spesso parlare, e che per questo destano maggiore curiosità.
Paesi come Brasile, Germania o Inghilterra difficilmente mancheranno l'appuntamento con le grandi competizioni, a differenza dell'Italia. Altri, non sempre riescono a raggiungere i palcoscenici sui quali vengono puntati i riflettori di tutto il mondo. Ci si gode queste nazionali finché si può: potrebbe essere che, per rivederle davanti allo schermo all'interno di una competizione sportiva, siano necessari svariati anni. Quest'anno, per esempio, i Mondiali ospiteranno 4 debuttanti: Giordania, Uzbekistan, Capo Verde e Curaçao.
Concentrandoci su quest'ultima, è arrivata a qualificarsi a quest'edizione dei Campionati del Mondo grazie a un ottimo percorso nei turni di qualificazione. Ma soffermarci solo allo sport, parlando di Curaçao, sarebbe riduttivo: la loro storia recente (e non solo) è stata travagliata, difficile, estremamente condizionata dal colonialismo e irrimediabilmente legata a quella dei Paesi Bassi. Tant'è che Curaçao, allo stato attuale delle cose, da una parte dispone di un governo proprio e di autonomia interna; dall'altra, fa ancora parte del Regno dei Paesi Bassi. Tant'è che, come ha spiegato un local a GOAL, "qui sono i Paesi Bassi a dettare le regole".
Com'è scritta la storia di Curaçao dal principio, per capire come questa qualificazione ai Mondiali sia arrivata a coronamento di un processo di stabilizzazione interna, a livello politico, in cui lo sport ha giocato un ruolo fondamentale nell'unire la nazione, la cui popolazione ha storicamente faticato a trovare un'equilibrio stabile per via delle tensioni di natura razziale, economica e culturale? Oggi l'isola vive un periodo della sua storia più tranquillo, ma in passato le cose erano diverse. E come spesso accade, lo sport ha contribuito a creare un sentimento d'unione laddove le crisi sociali hanno diviso.

La storia di Curaçao, in pillole
Nel Mar dei Caraibi, allontanandosi di circa 65 km dalla costa venezuelana, sorge Curaçao. Probabilmente, avrete già sentito parlare, recentemente, di quest'isola di circa 150 mila abitanti che per la prima volta nella sua storia (giovanissima, calcisticamente parlando) si è qualificata per i Mondiali di calcio 2026. L'isola è bellissima, esteticamente: estese zone verdi, acqua cristallina, spiagge mozzafiato. Tuttavia, dietro a questo fascino si cela una storia che, come accennavamo, è tutt'altro che è tutt'altro che splendente.
Popolata, dai suoi albori, dagli indigeni aruachi, Curaçao ricevette una prima visita europea nel 1499 dagli spagnoli. Questi non solo massacrarono la popolazione locale, ma le definirono, insieme alle vicine isole di Aruba e di Bonaire, "isole inutili", inadatte ad agricoltura ed allevamento e povere di altre risorse naturali.
Facendo un balzo di circa un secolo e mezzo, nel 1634, Curaçao venne occupata dagli olandesi, che fondarono la città di Willemstad - ancora oggi la capitale di Curaçao - che divenne, con il tempo, un importante porto, principalmente per la tratta degli schiavi. Difatti, l'isola rappresentò un punto di smistamento (di notevole importanza, efficace contromossa clandestina al monopolio spagnolo in materia di commercio di esseri umani) in cui gli schiavi africani venivano smistati, venduti e sfruttati.
Nel corso dei secoli Curaçao fu oggetto di contesa tra francesi, inglesi e olandesi, ma alla fine a prevalere furono quest'ultimi, con la firma del Trattato di Parigi del 1815. La prosperità dell'isola (che naturalmente si basava su logiche ripugnanti) dovuta alla tratta degli schiavi proseguì sino al 1863, anno in cui tale pratica venne abolita proprio dai Paesi Bassi.
In seguito a tale abolizione, l'isola passò un periodo di profonda crisi economica nel quale la popolazione optò per l'emigrazione, in cerca di lavoro e buona sorte. Tale tendenza si fermò nel 1914, anno in cui vennero rinvenuti importanti giacimenti di petrolio nei dintorni di Curaçao, i quali le restituirono l'interesse perduto. Sempre collegato a obiettivi di sfruttamento e di natura economica, si intende.

Nel corso della seconda guerra mondiale, Curaçao giocò un ruolo rilevante nella fornitura di carburante per quanto riguarda gli Alleati e, al termine di tale conflitto, nel 1954, venne istituita la nazione delle Antille Olandesi assieme a Bonaire, Aruba e alle isole di Sint Eustatius, Saba e Sint Marteen.
Le Antille Olandesi godevano di un governo - in teoria - autonomo dai Paesi Bassi in quanto "nazione costitutiva"; autonomia che, tuttavia, faticò a concretizzarsi della realtà dei fatti, con la nazione europea che ha comunque influenzato politica ed economia delle suddette isole caraibiche. In apparenza, dunque, le questioni coloniali sembravano ormai acqua passata, con "l'indipendenza" del 1954; di fatto, però, Curaçao e le altre isole hanno continuato ad essere subalterne ai Paesi Bassi, anche per quanto riguarda le sfere politiche, sociali, culturali ed economiche.
Anche a Curaçao, ad avere in mano il potere era la popolazione bianca. A partire dai secoli passati, infatti, molti olandesi si riversarono in queste isole caraibiche per gestire la tratta degli schiavi. Da quegli oscuri anni in poi, la situazione non mutò sino al secondo dopoguerra: la popolazione di origine africana rappresentava il 90%, ma a beneficiare del boom economico dell'isola dovuto alla scoperta del petrolio e a gestire la politica era l'élite bianca.
Tale discriminazione si riversò anche in ambito culturale: a Curaçao la lingua ufficiale è stata, all'epoca delle Antille Olandesi, proprio l'olandese, nonostante la stragrande maggioranza della popolazione parlasse papiamento (a Curaçao, in particolare, una delle sue declinazioni, il papiamentu), idioma nato nata dalla commistione di lingue africane, portoghese, spagnolo, inglese ed olandese. Oggi rappresenta la lingua ufficiale dell'isola e un motivo di grande orgoglio, in quanto simbolo della lotta anti-coloniale; negli anni '50 e '60, però, contribuì a segmentare la popolazione oltre che rappresentare un grosso ostacolo per i nativi, ad esempio, a scuola.
I neri, a Curaçao e nelle isole ad essa vicine, vivevano segregati da bianchi e turisti, in una situazione paragonabile a quella degli afroamericani negli Stati Uniti e, non a caso, i movimenti antirazzisti e anticapitalisti che si svilupparono deli USA influenzarono e ispirarono la rivolta di Curaçao avvenuta nel 1969 - in papiamentu, denominata "Trinta di Mei"; in italiano "30 maggio".
Tra le cause che scatenarono queste feroci proteste, la goccia che fece traboccare il vaso fu la vicenda dei lavoratori legati alla raffineria Shell e al suo subappalto, la Werkspoor. Una volta scaduto (il 6 maggio) il Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro l'azienda, in un periodo in cui stava tagliando i costi, optò per la riduzione incondizionata degli stipendi dei lavoratori neri, mantenendo intatti quelli destinati alla popolazione bianca. Da tale scelta nacquero sindacati, le cui riunioni si tradussero in scioperi e in rivolte.
Il culmine, come cita il nome assegnato alla protesta, si verificò il 30 maggio: i lavoratori marciarono verso Willemstad, facendo uso di slogan piuttosto eloquenti. Tra questi, "Awe yu di Korsou a bira koño" ("Ora la gente di Curaçao è davvero stufa"); "Pan y rekonosimiento" ("Pane e riconoscimento"); "Nos lo siña nan respeta nos" ("Insegneremo loro a rispettarci"). La risposta delle forze dell'ordine fu brutale: due morti, centinaia di arresti.

Va detto che le proteste ottennero, in parte, ciò che desideravano: il governo rassegnò le proprie dimissioni, e le elezioni del nuovo establishment furono programmate per il successivo 5 settembre. Si verificò anche l'ascesa di una nuova élite politica nera, ma l'isola continuò a versare in acque torbide, economicamente parlando. Pare, però, che non fosse più colpa delle segregazioni razziali, e che le motivazioni vadano ricercate piuttosto nella corruzione e in scelte politiche sbagliate.
Di sicuro, i passi avanti sono tangibili, a partire dal 1969: il papiamento è la lingua ufficiale, le disuguaglianze all'interno della popolazione sono meno sbilanciate.
Nel 2010, le Antille Olandesi vengono sciolte: le isole di Bonaire, Sint Eustatius e Saba diventano municipalità speciali (a livello legale, rappresentano ancora un'estensione del territorio olandese nei Caraibi); a Curaçao, Sint Maarten e Aruba si istituirono dei paesi costitutivi, i quali godono di maggiore autonomia rispetto ai Paesi Bassi. Come detto, spesso il paese europeo mantiene il potere di esercitare l'ultima parola in materia di politica estera, difesa e a livello giuridico, con la Cassazione che mantiene la sua sede nei Paesi Bassi. D'altro canto, sicuramente, la situazione di Curaçao è migliorata (a differenza delle isole a municipalità speciale).
Curaçao, vivendo una nuova fase della sua storia, deve rimboccarsi le maniche per (ri)dare vita ad un paese che finalmente ha avuto la possibilità di godere di maggiore autonomia. Tra le altre cose, venne istituita una Federcalcio di Curaçao, e da qui nasce il cammino che ha portato la Blue Wave ai Mondiali di USA, Canada e Messico 2026.
Blue Wave alla riscossa
Se si guarda all'attuale rosa di Curaçao, tutti i giocatori che prenderanno parte alla spedizione mondiale sono nati e cresciuti, calcisticamente e non, nei Paesi Bassi. Vi è una sola eccezione: Tahith Chong, una delle stelle. Potrete averne già sentito parlare per il suo trascorso al Manchester United. Attualmente gioca ancora in Inghilterra, allo Sheffield United, dopo aver girato tra Germania e Belgio.
A renderlo unico all'interno della rosa di Curaçao, oltre all'incredibile capigliatura, è il fatto di essere il solo ad essere nato sull'isola caraibica, a Willemstad. Quasi tutti i calciatori della Blue Wave hanno la doppia cittadinanza: il passato coloniale, probabilmente, non verrà mai realmente assorbito.
La questione della doppia cittadinanza rappresentò un tema spinoso da affrontar, per l'allora neonata Federcalcio di Curaçao. Il presidente di quest'ultima (tuttora in carica), Gilbert Martina, come riporta GOAL, avrebbe fin da subito puntato sui giocatori dotati della stessa, per dotare la squadra di calciatori di livello. Questa decisione, però, non venne digerita bene dagli isolani, anzi: questi ultimi criticarono aspramente questo criterio di convocazione per motivi identitari. Volevano che a giocare per la loro nazionale fossero solo giocatori nati a Curaçao, contrastando eventuali influenze dei Paesi Bassi.
Con il passare del tempo questo malumore si è affievolito, con la popolazione che ha abbracciato l'idea che, per formarsi calcisticamente, militare in Europa sia una marcia in più in termini di competitività, ragion per cui questa larga presenza di giocatori nati nei Paesi Bassi ma con origini risalenti alla splendida isola caraibica ha contribuito a rendere Curaçao una nazionale più pronta ad affrontare determinati palcoscenici.
Oltre a Gilbert Martina, altre due sono le figure che hanno ricoperto un ruolo di preminente importanza nello sviluppo del calcio a Curaçao, i cui abitanti, fino al 2010, si dilettavano principalmente nel baseball. La prima è Patrick Kluivert: sua madre è originaria di Curaçao, e vien da sé che tra la famiglia dell'ex Ajax, Milan e Barcellona e l'isola a nord del Venezuela vi sia un legame stretto. La leggenda oranje fu il commissario tecnico della Blue Wave a più riprese dal 2015 al 2021, dando una grande spinta al movimento calcistico locale.
La seconda figura, invece, nondimeno uno dei principali fautori (se non il principale) di questa incredibile qualificazione, però, è stato Dick Advoocat, CT di Curaçao dal 2024 al 2026. L'allenatore nato a L'Aia, oltre a essere il più anziano a guidare dei Mondiali 2026, è un pezzo di storia vivente: allenando la nazionale dei Paesi Bassi, debuttò nella competizione già nel 1994.
La sua carriera ha poi preso contorni davvero particolari, allenando in tutto il mondo e diventando il globetrotter degli allenatori: a partire dal 1981, Advocaat ha cambiato per 20 volte club, guidando, nel frattempo, anche Paesi Bassi (svariate volte; l'ultima, nel 2017), Emirati Arabi Uniti, Corea del Sud, Belgio, Russia, Serbia, Iraq e proprio Curaçao. Se non sapete ancora come e dove passare le ferie estive, sapete a chi chiedere un consiglio.
Tornando alla sua corrente esperienza da allenatore, che lo ha portato a prendere parte al suo terzo Mondiale da allenatore (ognuna guidando una nazionale diversa), Advocaat è stato il vero game changer della storia calcistica di Curaçao, guidando i suoi in una cavalcata memorabile. Nel primo girone di qualificazione con Haiti, Saint Lucia, Aruba e Barbados, la Blue Wave ha dominato, vincendo 4 partite su 4, segnando 15 gol e subendone solo 2. Nel turno di qualificazione seguente, Curaçao si è ritrovata in girone con Bermuda (il fanalino di coda), Trinidad e Tobago e una squadra sulla carta temibile, la Giamaica.
Le due squadre hanno combattuto per il primo posto - unico piazzamento utile ai fini di una qualificazione diretta - fino alla fine, rimanendo appaiate in classifica e giocandosi la qualificazione all'ultima giornata in casa della Giamaica. Nel match decisivo, quando c'era bisogno di tutti, però, Advocaat non è riuscito a prendere parte alla partita. Per motivi familiari, infatti, è dovuto rientrare nei Paesi Bassi, seguendo la partita in collegamento con i suoi assistenti dall'altra parte del mondo.
In seguito a una prima ora abbondante di gioco tesa, dove il risultato è rimasto ancorato sullo 0-0, a partire dal minuto 69 è successo letteralmente di tutto. La Giamaica colpito 3 pali (gli highlights sono troppo corti, durano solo 1:30 e non sono stati inseriti tutti i legni nel video presente su Youtube; grazie per l'egregio servizio, profilo della CONCACAF), a Curaçao è stato annullato un gol e, nel finale, il VAR ha annullato l'assegnazione di un rigore in favore alla squadra di casa.
Al termine di 90 minuti di fuoco, e di un percorso favoloso (agevolato da un'ottima differenza reti, maturata grazie al 7-0 inflitto ai danni di Bermuda), la storia è stata finalmente scritta: Curaçao, incredibilmente, si è qualificata per i Mondiali del 2026.
Il liquore, Captain Blue Face e cosa aspettarci da Curaçao ai Mondiali 2026
Analizzata la storia di Curaçao e le tappe che hanno portato la sua nazionale di calcio a disputare i Campionati del Mondo, è ora di lasciare spazio a curiosità e piccole-grandi storie relative a questo avvenimento storico, per la popolazione dell'isola e non solo.
Partendo dal suo soprannome, Blue Wave, si rifà alla bandiera e al colore della prima maglia di Curaçao, tra l'altro parecchio bella. A tale colore si collegano due elementi che caratterizzano l'isola e il suo tifo. Da una parte, il Blue Curaçao è un liquore, realizzato tramite le scorze di laraha, una varietà dell'arancio amaro, utilizzato anche nell'Angelo Azzurro, cocktail diffuso anche in Italia. Dall'altra, il blu è il colore con il quale la mascotte del tifo della Blue Wave si dipinge ad ogni singola partita viso, testa e barba.
Il suo nome è Brenton Balentien: barista molto noto sull'isola, nel 2015, in occasione di un match della sua nazionale, si dipinse di blu testa e barba. Il rito portò fortuna, dunque lo ripropose in occasione della partita successiva. Magicamente, i giocatori del Curaçao hanno cominciato a fare faville da quando Brenton ha cominciato a dipingersi di blu: dal 2015, non ha più smesso. In ogni singola occasione in cui la sua nazionale scende in campo, lui è lì, dipinto di blu, a sostenere i suoi beniamini. E, non a caso, è noto come Captan Blue Face, in quanto simbolo della tifoseria.

Una volta ottenuta la qualificazione, Brenton ha immediatamente preso in considerazione l'idea di andare a seguire la sua nazionale negli Stati Uniti ma, come ben sappiamo, seguire questi Mondiali non è cosa per tutti, anzi. Come fare, dunque? Semplice: mettendo in vendita la propria auto, una Kia, per racimolare i soldi necessari a permettersi l'oltremodo onerosa trasferta.
Non vi preoccupate: come riporta nu.cw, la storia di Brenton ha fatto il giro del mondo, e non dovrà vendere la propria Kia per raggiungere gli Stati Uniti. L'azienda automobilistica coreana gli ha comunicato che intende sponsorizzarlo di tasca propria, e una campagna di crowfounding nata sul web ha raccolto 4.000 fiorini per coprirgli le spese. Nessuno può togliere Curaçao a Brenton Balentien, nemmeno Trump e Infantino.
Ma le curiosità non finiscono qui. Blu Wave, oltre a essere il soprannome della squadra, è anche il titolo di una canzone che accompagna i calciatori della nazionale durante le trasferte e nei festeggiamenti negli spogliatoi al termine delle vittorie. E la musica è anche il modo con cui Curaçao ha comunicato, via radio, le convocazioni in vista del Mondiale: il video è stato pubblicato anche da RaiNews.it. Insomma: l'isola di Curaçao è davvero una matrioska di storie, capace sia di veicolare aneddoti spensierati che porre l'attenzione su tematiche importanti, relativamente al suo difficile passato.
Tornando al calcio giocato, difficilmente vedremo Curaçao dire la sua in questo Mondiale. Non è un caso, se la Blue Wave è una delle quattro nazioni esordienti, all'interno di quest'edizione. Il sorteggio è stato tutt'altro che morbido: la nazionale allenata da Advocaat disputerà il girone E con Ecuador, Costa d'Avorio e soprattutto la Germania. Qualora Curaçao dovesse riuscire a fare anche un solo punto, sarebbe un risultato degno di nota.
I fari della squadra sono Leandro Bacuna - centrocampista di 34 anni che nella sua carriera ha militato nell'Aston Villa, nel Watford e che adesso veste la maglia dell'Iğdır, in Turchia -, il già citato Chong, Livano Comenencia - regista che ha giocato anche in Italia, nella Juventus Next Gen - e Bazoer. Sì, Riechedly Bazoer, quel Bazoer, mancata promessa - cercata, in passato, da Inter e Milan - che adesso difende i colori della Blue Wave. Nomi non di spicco: la nazionale caraibica difficilmente riuscirà a mettere il bastone fra le ruote alle sue avversarie.
Ma, non credo sia necessario specificarlo, Curaçao non ha niente da perdere. Tutto quello che verrà, che sia una vittoria rocambolesca o una rovinosa sconfitta, farà ugualmente felici i suoi tifosi, compreso Balentien. Perché, riesumando il tanto discusso slogan decoubertiniano "l'importante non è vincere ma partecipare", questa volta lo si può spendere senza il timore di cadere nella retorica. Perché la vera vittoria di Curaçao non è davvero disputare questo Mondiale, che probabilmente rappresenta un misero 1% delle vittorie ottenute dall'isola caraibica nel corso degli ultimi 400 anni, ossia da quando venne conquistata dagli europei.
La vera vittoria, piuttosto, è farlo da paese (maggiormente) autonomo e socialmente unito, finalmente.
Dunque, non ci resta che augurarvi buon viaggio. Per viverlo, vi consigliamo il bus, possibilmente senza finestrini e ascoltando buona musica in compagnia, proprio come la nazionale di Curaçao ha fatto per disputare l'ultima amichevole pre-Mondiale.
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