
Brasile-Marocco 1-1, Considerazioni Sparse
Primo tempo frizzante, non altrettanto la ripresa. Ne esce decisamente meglio il Marocco rispetto a un Brasile ancora pieno di enigmi.
Se una ventina d'anni fa vi avessero detto che in un match tra Brasile e Marocco non sarebbero stati i sudamericani ad esibire il tasso tecnico più alto, come avreste reagito? Beh, anche in un calcio come quello delle Nazionali, composto da caste che un tempo apparivano immutabili, certi equilibri possono cambiare eccome. Del resto, lo aveva già anticipato Hakimi in conferenza stampa: "Ci chiamano i brasiliani d'Africa", un appellativo non facile da portare al cospetto dei brasiliani veri e propri, che trascorrono tuttavia una prima mezz'ora da mal di testa.
La riaggressione feroce del Marocco e diversi duelli individuali quantomai impari (Ibañez, ad esempio, è costretto fin da subito a prendere il numero di targa di El Khannouss) sono la cartina da tornasole di un dominio impressionante, in cui il Brasile non riesce a prendere contromisure. I verdeoro fanno una gran fatica fin dalla prima costruzione, pur impiegando addirittura Paquetá in impostazione al fianco di Casemiro e Bruno Guimarães, senza però riuscire ad aggirare l'asfissiante aggressività dei Leoni dell'Atlante. Questi ultimi, grazie ai piedi al velluto che si ritrovano, riescono poi a gestire il possesso con altrettanta disinvoltura, privando a lungo i brasiliani del loro giocattolo preferito, la bola.

La Seleção riesce poi a impossessarsi di pallone e ritmi per qualche minuto, ma deve fare i conti con due problemi non da poco: nessuno dà l'ampiezza a destra (Paquetá, come dicevamo, fa a tutti gli effetti la mezzala, mentre Raphinha tende a bazzicare nelle stesse zone di Vinícius), rendendo pressoché nullo lo sviluppo su quel lato. Inoltre, il contropressing del Brasile, una volta persa palla, non è minimamente efficace come quello dei rivali, e porta i verdeoro ad allungarsi a dismisura. Al Marocco bastano dunque due passaggi (grande assist di Brahim Diaz) e una finalizzazione da arbiter elegantiae di Saibari per portarsi in vantaggio.
Neanche quella che per molti è la coppia centrale più forte del Mondiale (Marquinhos-Gabriel) rimedia una bella figura sul gol, facendosi trovare troppo aperta sulla transizione dei nordafricani. Se i terzini del Brasile sembrano il grosso anello debole della squadra (individualmente parlando), quelli marocchini si esprimono a ben altri livelli: Hakimi è il solito treno, mentre Mazraoui, che gioca a piede invertito, trova sempre linee di passaggio di qualità nel far uscire il pallone.
Come da canovaccio ancelottiano, la Canarinha non ha minimamente la stessa struttura ed organizzazione degli avversari, ma ha Vinícius, e tanto basta per trovare l'1-1 al 32': dopo il trasloco di Raphinha sulla fascia destra, il fuoriclasse del Real Madrid si mette in proprio, e fulmina Bono con uno dei suoi classici assoli, rientrando sul piede forte. Dopo un avvio molto dispendioso, verso la fine del primo tempo il Marocco in fase di non possesso inizia a sedersi in un blocco medio-basso, che non fatica ad assorbire i pochi movimenti senza palla degli attaccanti brasiliani.
L'ultimo brivido prima dell'intervallo lo causa Paquetá (fin qui molto opaco), lodevole per tempi d'inserimento e coordinazione in mezza rovesciata, paratagli da un attento Bono. Tra un tempo e l'altro, Ancelotti toglie due dei suoi uomini maggiormente in difficoltà (Ibañez e Casemiro), affidandosi ai 66 anni sommati di Danilo e Fabinho. Il secondo tempo si preannuncia più avaro di emozioni: il Marocco fa un po' di fatica a tornare dalle parti di Marquinhos and Co., mentre il Brasile si rende pericoloso solo su rimessa laterale, con Igor Thiago troppo poco lucido nella conclusione.
Nel nuovo assetto tattico dei pentacampioni del mondo, il grande sacrificato è Raphinha, che gradisce ben poco sia il lato da occupare (il destro, opposto a quello in cui gioca nel Barcellona), sia i compiti da svolgere (pestare la linea laterale, pur non essendo un'ala particolarmente brillante nel dribbling). A metà secondo tempo, poi, Carletto lo mette addirittura a fare la prima punta, piazzando Luiz Henrique alla sua destra e Matheus Cunha alle sue spalle.
Anche Ouahbi, a quel punto, rimescola la propria trequarti, inserendo Talbi ed El Mourabet. Come ampiamente prevedibile, Raphinha trae benefici istantanei dal trasloco in zona centrale, mancando di poco l'impatto con un cross rasoterra da destra di Bruno Guimaraes. La partita entra poi in una fase di defaticamento, in cui il pressing diventa un optional, mentre il calcio serafico di Bouaddi (19 anni ancora da compiere!) strappa più di un applauso agli spettatori neutrali.
Il Marocco non può però riporre troppo in fretta la scimitarra nel fodero: senza un Igor Thiago un po' impacciato, il Brasile non dà più punti di riferimento in attacco, portando Cunha ad avvicinarsi molto a Vinícius a sinistra. Sono loro due, infatti, a confezionare un contropiede rapidissimo, che non trova un esito felice a causa del mancino strozzato di Raphinha, arrivato nuovamente puntuale in mezzo all'area.
Prima del triplice fischio, che sancisce un 1-1 meritato per quanto visto in campo, Alisson fa in tempo a risvegliarsi dal torpore con una doppia parata su El Aynaoui e Amaimouni (quest'ultimo avventatosi su una respinta non perfetta del portiere del Liverpool), salvando Ancelotti da un potenziale psicodramma. Insomma, è il classico pareggio che lascia sensazioni ben diverse alle due squadre: il Marocco conferma di non essere più un'underdog a certi livelli, mentre al Brasile serviranno idee ben più chiare di queste per tornare a New York la sera del 19 luglio.
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