
La bicicletta di Mansız e il terzo posto della Turchia ai Mondiali
La Turchia torna ai Mondiali dopo ventiquattro anni. Viaggio tra i ricordi di Giappone-Corea, da Hakan Şükür a İlhan Mansız.
Poco tempo fa mi trovavo in visita a Istanbul, per la precisione nel cortile della moschea di Eyüp Sultan, grandioso edificio poco fuori le mura della fu Costantinopoli. Eretta sul sito di sepoltura di Abū Ayyūb al-Anṣārī, fedele compagno del profeta Maometto, è per questo considerata come uno dei più importanti luoghi di culto dell'Islam.

Una guida turistica locale, probabilmente attirata dal mio outfit total-Beşiktaş poco consono ad uno spazio di preghiera, indica lo stemma che ho sul petto e comincia a parlarmi in inglese. Mi dice che tifiamo la stessa squadra, che ha fatto un Erasmus a Budapest dove ha conosciuto un suo grande amico italiano, e che era ancora in visibilio per la sconfitta della sera precedente del Fenerbahçe contro il Galatasaray.
Tanto mi basta per fargli vedere il numero 20 che ho tatuato sul braccio in onore di Ricardo Quaresma (numero di maglia col quale ha vinto gli Europei 2016), che da quelle parti è davvero una divinità. Lui apprezza, e allora decide di aprirsi ancora. Mi dice che sì, il mio idolo è ovviamente anche il suo, ma che prima del portoghese c'era stato un altro dribblomane un po' folle: İlhan Mansız.
Io allora, dopo questa rivelazione, faccio per chiedergli di più, ma il mio maestro si era già dissolto in una nuvola di fumo (era semplicemente tornato al suo gruppo di turisti impazienti). A quel punto, l'unica cosa che ho potuto fare è stata informarmi da solo, schivando incomprensibili post in turco pieni di emoji di aquile, davanti all'ennesima tazzina di çay.

Per parlare di Mansız non si può non iniziare dal Campionato del Mondo di Giappone e Corea, teatro che lo ha visto brillare davanti a tutto il pianeta. Era il 2002, la Turchia era stata colpita prima dal devastante terremoto di İzmit del '99 e poi dalla crisi economica di due anni dopo, che l'aveva messa in ginocchio. La fiducia nella classe politica dell'epoca, quella laica, socialdemocratica, e vicina alle idee di Atatürk, era crollata, e infatti a novembre dello stesso anno le elezioni le avrebbe vinte l'AKP col suo leader Recep Tayyip Erdoğan.
La Turchia ha quindi due facce: se da un lato ci sono i seguaci laici del padre fondatore "illuminato" Atatürk, dall'altro c'è tutta quella fetta di popolazione conservatrice ed islamista legata alla tradizione ottomana. Una divisione che rispecchia la posizione geografica dello stato, e in particolare della sua capitale, a cavallo tra due continenti, e quindi tra due stili di vita. Ciò si tocca con mano camminando per le sue strade, dove si passa velocemente dal rimbombo del richiamo alla preghiera dei minareti ai bar radical-chic ultra-occidentalizzati del quartiere di Kadıköy.
Queste due facce trovano i propri rappresentanti perfetti nei due eroi del primo mondiale del ventunesimo secolo. L'anima conservatrice viene portata in alto da Hakan Şükür, bomber idolo del quartiere di Galata, sostenitore del predicatore Fethullah Gülen, e che dopo il ritiro si candiderà proprio nell'AKP di Erdoğan. İlhan Mansız ha invece un look un po' punk, i tatuaggi, è nato in Germania, ed è il perfetto portavoce dei turchi occidentalizzati.
Per entrambi, quello del 2002 è un torneo magico. Şükür segna nella finalina per il terzo posto contro la Corea del Sud il gol più veloce della storia dei Mondiali in appena 11". Mansız, partendo in sei occasioni su sette dalla panchina, fa tre gol: la prima rete arriva contro il Senegal ai quarti (ed è anche l'ultimo golden goal della storia), mentre contro la Corea ne mette due, più l'assist per il già citato gol del numero nove.
Ciò che è rimasto davvero, però, del mondiale dell'ex Beşiktaş è un singolo gesto tecnico. Intorno al novantesimo minuto della prima partita del girone contro il Brasile, persa poi 2-1, Mansız riceve palla sul suo lato del campo, quello destro, e senza pensarci supera Roberto Carlos con una deliziosa "bicicletta". Il fenomeno del Real Madrid sarà costretto a commettere fallo, e le due nazionali si rincontreranno poi in semifinale, gara che i verdeoro vinceranno 1-0. Un gesto stupendo, e ancora più bello perché inutile.
Quell'estate una nazione intera, piegata in due dalla crisi economica e da scelte politiche sbagliate, si aggrappò a Şükür e Mansız per distrarsi da una realtà drammatica, sentendosi grande ed unita almeno nel calcio. Ciò chiaramente non servì a nulla, e oggi l'uomo più potente di Turchia è ancora Erdoğan, ventiquattro anni dopo.
Se il Campionato del Mondo ha fatto da spartiacque per il paese, non poteva che valere lo stesso per i suoi due eroi. Hakan Şükür, come già detto, dopo il ritiro dal calcio decide di entrare in politica. L'attaccante viene eletto in parlamento nel 2011 per il partito del Primo Ministro Erdoğan, ma due anni dopo è costretto a dimettersi in seguito agli screzi nati tra quest'ultimo e Gülen, che porteranno al fallito colpo di stato del 2016. Şükür viene quindi considerato complice del fatto, e viene emesso un ordine di arresto nei suoi confronti. Ad oggi vive a Washington D.C. guidando un Uber e vendendo libri, dopo aver gestito una caffetteria in California.
Il suo contraltare, invece, nel 2002 aveva appena vinto la classifica marcatori della Süper Lig con 21 reti, campionato che sarebbe poi riuscito a vincere l'anno successivo, sempre giocando per il Beşiktaş. Un momento di forma che viene interrotto a ripetizione da importanti infortuni al ginocchio, costringendo Mansız a provare prima l'avventura in Giappone al Vissel Kōbe, e poi nella sua terra natale, nella squadra riserve dell'Hertha Berlino. L'ultimo club che scommette su di lui è l'Ankaragücü, nel 2006, ma l'ora del ritiro scocca comunque di lì a poco, a 31 anni.
La Turchia diventa il parco giochi di un despota conservatore filo-ottomano, Hakan Şükür viene costretto all'esilio su suolo americano per evitare il carcere, e la fiamma di İlhan Mansız si spegne dopo soli quattro anni. Tre strade, tutte dirette verso il baratro. Solo una, per ora, ha virato evitando il peggio, ed è proprio quella del predecessore di Quaresma.
Un anno dopo il ritiro, infatti, Mansız partecipa allo show televisivo di pattinaggio artistico "Star on Ice", che vince in coppia con la pattinatrice olimpica slovacca Olga Beständigová. A 33 anni, l'ex stella del calcio turco si innamora sia della propria partner sia di un nuovo sport, immergendocisi a livello agonistico. Questa nuova passione lo spinge a mettere nel mirino i Giochi Olimpici Invernali di Sochi 2014, che tuttavia sfiorerà soltanto.
Facendo un grande salto verso il presente, e tralasciando una fulminea parentesi da vice-allenatore del Beşiktaş in coppia con Guti nel 2018, Mansız è tornato a fare una breve apparizione nel mondo del calcio. Il 20 maggio di quest'anno, infatti, l'abbiamo potuto vedere portare in campo la coppa dell'Europa League in occasione della finale tra Friburgo e Aston Villa, giocatasi proprio nella "sua" Vodafone Arena di Istanbul. Il grande affetto dei tifosi bianconeri, alla sua vista, non si è fatto mancare.
Ventiquattro anni, quindi, cambiano letteralmente tutto, ma spesso si finisce per ricalcare i propri stessi passi. İlhan Mansız è tornato a prendere il saluto della sua gente, e la Turchia è tornata a giocarsi una Coppa del Mondo dopo quell'incredibile ultima cavalcata in Asia. Nel 2002 le stelle della nazionale di oggi non erano nemmeno nate, ma con Vincenzo Montella la storia può ripetersi.
Mai, probabilmente, la Turchia ha potuto contare su un tasso tecnico così alto all'interno della propria rosa. Davanti, soprattutto, ci sono Arda Güler, Aktürkoğlu, e Kenan Yıldız, quest'ultimo nato in Germania come l'eroe punk del 2002, ma indubbiamente più forte. Se poi si guarda al girone, che è formato da Stati Uniti (dove ancora vive Şükür), Paraguay, e Australia, sperare è davvero un obbligo.
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