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Mondiale
, 13 Giugno 2026

Mondiale 2026, Tshabalala #3 - C'è troppa Italia


Un Mondiale a tinte azzurre, praticamente una giornata di Serie A.

La seconda giornata mi ha dato emozioni contrastanti. Vedere quella che avrebbe dovuto essere la nostra partita, o meglio, quella che avremmo voluto fosse la nostra, visto che alla prova dei fatti non abbiamo avuto alcun merito sportivo per essere al Mondiale, è stato come guardare la ragazza che ti piace andare a cena con quello con cui eri in competizione e che oggettivamente non ha nulla in più di te. Canada-Bosnia, sotto il sole di Toronto mentre da noi era ormai sera, si cenava, qualcuno andava già a dormire: qualcosa di straniante, di malinconico.

La Bosnia che tanto ci aveva fatto ammattire con le sue alette fumose e imprevedibili ha creato pochi problemi al Canada in una partita non troppo divertente, anche se ha avuto i suoi momenti, come il salvataggio sulla linea di Kolašinac. Eppure ancora oggi mi chiedo: perché loro e non noi?

Ma poi capisci. Pensi al fatto che noi avremmo fatto sostanzialmente la stessa partita, e che l'offerta di gioco che abbiamo messo in mostra nell'ultimo anno e mezzo non va molto lontano rispetto a quella offerta dalla Bosnia al suo esordio mondiale. Del resto il gol di Lukić è arrivato nella maniera più italiana possibile: una spizzata su calcio d'angolo, dopo un'enorme occasione divorata da Jonathan David qualche minuto prima. È more of the same.

Se dobbiamo considerare un livello di gioco così melmoso, e se la Bosnia è diventata migliore dell'Italia anche nel proporre un calcio deprimente, allora è giusto che siano loro i titolari mondiali. Come i leoncini nella savana che ammazzano i leoni più vecchi per asserire la propria dominanza: la Bosnia ha ammazzato l'Italia e ne ha rivestito la pelle per presentarsi al Mondiale. Per questo forse merita il nostro tifo, il nostro rispetto.

È stato divertente però, nonostante la pochezza generale e il bassissimo livello tecnico, guardare Canada-Bosnia, perché come ormai piace sottolineare ai telecronisti del servizio pubblico, c'era un po' di Italia. C'era in realtà tanta Italia, decisamente troppa, e vedere quei giocatori mi fa sempre uno strano effetto.

Non che non sapessi che Koné del Sassuolo fosse canadese, o che Muharemović, sempre del Sassuolo, giocasse per la Bosnia, o che Jonathan David della Juventus avrebbe guidato l'attacco dei padroni di casa, ma è un effetto straniante ritrovare al Mondiale giocatori che vedo ogni settimana sui campi del Lecce o del Pisa, come se niente fosse, come se fossero lì quasi per sbaglio. Non è vero, perché Koné è stato uno dei migliori centrocampisti della Serie A e anche contro la Bosnia ha fatto una buona prestazione. Ma l'effetto è quello.

È una sensazione a metà tra il conoscere la celebrità del paesino, il rapper che ha fatto un pezzo passato in radio, il consigliere comunale che ha vinto le elezioni, e l'incontrare un amico che sta lavorando, che magari fa il barista o il cameriere e lo vedi serio, professionale, con la sua divisa addosso. Ti conosco mascherina, quello non sei davvero tu.

Ho visto Antonio Sanabria, centravanti della Cremonese retrocessa in Serie B, disputare il Mondiale in casa degli Stati Uniti. Ho visto David, McKennie e Pulisic, giocatori che chi più chi meno vengono da una stagione interlocutoria e che pure sono lì a disputarsi la competizione calcistica più importante del mondo. Mi viene da ridere, perché so chi sono, so chi sono veramente, so che in alcuni casi non avrebbero alcun titolo per stare lì, e invece ci sono, come quando incontri l'amico tutto serio al lavoro e la sera prima si era ubriacato con cinque gin tonic al bar del paese.

Insomma c'era un po' d'Italia, c'era forse troppa Italia in questa seconda giornata mondiale. Meteore passate dalla Serie A giusto il tempo di vincere uno Scudetto come Buchanan o senza lasciare particolare traccia come Gustavo Gomez, Tim Weah e Sergino Dest.

Soprattutto, nel giorno in cui Carnevali diventa il dominus della Juventus, due giocatori del Sassuolo, Muharemović e Koné, l'un contro l'altro armati come direbbe Manzoni e che a Berlusconi sarebbero piaciuti davvero tanto. E poi non posso fare altro che constatare come il Sassuolo di Fabio Grosso abbia portato al Mondiale lo stesso numero di giocatori (4) del Napoli vice campione d'Italia: è abbastanza strano, ed è anche abbastanza divertente.

Così come è stato divertente vedere la regia canadese inquadrare più volte Ryan Reynolds, col commentatore di DAZN che sottolineava a più riprese come Reynolds fosse un grande attore, come il suo Wrexham fosse stato una delle sorprese dell'ultima Championship, cercando sponda e qualche reazione nel commento tecnico. Fabio Bazzani non ha detto una parola, come il Mosè di Michelangelo, mostrando come forse non avesse la minima idea di chi fosse Ryan Reynolds. Cosa assolutamente legittima, per carità, ma mi ha fatto scoppiare a ridere più d'una volta ed è anche un po' lo specchio di questo Mondiale.

In Italia ci siamo ormai abituati a guardare le partite del Como, che ha di questo tipo di passerelle il proprio biglietto da visita, a questa regia che insiste sui personaggi famosi sugli spalti. Basti pensare a come la sintesi estesa di Stati Uniti-Paraguay si apra non con un'inquadratura sul campo o sui giocatori, ma su Tom Cruise e David Beckham sugli spalti: è pensata proprio per inculcarci l'idea che, siccome i personaggi famosi seguono con interesse questo Mondiale, allora dovremmo farlo anche noi.

In questo senso Fabio Bazzani, che non sappiamo se conosca o meno Ryan Reynolds ma non ha mai abboccato agli stimoli del suo compagno di telecronaca, è un po' l'eroe che non ci meritiamo ma che comunque il destino ci ha regalato. Lasciateci guardare il pallone in santa pace che le celebrità le guardiamo tranquillamente al cinema.

  • Classe '99, pugliese come il panzerotto e l'abusivismo edilizio. Ha studiato a Bologna, dove si è laureato in giurisprudenza, e soffre per l'Inter. Ama farneticare di calcio e cinema, quasi quanto fare oscuri riferimenti alla storia o alla politica. Ha sul comodino una sua foto con Barbero e l'autografo di Mcdonald Mariga.

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