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, 12 Giugno 2026

Sudamerica e rivoluzione: 5 squadre cariche di storia


Breve viaggio in Sudamerica tra i club dei grandi Libertadores che meglio rappresentano il continente.

All’indomani dello spostamento della finale di ritorno di Copa Libertadores 2018 al Santiago Bernabéu, lo scrittore e giornalista argentino Andrès Burgo scriveva così su El Paìs:

«È difficile che più di due tifosi argentini di calcio si mettano d'accordo, ma lo spostamento della finale della Copa Libertadores a Madrid ha suscitato un rifiuto schiacciante sia nelle reazioni giornalistiche che all'interno della comunità calcistica. L'unico punto su cui i tifosi, specialmente quelli del River – la squadra che ha perso il vantaggio del fattore campo – sembrano non trovare un accordo è su come chiamare l'attuale edizione del massimo torneo sudamericano per club. Alcuni propongono Copa Libertadores de España, altri preferiscono Copa Colonizadores de América e c'è anche chi parla di Copa Conquistadores de América».

La decisione della Conmebol, dovuta a "ragioni di sicurezza", viene vissuta come uno smacco insopportabile, una mancanza di rispetto. Nei confronti dei tifosi argentini, innanzitutto; di quelli del River Plate, in particolare, cui viene negato il diritto inviolabile a godere della possibilità di conquistare il trofeo in casa, contro gli odiati rivali del Boca. Una mancanza di rispetto anche nei confronti della storia stessa del Continente e del sanguinoso affrancamento dall’Impero spagnolo.

Il calcio sudamericano, del resto, è sempre stato terreno fertile per le rivendicazioni storiche. Il trofeo più ambito, la Copa Libertadores, ha assunto l’odierna denominazione nel 1960 (prima si chiamava Copa Campeones de America) in onore dei vari líder politico-militari che dedicarono la propria esistenza alla lotta per l’indipendenza del continente. Prima di allora, il loro ricordo era stato preservato e tramandato con l’intitolazione dei club che, all’inizio del ‘900, avevano visto la luce in tutto il Sudamerica, votato irrimediabilmente alla pratica del calcio.

Immaginate se anche il calcio italiano avesse un rapporto così evocativo e stringente con la propria storia, magari con il periodo del Risorgimento che ha portato allo Stato unitario. Quanto sarebbe epica una sfida tra l’Associazione Calcio Mazzini e il Garibaldi Football Club? E per chi parteggereste, se non foste tifosi di uno dei club: per Mazzini o per Garibaldi? E se ci fosse la Coppa Italia Antonio Gramsci? Ci sarebbe, almeno in quel caso, un occhio di riguardo per i club minori, per il proletariato calcistico?

Ecco i 5 club del Sudamerica che, più di altri, portano con sé il lascito di una storia pluricentenaria.

1) Bolívar (La Paz, Bolivia)

È strano vedere una squadra boliviana in cima a una classifica estesa a tutto il continente, ancor più se la posizione non è dovuta a sfide giocate ad alta quota ma a ragionamenti avvenuti su una scrivania IKEA al livello del mare. Ma come potrebbe essere altrimenti?

Simón Bolívar, al secolo Simón Antonio de la Santísima Trinidad Bolívar y Ponte Palacios y Blanco, nome che da solo evoca qualcosa di veramente grandioso, nasce a Caracas, nel 1783, da famiglia benestante. Si forma a Madrid, dove riceve l’educazione dei rampolli delle classi sociali agiate. Dopo varie peripezie fa ritorno in Venezuela: nel 1810 partecipa al movimento che conduce all’indipendenza del Paese che, tuttavia, avrà vita breve a causa della controffensiva spagnola.

È l’esperienza che suggella il suo impegno politico. Successivamente guida campagne militari che conducono all'indipendenza di Venezuela, Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia. Il suo sogno di un’America unita, concretizzato con la costituzione della Gran Colombia nel 1819 (comprendeva le attuali Venezuela, Colombia ed Ecuador) si infrange contro lo scoglio delle lotte politiche tra fazioni opposte. Muore nel 1830. La Gran Colombia si dissolve l’anno successivo. Sarà di ispirazione per un movimento politico noto come bolivarismo a cui attinge a piene mani Hugo Chávez durante la sua lunga esperienza alla guida del Venezuela a cavallo tra il XX e XXI secolo.

Si può solamente immaginare quale animo ispiri i fondatori del club di La Paz quando il 12 aprile del 1925, in via Junin n. 48, danno vita al “Club Atlético Bolívar Literario Musical”, che diventerà poi semplicemente Club Bolívar - sacrificando il riferimento cultural-musicale in favore di quello sportivo. Nel 1927 si unisce alla federazione calcistica di La Paz: inizia ufficialmente la traiettoria sportiva di uno dei club più vincenti della Bolivia (31 campionati di Primera Division e due coppe nazionali).

Secondo una tesi avvincente, i fondatori del club avrebbero scelto il colore delle maglie optando per il celeste del cielo di La Paz. Un colore tenue, rassicurante, in un certo senso remissivo, in controtendenza con ciò che sarebbe lecito aspettarsi dal club del più grande eroe della lotta anti coloniale. Ad ogni modo, nonostante i colori sociali poco evocativi, Il Bolívar è stato l’unico club boliviano a vivere momenti di gloria - seppur effimera - in campo internazionale; chi altri avrebbe potuto?

Il club ha raggiunto la semifinale di Copa Libertadores nel 1986 e nel 2014, risultati che gli hanno consentito di entrare nella top 10 dei migliori club della competizione nel periodo 1960 - 2023, e ha disputato la finale della Copa Sudamericana nel 2004, arrendendosi solo al Boca Juniors di Carlos Bianchi. A quella sfortunata finale ha assistito l’ex Presidente della Bolivia Evo Morales, storico tifoso del club, ai tempi giovane e rampante deputato.

La sua partecipazione fu resa possibile dal dirigente Javier Ortuño, che, in maniera lungimirante, decise di cedere il posto «al futuro Presidente boliviano». Tra le giornate di gloria in campo internazionale non si può non ricordare quando, nel 1991, il Bolivar ha affrontato il River Plate in Copa Libertadores, battendo la squadra di Buenos Aires per 4-1. Fernando “Nano” Salinas, detto “Chapaco”, in quella giornata ha firmato una tripletta. Nel commento del gol il commentatore loda la sua abilità di essere “siempre presente en lugar exacto para concretar goles”.

Una descrizione semplice, essenziale, evocativa della storia del miglior marcatore in campionato nella storia del club, 3° nella classifica dei giocatori più prolifici del campionato boliviano.

Fernando lavora ora con il figlio, ingegnere civile, occupandosi di verifica delle opere, dei calcoli degli investimenti e dei materiali da costruzione. «È complicato, perché bisogna rispettare delle scadenze, non è facile; ma finora siamo stati molto fortunati e siamo sempre riusciti a portare a termine il nostro compito» ha detto, in un'intervista a La Razon di qualche anno fa.

Forse più complicato di quando segnava per i celesti, soprattutto di testa, la specialità della casa. «Avevo la capacità di usare entrambe le gambe e un buon tiro, ma ero più preciso di testa, ero bravo a elevarmi. Ho sempre detto che chi deve colpire di testa deve saper calcolare bene il tempo e la distanza, sono concetti fondamentali; inoltre, devi tenere gli occhi ben aperti per sapere come colpire la palla e piazzarla dove vuoi».

2) Club Social y Deportivo Colo-Colo (Santiago, Cile)

Colo Colo sembra il nome di un cartone animato - Taz, il diavoletto della Tasmania, oppure Beep Beep, che la fa sempre al povero Willy il Coyote. Niente di epico o rivoluzionario, a meno che non siate bambini di 5 anni.

Eppure Colo Colo è il nome di un guerriero mapuche, vissuto prima degli altri personaggi citati in questa classifica, ma accomunato a essi dalla lotta antispagnola e dall’essere un simbolo della resistenza al colonialismo. Colo Colo è stato un leader noto per la sua saggezza, e immortalato per sempre nell’opera La Araucana di Alonso de Ercilla y Zúñiga.

Secondo quanto racconta l’autore, Colo Colo, al fine di ribaltare l’inerzia della guerra contro gli spagnoli, propone un metodo per eleggere il toqui (leader) dei mapuche: l’onere sarebbe stato attribuito a chi si fosse rivelato in grado di trasportare un grosso tronco d’albero per più tempo possibile. Sarà Caupolicán a vincere. Assieme agli altri capi Mapuche, partecipa e sconfigge Pedro Valdivia nella battaglia di Tucapel, nel 1553 e guida successivamente l’assalto a Concepcion dove mette in fuga gli spagnoli.

Colo Colo assume un ruolo di rilievo nella resistenza antispagnola dei mapuche; subisce molte sconfitte ma avendo notevoli capacità oratorie riesce comunque a trattare e sottoscrivere un trattato di pace con gli spagnoli, dote che sfrutta anche durante il regno di Filippo III, arrivando a stabilire il confine tra spagnoli e indigeni, nei pressi del fiume Bio Bio.

Dal nome di questo personaggio traggono ispirazione David Arellano e altri giocatori dissidenti del Magallanes Social and Sports Club, quando decidono di fondare un nuovo club, che chiamano per l’appunto Colo-Colo, così da permettere di identificarlo come “veramente cileno e popolare”, secondo quanto riporta il sito ufficiale. Il club si identifica totalmente nel guerriero mapuche: i suoi tratti sono ripresi anche all’interno del logo del club, sotto un tratto orizzontale nero che evoca il lutto che la squadra porta a seguito della morte del fondatore David Arellano, avvenuta nel corso di una tournee internazionale.

A differenza del Bolivar, il Colo-Colo è un coacervo di simbolismo e messaggi retorici; la maglia è bianca, quale simbolo di purezza; i pantaloncini neri, evocativi di serietà. La grande popolarità del club è il motivo per cui, dopo aver ottenuto il potere grazie al colpo di Stato ai danni di Salvador Allende - che ne era socio - Augusto Pinochet si avvicina al Cacicco (il soprannome del club).

A metà degli anni '70 Pinochet riesce persino a prenderne il controllo: di fronte alla paventata ipotesi che le elezioni per la Presidenza possano essere vinte da soggetti che si oppongono alla dittatura, sospende il procedimento elettorale, rimuove il gruppo dirigente e affida la gestione a un sodalizio con a capo il Banco Hipotecario de Chile. È una delle pagine più tristi della storia del Colo-Colo, che negli anni ha sempre cercato di allontanarsi dal ricordo della vicinanza al regime.

Ironia della sorte, durante la dittatura di Pinochet il Cacicco non ha avuto un periodo particolarmente felice, nonostante il governo abbia cercato di favorire il club, permettendo il ritorno a casa di Carlos Caszely, seppur noto oppositore del Generale. Nonostante questo, il Colo-Colo è comunque la squadra più vincente del Cile. Ha conquistato campionati, coppe nazionali e supercoppe con la stessa frequenza con cui i cileni consumano la once nel tardo pomeriggio.

Nel 1991 Il Colo-Colo raggiunge l’apice della sua sua storia conquistando la Copa Libertadores. A guidare la squadra c’è un croato, Mirko Jozić, in un periodo in cui lo scambio di “manodopera” tra Sudamerica e Vecchio Continente è perlopiù unidirezionale. Nel 1990 il balcanico assume l’incarico di tecnico del Colo-Colo con l’obiettivo dichiarato di vincere la Copa Libertadores; lascia nel 1993 dopo aver vinto 3 campionati e aver fallito la conquista della Coppa Intercontinentale contro la Stella Rossa di Belgrado.

3) Club Atletico Belgrano (Córdoba, Argentina)

Manuel Belgrano - più precisamente Manuel José Joaquín del Corazón de Jesús Belgrano - nasce a Buenos Aires nel 1770 da María Josefa González Casero e Domingo Belgrano y Peri, ricco mercante di origine italiana.

La florida situazione economica familiare gli consente di studiare in Europa, dove entra in contatto con gli ideali illuministici propagati dagli alfieri della Rivoluzione Francese. Fa ritorno a Buenos Aires e si afferma come uno dei leader della Rivoluzione di Maggio, al cui esito il viceré spagnolo Baltasar Hidalgo de Cisneros viene costretto alle dimissioni e a cui fa seguito la formazione della Prima Giunta di Governo.

Pur non essendo un militare di professione, grazie alla formazione giuridico-economica viene posto a capo di alcune spedizioni militari nell’ambito della guerra di indipendenza argentina, che anima più con il suo entusiasmo e ardore rivoluzionario che con le conoscenze belliche. Muore il 20 giugno 1820, giornata che a partire dal 1938 diventa ufficialmente il Giorno della Bandiera che lo stesso Belgrano ha ideato - seppur diversa da come la conosciamo ora - issandola nel 1812 sulle rive del Rio Paranà, nella città di Rosario, dove oggi sorge il Monumento Nazionale alla Bandiera.

In onore all’ideatore della bandiera argentina, il 19 marzo 1905, i cinque fratelli Lescano e altri decidono di fondare a Cordoba, nella Via Alberdi, il Club Atletico Belgrano. I trionfi nelle leghe cordobesi e nel campionato regionale valgono la possibilità di disputare il campionato nazionale, per la prima volta nella sua storia, nel 1968, primo club della provincia ad accedervi. Da allora il Belgrano si è affermato come una presenza ricorrente nella massima divisione del campionato argentino, alternandola a dolorose retrocessioni e comparse nella serie inferiore.

Secondo una tesi particolarmente suggestiva, il celeste della maglia del Pirata - il soprannome del club - sarebbe celeste quale ulteriore tributo al Generale Belgrano; una teoria più pragmatica e casereccia attribuisce invece la scelta cromatica alla madre dei fratelli Lescano, anch’essa socia fondatrice del club.

Se vi capita di passare per Cordoba, e sentire una musica che sembra una marcetta di partigiani che si fanno forza mentre vanno al fronte dove impera la battaglia, probabilmente state ascoltando l’inno del club, che ha un testo particolarmente evocativo.

Maglia celeste come il cielo
Sembra la bandiera che creò
Belgrano, nome illustre della storia
È sempre inciso nel tuo cuore
.

Se c’è una partita che i tifosi di Cordoba non dimenticheranno facilmente è quella contro il River Plate del 2011. Il Belgrano sta cercando di tornare nella massima serie del campionato argentino; i Millionarios, contrariamente alla loro storia e al loro blasone, devono evitare la retrocessione che non è mai stata così vicina. All’andata il Belgrano si impone per 2-0. Quella di ritorno inizia subito bene: segna Pavone, il Belgrano pareggia, Pavone sbaglia un rigore.

Il portiere Olave, anni dopo, ricorderà quella partita e, in particolare, le parole di Maradona, che lo chiama dall’Arabia Saudita in uno stato di estasi «Penso che Diego abbia detto qualcosa tipo: “È stato uno dei gol che ho urlato di più nella mia vita”, e si è congratulato con noi per il coraggio e la bravura della squadra. Immaginate, Maradona che ci manda un saluto, è stato magico. Ancora più sorprendente di quello che avevamo ottenuto noi"».

Probabilmente sapete già come è andata a finire, anche se non seguite con particolare attenzione il calcio sudamericano. Il Tucumano Pereyra che piange, mentre ovunque imperversa il caos. «Non c’è più niente da dire» - canta Stefano Borghi in diretta su Sportitalia - «il River Plate è in Serie B» - in una telecronaca diventata ormai di culto.

Dopo 15 anni le due squadre si sono sfidate di nuovo ma stavolta con il titolo di campione argentino in ballo. Al minuto 84 i Milionarios sono a un passo dal consumare la più classica delle vendette, un piatto freddissimo che da quelle parti stanno pregustando con l’acquolina alla bocca. Ma la storia è proprio beffarda.

Un minuto dopo Nicolás Fernández pareggia e a due dal 90' segna il gol vittoria su calcio di rigore. Non c’è più Pereyra, che sta spremendo le ultime gocce di talento in Grecia; c’è invece ancora Franco Vázquez, come 15 anni fa, tornato alla base dopo una lunga carriera spesa in Europa, a conquistare un trofeo che restituisce un senso a tutto.

4) Club Atlético San Martín de San Juan (San Juan, Argentina)

José de San Martín nasce il 25 febbraio del 1778 a Yapeyù. Figlio di un ufficiale spagnolo, viene mandato anch’egli in Europa, a Madrid, per studiare al seminario dei nobili, salvo poi decidere di iscriversi alla scuola ufficiali.

Dopo una significativa esperienza sul campo, impegnato contro l’invasione napoleonica della penisola iberica, fa ritorno in Argentina, dove si unisce alla rivoluzione in atto contro l’impero coloniale. Si distingue nella battaglia di San Lorenzo, poi attraversa le Ande con il suo esercito e sconfigge gli spagnoli nella battaglia di Maipù. de San Martín è il principale artefice dell’indipendenza cilena, prima, e peruviana, poi, assumendo il titolo di Protettore. Abolisce la schiavitù e promuove riforme sociali. Si ritira dalla vita politica nel 1824, dopo il mancato appoggio di Simón Bolívar di qualche anno prima nella fase finale della lotta di indipendenza. Muore nel 1850 in esilio in Francia.

Il nome San Martín è utilizzato da 125 squadre di calcio in Argentina, segnale di una devozione diffusa: Club Atlético San Martín de Carhué, Atlético Club San Martín de Mendoza, Club Atlético San Martín de Tucuman, solo per citarne alcuni. Secondo quanto riportato dal giornale argentino Destape, nel 1950, anno dedicato al Libertador, sono state fondate 14 squadre in 9 province diverse che portano il suo nome.

Il Club Atletico San Martín de San Juan, il più importante di tutti, nasce grazie ad alcuni residenti del quartiere di Concepción, situato oltre i confini del centro abitato. Non essendo i benvenuti nell'Atlético de la Juventud, il club decano di Cuyo, perché troppo poveri e periferici, essi decidono di fondarne uno proprio.

Il 27 settembre 1907 un gruppo di appassionati calciofili, riunitisi all’angolo tra via 25 de Mayo e via Concepcion, nella barberia di Don Octavio Alcotta, dà alla luce ufficialmente il Club Atletico San Martín de San Juan. I “negritos”, come venivano chiamati i fondatori in senso dispregiativo, decidono anche i colori sociali: nero, per il nome che si portano dietro dai tempi dell’Atletico de la Juventud, e verde, classico colore della speranza.

Per far conoscere la nuova istituzione sportiva argentina vengono organizzate amichevoli e tornei. Contro il Sarmiento, il San Martín disputa la prima partita ottenendo la prima vittoria con un punteggio di 3-1, esibendo un gioco che, secondo El noticioso è “filigranato e scientifico”.

Nel 2007 arriva la prima storica promozione. Dopo aver perso la sfida di andata contro l’Huracan 1-0, l’inerzia della finale viene ribaltata al ritorno, con il gol decisivo di Tonellotto. E’ precisamente il 16 giugno, data che viene ora celebrata come la giornata del tifoso del San Martín.

Luis Francisco Tonellotto è il 9 di quella formazione divenuta storica, il giocatore a cui è toccato l’onore di segnare la rete che è valsa la promozione della squadra verdenera. Ogni 16 giugno, la gente di San Juan lo riempie di affetto, come ha confessato l’ex calciatore in un’intervista di qualche anno fa:

«Mi mandano sempre messaggi fino al giorno prima o al giorno dopo. Anche per il mio compleanno o altre date importanti. Non ho social media, ma prendono il mio numero e mi scrivono. Il mio telefono esplode. Mi mandano video o foto. I tifosi del San Martín hanno un'ottima memoria. Quella squadra è passata alla storia e la gente la apprezza. Sono felice di entrare nella storia dell'istituzione: non è facile, e ci siamo riusciti».

Tra gli eventi significativi della storia del San Martín va annoverato anche un 6-1 al Boca Juniors il 13 aprile 2013. Lo stesso risultato con cui si era imposto San Martín di Tucuman il 20 novembre del 1988, tra le mura nemiche della Bombonera. Quante volte ha perso 6 a 1 il Boca nella sua storia? Cos’ha fatto il Boca al Generale San Martín per meritare questo accanimento?

5) Club Deportivo O’Higgins (Rancagua, Cile)

Bernardo O’Higgins Riquelme nasce nel 1778 a Chillán. Figlio del vicerè spagnolo ed ex governatore del Cile, viene mandato a studiare dapprima a Lima e poi in Inghilterra, dove aderisce all’ideale indipendentista. Fa ritorno in Cile alla morte del padre per occuparsi della tenuta di Las Canteras. Nel 1810 viene eletto deputato della Giunta di Governo e successivamente nominato Colonnello dell’esercito; dopo un iniziale scontro, sigla un’alleanza con José Miguel Carrera, altro leader indipendentista, per resistere all’assalto realista.

Durante la reconquista organizza e guida l’Esercito di Liberazione delle Ande con José San Martín e proclama l’indipendenza cilena nel 1818. Diventa Direttore Supremo del Cile e promuove importanti riforme sociali ed educative. Tuttavia, l’adozione di misure contro l’aristocrazia - vedasi l’abolizione dei titoli nobiliari - lo conducono ad abdicare al fine di evitare lo scoppio di una guerra civile. Muore a Lima, in esilio, nel 1842.

Il Club Deportivo O’Higgins, nasce il 7 aprile del 1955 dalla fusione dell’America e O’Higgins Braden, a sua volta il risultato dell’unione tra il Braden e l’Instituto O’Higgins, club della città di Rancagua. Lo scudo del club si compone di tre colori, associati in maniera apparentemente casuale: il bianco del vecchio Braden, il verde dell’Instituto O’Higgins e il giallo dell’America de Rancagua. In alto è posto un bordo celeste orizzontale con la scritta O’Higgins al suo interno su cui campeggia una fenice coi tratti da rapace, che rappresenta il simbolo della città.

La maglietta era inizialmente rossa e blu ma poi viene proibita dalla federazione perché richiama i colori della nazionale cilena; il club opta allora per maglia celeste e pantaloncini neri, come il grande Uruguay, protagonista qualche anno prima del Maracanazo.

La pagina più epica della storia dell’’O’Higgins, invece, è stata scritta nel 2013: conquista il suo unico campionato di Prima Divisione grazie a un gol di Pablo Hernandez, davanti ai 42.000 spettatori dello Stadio Nacional.

C'è stato un giorno in cui il sognatore e il sogno si sono incontrati, e quel giorno è oggiha dichiarato il tecnico Eduardo Berizzo, al termine della gara. L’allenatore argentino è il grande protagonista della cavalcata che ha condotto al primo titolo del club di Rancagua. Durante la sua carriera da calciatore è stato uno dei fedelissimi di Marcelo Bielsa che lo ha guidato al Newell’s Old Boys a inizio anni ‘90, consentendogli di conquistare uno storico campionato argentino e di fermarsi a un passo dalla conquista della Copa Libertadores.

Al termine della carriera, il Toto Berizzo diventa assistente del tecnico rosarino e a partire dal 2007 lo coadiuva alla guida della nazionale più forte della storia cilena. “È stata una grande esperienza accademica, perché ho lavorato con grandi professionisti, è stata una grande esperienza essere allo stesso livello di quello staff tecnico. Sono molto grato a Bielsa per aver avuto fiducia nelle mie capacità. Ho ricevuto molto aiuto da lui e da Luis María Boniniha detto il tecnico in un’intervista rilasciata all'ex presidente dell'ANFP, Harold Mayne-Nicholls.

Il Toto Berizzo ha poi proseguito la sua carriera - con panchine importanti anche in Europa - senza mai dimenticare il titolo vinto a Rancagua, uno dei giorni più felici della sua vita nel calcio.

Proprio Marcelo Bielsa - una sorta di monumento vivente nel paese andino - è il minimo comun denominatore tra Berizzo e Sampaoli, un altro personaggio chiave nella storia della squadra cilena. Allievo dell’attuale commissario tecnico dell’Uruguay, fanatico al punto da ascoltare e mandare a memoria i suoi discorsi, Sampaoli è colui che ha messo le basi dei futuri successi della O'Higgins.

Transitato a Rancagua nel 2008, quando la sua carriera era ancora in una fase primordiale, Sampaoli rivoluziona la prima squadra intervenendo anche sul settore giovanile: «Sampaoli ha fatto un ottimo lavoro qui. Non so se si tratti di eredità, ma ha imparato molto da Bielsa e questo lo ha instaurato qui. È stato fatto un lavoro molto buono nelle divisioni inferiori» ha detto, parlando di lui, Clarence Acuña, all’epoca direttore tecnico del club.. Dopo quell’esperienza Sampaoli spiccherà il volo e nel 2015 condurrà il Cile alla conquista della Copa América.

A volte, basta poco per fare la storia.

  • Classe '86, vive e lavora a Cagliari. Devoto di Juan Román Riquelme e Julian Ross, dedica le sue giornate al calcio e ad altre faccende meno importanti.

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